Ha vinto Licio Gelli, non il popolo

Era il 3 novembre 2008, una vita fa, quando nella video-rubrica tenuta da Marco Travaglio sul blog di Beppe Grillo, Passaparola, si parlò di Licio Gelli e di P2. “La P2 è viva e lotta insieme a noi“, si intitolava la puntata. Sul Piano di Rinascita Democratica del Venerabile Maestro, che qualche giorno prima di quella puntata aveva rilasciato un’intervista a Concita De Gregorio per dire che oramai era stato fatto proprio dal centrodestra e da un pezzo di centrosinistra, l’attuale direttore del Fatto diceva: 

Il Piano di Rinascita Democratica era appunto la trasformazione della democrazia costituzionale italiana, l’involuzione dall’interno per svuotarla mantenendo le parvenze di uno Stato democratico. […] Si parlava di ritocchi alla Costituzione, ma fondamentalmente era il tentativo di lasciarla come tappezzeria e grattare via tutto quello che c’era dietro. […] Il governo va ristrutturato, la magistratura ricondotta alla funzione di garante della corretta applicazione delle leggi – poi vediamo cosa vuol dire – il Parlamento deve essere più efficiente. Ma più efficiente nel senso che non rompe le palle al governo, esattamente al contrario della funzione che hanno i parlamenti nelle democrazie e anche nelle monarchie costituzionali, cioè quello di essere il primo controllore del governo. 

Concentrandosi su Berlusconi e su quanto aveva pedissequamente preso alla lettera quel programma piduista (del resto era tesserato), Travaglio invitava i lettori ad andarselo a cercare su Internet. E in effetti nella galassia grillina quel programma è stato sventolato per anni come prova del tradimento del centrosinistra e dell’inciucio con Berlusconi (in parte a ragione, si veda la bozza Boato in Bicamerale).

I grillini oltre Gelli

Poi sono andati al governo e l’unica cosa che sono riusciti a portare a casa di veramente rilevante in due anni è stato addirittura superare Gelli: la riforma costituzionale che ha ridotto il numero da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori andava ben al di là delle rosee aspettative di riduzione auspicate dalla P2, che si fermava a 450 deputati e 250 senatori (fonte: Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia P2, p. 622).

Se durante l’inesistente campagna referendaria sui social circolavano le parole di Luigi Einaudi, liberal-conservatore membro dell’Assemblea ed eletto Presidente della Repubblica l’11 maggio 1948, che preferiva una camera con meno componenti, dall’altra veniva ricordato il pensiero del Presidente dell’Assemblea Costituente, il comunista Umberto Terracini, che in proposito ricordava che “quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo, s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni“.

Lo avevano bene in mente Gelli e i piduisti e non si capisce perché se lo siano dimenticato Travaglio e i grillini. Per carità: la battaglia sulla questione morale è giusta e sacrosanta, ma non è indebolendo l’organo parlamentare che si risolvono i problemi di corruzione, malcostume e di selezione del personale politico, oramai screditato dai tempi di Tangentopoli e mai più ripresosi veramente, con la Sinistra praticamente dissolta e quel che rimane di rosso nel PD annacquato in un mare di democristiani.

Campagne elettorali sempre più costose

Per giunta, se è vero che nel testo originale approvato dall’Assemblea Costituente il numero non era fissato, ma era proporzionale al numero degli abitanti (1 deputato ogni 80mila; 1 senatore ogni 200mila o per frazione superiore ai 100mila), dal prossimo Parlamento il rapporto salirà a un deputato ogni 150.611 abitanti e un senatore ogni 301.223 abitanti.

Il risultato, al di là delle varie alchimie che escogiteranno nell’ennesima cervellotica e caotica legge elettorale (che magari avrà anche profili di incostituzionalità come le precedenti) sarà che le campagne elettorali costeranno di più e poiché da anni è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, questi e i loro candidati saranno sempre più dipendenti dai finanziamenti (spesso occulti) di cordate di potere come accade negli Stati Uniti, dove ad esempio la potente lobby delle armi finanzia indifferentemente democratici e repubblicani per assicurarsi l’immutabilità delle leggi sulla circolazione delle armi.

La vittoria dei piduisti, dopo 40 anni

Del resto, la vittoria col 70% dei voti a favore del taglio poteva contare su ben 13 anni di campagna elettorale, iniziata col libro “La Casta” di Rizzo e Stella e continuata incessante di fronte ai ripetuti scandali che hanno screditato l’immagine dell’istituzione parlamentare agli occhi degli Italiani, tuttavia primi complici e responsabili della composizione delle Camere e della relativa questione morale che ne è emersa: nemmeno un anno fa Silvio Berlusconi, che sappiamo per la sentenza definitiva Dell’Utri aver pagato per quasi un ventennio l’ala stragista di Cosa nostra, è stato eletto in Parlamento Europeo, per fare l’esempio più noto. 

Ieri Luigi Di Maio, incredulo di poter festeggiare finalmente qualcosa dopo due anni di disastrosi insuccessi, ha parlato di vittoria del popolo: no, ha vinto Licio Gelli. Che se fosse ancora vivo, chiederebbe il copyright non solo a centrodestra e parte del centrosinistra, ma anche ai grillini. I quali saranno i primi a pagare in termini di seggi e rappresentanza gli effetti nefasti della loro sciagurata riforma a suon di slogan anti-sistema.

Non c’è da gioirne: dopo quarant’anni, gran parte del programma di Rinascita Democratica è stato attuato e noi viviamo in società sempre meno libere e sempre meno democratiche.