In un’intervista a Peter Gomez su Rai 3, Luciana Castellina ha definito le primarie «una brutta invenzione di Veltroni, per somigliare al Partito Democratico americano». Un’osservazione che coglie un elemento reale: il centrosinistra italiano ha attraversato un processo di americanizzazione che non si esaurisce nell’introduzione delle primarie, ma riguarda una trasformazione più profonda della propria cultura politica e delle proprie forme organizzative.
Si tratta di un’evoluzione per molti aspetti atipica nel contesto europeo. La maggior parte delle democrazie dell’Europa occidentale continua a fondarsi su sistemi multipartitici e, spesso, su impianti proporzionali, nei quali le diverse tradizioni politiche — socialdemocratica, cristiano-democratica, liberale — conservano una propria autonomia organizzativa e programmatica.
L’esperienza italiana, invece, ha progressivamente concentrato culture politiche molto differenti all’interno di un unico soggetto politico, assumendo modelli di competizione sempre più personalizzati e leader-centrici.
Dalla sinistra di classe al partito dei leader
Questa scelta non nasce soltanto dall’eredità della Democrazia Cristiana. Una parte significativa della classe dirigente formatasi dopo Enrico Berlinguer contribuì a ridefinire l’identità della sinistra italiana, spostandola progressivamente dal conflitto capitale-lavoro verso un’impostazione prevalentemente riformista, nella quale la costruzione del consenso finì spesso per ruotare attorno alla figura del leader più che a un progetto collettivo.
La stagione di Walter Veltroni, con il tentativo tanto esplicito, quanto maldestro, di richiamare l’immaginario della campagna di Barack Obama, rappresentò probabilmente il momento più simbolico di questo percorso, ma non fu che l’espressione più visibile di una tendenza già in atto.
Anche sul piano internazionale questa evoluzione ha avuto conseguenze rilevanti. Se la socialdemocrazia europea ha storicamente mantenuto un rapporto privilegiato con il blocco occidentale — pur con eccezioni significative, come la gestione della crisi di Sigonella da parte del governo Craxi — il centrosinistra italiano ha spesso finito per assumere posizioni fortemente allineate agli Stati Uniti, riducendo progressivamente lo spazio per un’elaborazione autonoma della politica estera.
Negli anni successivi questa dinamica si è ulteriormente consolidata. L’esperienza del blairismo, assunta come riferimento durante la stagione renziana, ha rafforzato l’idea di una politica costruita attorno alla capacità comunicativa del leader, mentre le primarie sono state frequentemente presentate come il principale strumento di legittimazione democratica.
Il risultato, tuttavia, è stato spesso uno scollamento tra i meccanismi di selezione della leadership e la costruzione di un’identità politica condivisa dalla base sociale del centrosinistra.
La questione, dunque, non è innanzitutto stabilire se mantenere o abolire le primarie. Il nodo fondamentale è ristabilire una gerarchia delle priorità: prima il progetto politico, poi gli strumenti organizzativi e, soltanto alla fine, la scelta di chi dovrà rappresentarlo.
Ricostruire il partito sociale
Ricostruire un centrosinistra credibile significa tornare a partire da un programma comune capace di rappresentare innanzitutto le fasce sociali più esposte alla precarietà e alle disuguaglianze. Significa riportare il lavoro al centro dell’agenda politica, rafforzare i servizi pubblici, costruire un piano di investimenti infrastrutturali coerente con la transizione ecologica e dare rappresentanza a quella che Castellina definisce il “partito sociale”: quell’insieme di movimenti, associazioni e cittadini che negli ultimi anni si sono mobilitati contro il riarmo e in solidarietà con la popolazione palestinese.
Solo dopo aver definito un’idea di società e di Repubblica diventa sensato discutere della leadership. Che il candidato emerga attraverso primarie oppure attraverso una matura scelta condivisa delle forze del centrosinistra diventa, a quel punto, una questione secondaria. La politica dovrebbe tornare a essere l’espressione di una volontà collettiva, non la ricerca della personalità più efficace sul piano comunicativo.
In altre parole, il centrosinistra potrà superare la propria americanizzazione soltanto quando tornerà a considerare il programma più importante del leader e l’identità politica più importante della sua rappresentazione mediatica. Poco importa quello che dicono gli Americani.
La sinistra italiana non ha bisogno di imitare un altro modello: ha bisogno di ritrovare il proprio.