Caso Barboni, quando la giustizia privata diventa un modello politico

A San Benedetto del Tronto, qualche giorno fa l’imprenditore Giuseppe Barboni, tesserato a Futuro Nazionale, aggredisce una persona che stava bloccando la circolazione stradale. Oltre alla cronaca, questo è un episodio che pone una domanda politica e culturale profonda: cosa accade quando una parte dell’opinione pubblica considera legittimo che un cittadino si sostituisca allo Stato nell’uso della forza?

A preoccupare non è soltanto il gesto in sé, ma il consenso che lo ha accompagnato. Sui social network e nel dibattito pubblico non sono mancati applausi, giustificazioni e persino celebrazioni. Come se l’esercizio della violenza privata potesse essere considerato una risposta accettabile a un comportamento illegittimo. È un principio incompatibile con qualsiasi idea di Stato di diritto.

Per comprenderne la gravità occorre tornare alle origini della filosofia politica moderna.

Nel 1651 Thomas Hobbes pubblicò Il Leviatano, nel quale descrisse lo “stato di natura”: una condizione nella quale non esiste alcuna autorità superiore capace di imporre regole comuni. Gli uomini sono liberi e sostanzialmente uguali, ma proprio questa uguaglianza, unita alla ricerca della propria conservazione, conduce al conflitto permanente. È il celebre “bellum omnium contra omnes”, la guerra di tutti contro tutti, nella quale “homo homini lupus”, l’uomo è il lupo per l’uomo.

In assenza di un’autorità riconosciuta non esistono né diritto né giustizia. Ognuno è giudice di sé stesso e dispone della forza secondo il proprio arbitrio.

È proprio per uscire da questa condizione che nasce lo Stato moderno.

Max Weber, in Economia e società, individua uno dei suoi caratteri fondamentali nel monopolio dell’uso legittimo della forza. La violenza può essere esercitata esclusivamente dallo Stato, nei limiti della legge e sotto il controllo dell’ordinamento democratico. Nessun cittadino può decidere autonomamente chi punire, quando punirlo e con quali mezzi.

Questo principio, tuttavia, non è affatto sinonimo di perfezione democratica. Lo Stato ha spesso abusato del proprio monopolio della forza. La storia italiana è attraversata da episodi nei quali la repressione si è trasformata in violenza illegittima contro cittadini inermi.

Tra questi vi è la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. Durante una manifestazione contro il governo Tambroni, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti, uccidendo cinque operai e ferendone decine. Lo Stato dimostrò allora il volto peggiore del proprio monopolio della forza: non la tutela dell’ordine pubblico, ma la repressione del dissenso.

Per questo motivo il monopolio della forza deve essere continuamente limitato, controllato e sottoposto alle garanzie dello Stato di diritto. Un potere tanto grande è necessario, ma proprio per questo è anche potenzialmente pericoloso.

Esiste però un rischio opposto, altrettanto grave.

Quando un privato cittadino decide di usare la violenza contro un’altra persona perché ritiene che stia infrangendo una regola, non sta difendendo la legalità. Sta negando il principio stesso sul quale si fonda lo Stato moderno.

È esattamente ciò che emerge dal caso Barboni.

La persona aggredita stava impedendo la circolazione delle automobili. Un comportamento che può essere illegittimo e che, se tale, deve essere affrontato dalle forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria. Ma tra il violare una norma e arrogarsi il diritto di colpire fisicamente qualcuno esiste una differenza enorme. Nel primo caso siamo di fronte a un illecito che lo Stato deve eventualmente sanzionare. Nel secondo siamo davanti alla pretesa di trasformarsi in giudice, poliziotto ed esecutore della pena nello stesso momento.

È questa la deriva più inquietante.

Ancora più inquietante è che una parte della destra abbia reagito non con indignazione, ma con approvazione. Non è necessario che vi sia una giustificazione ufficiale da parte dei dirigenti politici. È sufficiente osservare il clima che si è creato attorno all’episodio: il messaggio implicito è che, quando lo Stato non interviene con la rapidità desiderata, il cittadino possa legittimamente intervenire da sé.

È una cultura politica che entra in aperta contraddizione con il principio della “legalità” (mai di giustizia) che pure dice di difendere.

Per anni si è invocato il pugno duro, il rispetto delle regole, l’autorità dello Stato. Poi, davanti a un episodio di violenza privata, improvvisamente le regole sembrano passare in secondo piano, purché la vittima sia qualcuno percepito come “dalla parte sbagliata”. La “legalità”, in questa prospettiva, smette di essere un principio universale e diventa un criterio selettivo.

Eppure il confine è semplice.

O si riconosce che soltanto lo Stato può esercitare la forza, pretendendo contemporaneamente che lo faccia entro limiti rigorosi e nel pieno rispetto dei diritti fondamentali, oppure si accetta che ogni cittadino possa decidere autonomamente quando sia giusto ricorrere alla violenza.

In mezzo non esiste alcuna terza via.

Chi oggi applaude un imprenditore multimilionario che aggredisce una persona perché blocca una strada sta legittimando un principio che domani potrebbe essere utilizzato contro chiunque. Perché il criterio non sarà più la legge, ma la convinzione soggettiva di avere ragione.

È questo il vero arretramento civile. Non il blocco del traffico, ma l’idea che la forza privata possa sostituire quella pubblica. Lo Stato può abusare del proprio monopolio della forza. La storia dimostra che è accaduto e che occorre denunciarlo ogni volta che succede. Ma rinunciare a quel monopolio per sostituirlo con la giustizia sommaria significa fare un passo ancora più indietro: significa tornare a quella società descritta da Hobbes, nella quale il diritto coincide con la capacità di imporsi con la violenza.

E quando la violenza privata smette di essere condannata e diventa motivo di applauso, non è soltanto una persona ad essere colpita. È lo Stato di diritto ad essere indebolito.

Lascia un commento