#BastaunSi? #MaAncheNO – gli istituti di democrazia diretta

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Tra i cavalli di battaglia della campagna #bastaunsì vi è la riforma degli istituti di democrazia diretta, cioè i referendum e le leggi di iniziativa popolare, apparentemente potenziati dalla revisione costituzionale. La stessa Ministra Maria Elena Boschi, su l’Unità del 12 marzo 2016, affermava infatti:

“Avremo strumenti di maggiore partecipazione democratica e diretta dei cittadini alla vita politica. E’ possibile attraverso i referendum propositivi e i referendum consultivi, attraverso quorum più bassi per i referendum abrogativi e l’obbligo di esaminare in aula le proposte di legge di iniziativa popolare, cosa che finora non è mai sostanzialmente avvenuta perché vengono lasciate nei cassetti del Parlamento… la riforma vedrà quindi cittadini sempre più protagonisti e attivi.”

In realtà, il numero di firme necessarie per proporre una legge di iniziativa popolare alla futura Camera passerà da 50.000 a 150.000 e, come si legge al comma III del nuovo art.71 riformato, “la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari“. Una cosa che in realtà si potrebbe fare già oggi, senza toccare l’impianto costituzionale. Difatti, l’art.74 comma III del regolamento del Senato prevede già l’obbligo di discutere una legge di iniziativa popolare, ma non esistendo sanzione per la violazione di questa previsione i senatori se ne sono sempre infischiati.

Se infatti, come ha calcolato Openpolis, dal 1979 solamente 3 delle 260 proposte di legge presentate alle Camere sono diventate legge (l’1,15%) e ben 137 (53%) sono rimaste nei cassetti delle Camere, non dipende affatto dall’attuale Costituzione in vigore, che al riguardo, al comma II dell’art.71 recita semplicemente: “il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.

Nella riforma, poi, non vi è alcuna garanzia sull’eventuale approvazione della proposta di legge: in altri ordinamenti, come quello svizzero o statunitense, qualora il Parlamento non discutesse oppure rigettasse o stravolgesse una legge di iniziativa popolare, i cittadini avrebbero la possibilità di approvarla per via referendaria; la riforma Boschi si è ben guardata dal prevedere una simile eventualità, a fronte di una triplicazione delle firme necessarie per presentare una proposta di legge popolare.

Per quanto riguarda i referendum popolari di indirizzo e/o consultivi, la loro introduzione è rinviata a una futura legge costituzionale che dovrà essere approvata sia dalla Camera dei Deputati che dal futuro Senato dei 100. Nessuna garanzia sui tempi di approvazione, che saranno soggetti alla volontà politica del partito che con l’Italicum avrà avuto la maggioranza assoluta alla Camera e alla maggioranza dei consiglieri regionali nominati.

L’abbassamento del quorum dei referendum (che di fatto, in caso di vittoria del sì, saranno solo quelli abrogativi già in vigore oggi) è vincolato alla raccolta di 800.000 firme: solo in questo caso, infatti, sarà sufficiente la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati; per le proposte di referendum che raccolgano solo 500mila firme, come oggi, rimarrà il quorum già in vigore, cioè servirà la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto al voto.

Per fare un esempio, all’ultimo referendum abrogativo del 17/4/2016 gli elettori aventi diritto erano 50.681.765, quindi il quesito sarebbe stato valido se ci fosse stata una affluenza di 25.340.883 elettori. Se si fosse votato con il nuovo art.75 riformato e il referendum fosse stato sottoscritto da almeno 800.000 elettori, il quorum sarebbe stato calcolato sull’affluenza delle ultime elezioni per la Camera dei deputati (quelle del 24/2/2013), pari a 36.452.084 elettori; quindi per la validità del referendum sarebbero stati necessari 18.226.043 elettori, cioè 7 milioni in meno rispetto al quorum (il referendum non sarebbe stato comunque valido poiché l’affluenza è stata di 15.806.488).

Carte alla mano, quindi, l‘attuale riforma non renderà più facile, bensì più difficile, la partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche pubbliche. 

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