Su Berlinguer D’Alema abbia il buon gusto di tacere

Gira in questi giorni su Facebook un post, diventato ben presto virale di bacheca in bacheca, in cui con qualche settimana di ritardo viene riportato l’estratto dell’intervento di Massimo D’Alema alla festa di Articolo Uno. 

L’ex-Presidente del Consiglio, Segretario del PDS (che trasformò in DS), ex-ministro degli esteri, emblema della classe dirigente egemone fino al 2013 nel PD e contro la quale Renzi ha fatto carriera, ha ribadito concetti a lui cari, sin da quando nel 1999 da Palazzo Chigi ribadiva la sua ostilità alle primarie per scegliere il candidato premier. 

“Berlinguer non piaceva a nessuno”

Nella sua invettiva contro quella che Norberto Bobbio chiamò la democrazia dell’applauso, in riferimento all’elezione per acclamazione di Bettino Craxi a segretario del PSI, il rottamatore di Occhetto, Prodi e Veltroni ha dichiarato:

“Nel PCI si teorizzava che il dirigente politico doveva arrivare al vertice senza essere influenzato dalla ricerca del consenso. Il contrario delle primarie. Anzi venivano selezionati quelli che erano meno alla ricerca del consenso. Quando, nel PCI, sorse il problema della successione a Luigi Longo, fosse stato il PD, avrebbe fatto le primarie tra Amendola e Ingrao. Sarebbe stato un disastro. Invece un gruppo dirigente illuminato prese uno che era timido, spigoloso, che non piaceva a nessuno. Si chiamava Enrico Berlinguer. E dissero Lui sarà il Segretario. E si rivelò un grande leader. Il popolo non lo avrebbe mai scelto. Anche se poi dopo divenne il leader politico più popolare della storia d’Italia. Ma non avrebbe mai vinto le primarie. Fu scelto da un gruppo dirigente illuminato”.

La prima parte di questo intervento si può anche condividere: nel PCI i segretari venivano scelti per capacità politica, adesione agli ideali rivoluzionari, ars oratoria, non certo per ambizioni da presentatore tv ossessionato dall’auditel. Il problema è tirare Enrico Berlinguer, contribuendo a raccontare una colossale balla, cioè che “il popolo non lo avrebbe mai scelto“. Perché il popolo comunista lo scelse, eccome, viceversa non avrebbe mai superato le diffidenze tanto degli amendoliani, che puntavano su Napolitano, tanto della parte più a sinistra del partito.

La carriera di Berlinguer

Quando a 23 anni fu mandato a prendere le redini del Fronte della Gioventù in una Milano distrutta dai bombardamenti (dormendo per oltre due mesi su una branda insieme a Gillo Pontecorvo nella sede del partito in via Filodrammatici), seppe già allora conquistarsi il rispetto e l’ammirazione del popolo giovanile comunista, come si può leggere tanto nella biografia di Chiara Valentini che di Giuseppe Fiori. Perché è vero che Berlinguer era timido e aveva “una certa spigolosità di carattere“, per usare le sue parole, però quando parlava non aveva rivali, perché studiava ed era in grado di convincere tanto in tv quanto in una piazza o in una sede di partito.

Era talmente nota la sua passione per lo studio maniacale di ogni questione, che nella biografia ufficiale al V Congresso del PCI, il primo dopo 20 anni di clandestinità, venne definito un “intellettuale” che ha cominciato “a orientarsi verso il comunismo fin dal 1937, attraverso le letture di libri e in seguito a rapporti di amicizia che aveva con compagni operai”. E proprio in quell’Aula Magna a Roma, nel gennaio 1946, fu l’unico giovane, insieme a Mario Alicata, ad essere eletto nel Comitato Centrale del partito, che allora era composto da 70 membri, 53 effettivi, “di diritto”, e 17 eletti dalla base. 

Il più votato alla Camera nel 1968

Da quel momento la carriera di Berlinguer fu un crescendo: entrò nella direzione del partito nel ’48, l’anno successivo divenne segretario della Fgci, nel ‘56 direttore della scuola di partito (le mitiche Frattocchie), dal ‘57 segretario regionale della Sardegna, finché nel ’60 assunse l’importantissimo incarico di responsabile dell’organizzazione, sotto Togliatti. Fu scelto, ma non solo dal gruppo dirigente per le sue qualità: seppe conquistarsi il favore delle masse in ogni incarico. Tanto che nel ’66 lo fecero anche segretario regionale del Lazio, mentre nel ’68 lo costrinsero a candidarsi alla Camera dei deputati: raccolse 151.134 preferenze, contro le 80.080 di Longo a Milano, le 42.441 di Ingrao in Umbria, le 98.354 di Pajetta a Torino e le 131.469 di Amendola a Napoli. Fu la prova per tutto il partito che si trattava della persona giusta a succedere a Luigi Longo, colpito da un ictus, da cui si era ripreso a fatica: il 15 febbraio 1969 Berlinguer sarebbe stato eletto vicesegretario del partito, finché il 17 marzo 1972, al XIII congresso, arrivò l’elezione a segretario.

Quando fu decisa l’investitura al XII congresso, di fronte alla battuta di un cronista che gli disse che avevano scelto un burocrate, Amendola, che per Berlinguer non aveva mai simpatizzato, disse: “Non ci sottovaluti. Lei non conosce le riserve di cui disponiamo“. E con i compagni a lui più vicini ammise: “Ha l’attitudine a superare i contrasti interni invece che esasperarli. È una qualità che mi è sempre mancata”. Prova ne è il suo tentativo esasperato di non arrivare alla radiazione del gruppo del Manifesto, nel 1969 da vicesegretario, pur mantenendo una posizione diversa. Così come era stato proprio Berlinguer a “irritare” i sovietici con i suoi distinguo, già ai tempi della deposizione di Krusciov, dove riuscì a far passare la diversità di vedute tra PCI e PCUS sulla questione.

L’esempio di Berlinguer

Non serve stare qui a ripercorrere tutte le tappe che portarono Berlinguer a diventare il leader più amato della storia repubblicana (ci ho scritto un libro). Basta ricordare una cosa: rimase fedele agli ideali della sua gioventù e diede sempre l’esempio. E morì su un palco parlando di lavoro, diritti e questione morale. Da parte del principale artefice della damnatio memoriae nei suoi confronti, fino a tardive riscoperte negli ultimi anni, ci si aspetterebbe un umile silenzio. Perché se l’eredità di Enrico oggi è dissipata, la colpa è anche di chi decise di metterla in soffitta, insieme al simbolo del PCI alle radici della Quercia, per raggiungere “nuovi e strabilianti consensi”. 

Aveva ragione Berlinguer quando scrisse nel 1984, citando Mitterrand: “Tagliarsi le radici per rifiorire meglio: il gesto inutile di un idiota“. Il compagno D’Alema ci faccia quindi un favore, qualora intendesse lanciarsi in altre riflessioni sui bei tempi andati: su Berlinguer abbia il buon gusto di tacere.

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