In un Paese normale

In un Paese normale, il Segretario del partito di maggioranza relativa alla Camera in sella da 3 anni e mezzo, che da 3 anni non vince più nulla (e prima aveva vinto l’equivalente della Coppa Italia perché gli avversari giocavano in 7 a causa di Madama Astensione), che ha perso tutte le grandi città e roccaforti storiche della sua area politica, verrebbe ricoperto da fischi e invitato a lasciare il palco dopo aver detto “Fuori da qui c’è solo la sconfitta della Sinistra“. Perché a ben vedere, dove sta lui c’è solo la Sconfitta e basta.

In un Paese normale, il Segretario del partito di maggioranza relativa che continua a usare per le sue feste il nome de “l’Unità“, glorioso giornale fondato da Antonio Gramsci con cui loro non hanno nulla da spartire, ne decida la morte dopo averlo ridotto a proprio gazzettino (motivo per cui è andato in profonda crisi) e scarichi tutta la colpa sull’editore amico (incaricato del salvataggio due anni fa), sarebbe una vergogna da far ribellare ogni militante onesto che quel giornale in gioventù lo distribuiva in migliaia di case la domenica. Invece nessuno là dentro si indigna, né per questo né per la fondazione di una Pravda bonsai in formato pdf gratis (anche perché nessuno sarebbe disposto a pagare per una roba del genere).

In un Paese normale, poi, l’alternativa al delirio di onnipotenza di un uomo dovrebbe essere l’unità di tutte quelle forze che si riconoscono nei valori che quell’uomo ha calpestato per tre anni su un programma chiaro, riconoscibile, realistico, la cui immagine pubblica dovrebbe finire a persone con all’attivo delle vittorie, non compromessi con voti imbarazzanti in Parlamento quando “per senso di responsabilità” si votava di tutto, ma soprattutto che non siano responsabili con i propri errori e la propria azione politica dell’ascesa al potere di quell’uomo. Dovrebbe cioè avere la leadership congiunta con l’altro vincente (Giuliano Pisapia) una personalità come Enrico Rossi. Invece continuiamo ad avere Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, con truppe trinariciute non migliori di quelle dell’altro partito, animati da spirito revanscista totalmente opposto a quello di Campo Progressista.

In un Paese normale, il duo Falcone-Montanari, svegliatisi a giugno con una loro piattaforma “per unire la Sinistra”, avrebbero dovuto cercare l’intesa con un Pisapia che aveva lanciato lo stesso identico progetto a febbraio. Invece coalizzano i soliti quattro gatti della Sinistra dura e pura che fischiano un povero ed eroico Gotor, reo di aver parlato di unità del centrosinistra, sostenendo che “ci vuole unità” e che “si è persa un’occasione di dialogo”, ovviamente non andando alla loro kermesse a prendersi i fischi. Della serie: il bue che dice cornuto all’asino.

In un Paese normale, poi, in tutto questo bailamme di dichiarazioni pubbliche, veti incrociati, vendette trasversali e spettacoli indegni, qualcuno dovrebbe prendersi la briga di parlare con quelli della mia generazione (leggi: Millennials), totalmente disillusa e senza prospettive di vita, di lavoro, di futuro, tanto che va a cercarselo all’estero, dicendo che cosa si vuole fare per chi ne fa parte. Ma al di là delle solite frasi di circostanza, una proposta seria, concreta, attuabile ancora non si è vista, né sentita.

In un Paese normale è quello che dovrebbe fare la Sinistra, dare voce ai più deboli, agli svantaggiati, agli emarginati dalla società, mettendoli al centro della propria azione politica. Ma noi non siamo un Paese normale. E dire che ci basterebbe essere un Paese leggermente diverso per tornare a sognare.

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