“Ho altro a cui pensare”

Ho altro a cui pensare“. Cinque parole che valgono più di un manifesto. Una frase che riassume la dignità di un intero popolo ferito. Un pensiero che poteva nascere solo da chi la violenza di Totò Riina l’ha subita in famiglia e poi ha dovuto difendersi da chi, subito dopo, scatenò una violenza non inferiore, questa volta “simbolica” o, se credete, politica, contro chi chiedeva (e continua a chiedere) solamente giustizia.

Fine pena mai. Totò Riina di sentenze come questa ne collezionò ventisei, dissolte dalla sua morte. Fine pena mai. Per i familiari delle vittime innocenti della sua follia omicida questa condanna va oltre la sua morte. Va oltre se stessi, si trasmette ai figli, che a loro volta la lasceranno in eredità ai propri figli; perché la responsabilità penale è personale, il dolore no. Fine pena mai. Perché questo è il Paese dove il silenzio è considerato una virtù e la giustizia viene sacrificata sull’altare della stabilità politica. Fine pena mai. Perché il dolore è un fatto privato ma la rabbia dei cittadini onesti di fronte all’ingiustizia che si fa regola diventa un fatto pubblico.

Quando ho saputo della morte di Riina, io non ho provato niente. Probabilmente avrei gioito per l’arresto, se non avessi avuto 4 anni nel 1993. Probabilmente mi sarei anche infuriato, se avessi vissuto in diretta la mancata perquisizione del suo covo. Sicuramente sarei stato “felice” se avesse deciso di collaborare con la giustizia, di squarciare il velo dell’omertà. Non lo ha fatto. Ecco perché oggi non provo niente. Solo dolore per quel “fine pena mai” non scritto che però è inciso nel cuore di persone che hanno salvato questo Paese dalla sua inevitabile bancarotta morale con la forza, la dignità e la compostezza che solo chi chiede giustizia e non vendetta può avere.

Ho altro a cui pensare“. Lo ha scritto la nuora del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Uno scudo di cinque parole contro cui tutti i commenti melensi o indecenti, stupidi o perfidi, si frantumano. Una lezione di stile che nel sordido, grande e sconfinato mare della corsa ai like sui social rappresenta lo schiaffo morale più grande a un essere che si credeva il padreterno e invece non era niente e a cui abbiamo dedicato pure fin troppo tempo.

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