Foibe: (anche) noi non dimentichiamo

Fra la Giornata della Memoria e la Giornata del Ricordo intercorrono solo due settimane di distanza. L’una, come tutti sappiamo, commemora le vittime dello sterminio nazista, l’altra la pulizia etnica condotta dalla Jugoslavia di Tito ai danni degli italiani di Venezia-Giulia, Istria e Dalmazia, avvenuta gettando migliaia di persone in profondissime buche di origini carsica, dette foibe, e costringendo i superstiti ad emigrare. Mentre la prima è stata istituita oramai da decenni, la Giornata del Ricordo nasce soltanto con la legge n.92 del 30 marzo 2004. Nei quattordici giorni che intercorrono tra le due celebrazioni, è interessante osservare come l’opinione pubblica si divida e, in particolare, come i social network si tramutino in vere e proprie arene di confronto (e soprattutto scontro) tra le diverse fazioni, tanto da poterne quasi trarre un “censimento politico”: da una parte c’è chi, attraverso immagini, canzoni e citazioni, ricorda le vittime della Shoah, dall’altro coloro i quali, allo stesso modo, pongono l’attenzione sui massacri istriani.

La tragedia istriana ha faticato molto a farsi conoscere, tanto che, come già detto, soltanto da otto anni viene solennemente ricordata; questo è accaduto, in particolare, a causa della contrapposizione tra blocchi che ha caratterizzato la storia europea e mondiale del ‘900, impedendo così che gli esuli e i caduti di quel dramma ricevessero degno riconoscimento.

Per capire come si sia arrivati alle foibe, è opportuna fare un passo indietro: già a seguito della Grande Guerra, con l’annessione, da parte dell’Italia, della Venezia-Giulia e dell’Istria, nacquero grevi tensioni fra lo Stato italiano ed il neonato Stato jugoslavo, relative, in particolare, alla città di Fiume, che rimase inizialmente “città libera”, per poi essere assegnata all’Italia nel 1924. In questi territori vivevano 480.000 tra sloveni e croati. La situazione di tensione andò aggravandosi con l’avvento del fascismo, che annullò l’autonomia culturale e linguistica delle popolazioni slave residenti all’interno dei confini italiani. Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale e l’invasione italo-tedesca dei Balcani, l’Italia ottenne il controllo militare su gran parte di quella regione e svolse, soprattutto in Dalmazia, un’opera di italianizzazione, mal sopportata dagli abitanti. A seguito dell’8 settembre, poi, la regione rimase parzialmente sguarnita, offrendo così terreno fertile alla Resistenza jugoslava, guidata dal generale Tito: proprio in questo periodo avvengono i primi infoibamenti. Le violenze a danno degli italiani presenti nella regione continueranno poi fino al 1947. In questo periodo di tempo furono assassinati tra i 5000 e gli 11000 italiani residenti in quella regione, persone di ogni classe, di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni sesso e di ogni fede politica (non solo fascisti, dunque).

Come già detto, Giornata della Memoria e Giornata del Ricordo hanno subito un’opera di politicizzazione, e questo, a mio avviso, è un grossissimo errore: la morte, checché se ne dica, non ha “colore”, non ha connotazione politica.

Ritengo personalmente che sia giunto il momento, perlomeno da parte di chi si definisce ancora “di sinistra” come noi, di stracciare questo velo di ipocrisia. Per dirla con una frase (fin troppo abusata, forse) di Ernesto “Che” Guevara, idolo giovanile di gran parte di noi, la migliore qualità di un rivoluzionario è la capacità di sentire su se stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque, e, se vogliamo essere “rivoluzionari” davvero, se vogliamo provare a cambiare questo mondo con la forza delle nostre idee, dobbiamo cominciare proprio guardando “dalla nostra parte”, dagli errori commessi da chi sosteneva di agire nel nome del socialismo, nel caso specifico, condannando apertamente il genocidio compiuto dall’esercito titino ai danni dei nostri compatrioti.

A questo scopo, per riuscire finalmente a “spoliticizzare” quelle che dovrebbero essere giornate di riflessione e compassione (intesa, alla latina, come compartecipazione del dolore), alcuni propongono di unificare queste due ricorrenze, dando così vita ad un’unica giornata-calderone di commemorazione. Quest’idea, a mio avviso, può essere una buona proposta, in via teorica, ma vi sono, al contempo, alcune questioni di non poco conto che resterebbero in sospeso: innanzitutto, non è detto (anzi, è altamente improbabile!) che, unificando il ricordo di questi due drammi, si unificherebbero anche le coscienze degli italiani. Intendo dire che, molto probabilmente, si assisterebbe all’ennesima contrapposizione tra fazioni opposte, esattamente come accade ora, con la differenza che il tutto non sarebbe dilazionato nel giro di due settimane circa, ma concentrato in sole ventiquattr’ore. Un’altra pecca a questa proposta sta nel fatto che, nel tentativo di sanare queste becere contrapposizioni ideologiche, si rischierebbe di banalizzare il ricordo, finendo per dimenticare la specificità che ognuna di queste tragedie ha. Ricordare le vittime dell’Olocausto e delle Foibe (nonché di tutti gli altri genocidi della storia, ovviamente) è un dovere, oltre che un diritto, ma allo stesso tempo è un dovere anche ricordare le differenze e le peculiarità che ognuna di queste ignobili pagine di storia porta con sé.

Unire queste tristi ricorrenze, per cui, potrebbe essere controproducente, almeno fino a che non saremo in grado di mettere da parte queste “beghe da osteria”, in nome di una più alta causa com’è quella di cui stiamo discutendo. Chiaramente, questo è un compito che spetta a ciascuno di noi, iniziando dalla classe politica (sì, pare impossibile, ma dovrebbe spettare in primis a loro) e dalla cosiddetta società civile.

Sia chiaro, sono realista: non credo che un cambiamento di mentalità così epocale possa avvenire da un giorno all’altro e nemmeno da un anno all’altro, ma, come in tutte le cose più importanti, nulla cambierà mai se il cambiamento non inizia proprio da noi stessi, se ognuno di noi non fa quanto è in suo potere, per quanto poco possa essere. E io ho cominciato con quest’articolo.

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19 comments

  1. chi ha politicizzato la cosa, non lo fa certo per far ricordare i morti, ma solo per continuare a dividere i vivi.

  2. chi ha politicizzato la cosa, non lo fa certo per far ricordare i morti, ma solo per continuare a dividere i vivi.

  3. …le persone trucidate sono state vittime dei nazionalismi contrapposti, la lezione da trarre è relativa al loro superamento…

  4. Finalmente sento qualcuno parlare come persona di SINISTRA.
    Shoah, Porrajmos, Foibe .. tutti i genocidi sono da ricordare, da rendere omaggio alle vittime. Non è che un genocidio è giusto perché commesso dai rossi e sbagliato perché commesso dai neri. E viceversa. Ci sono sì motivazioni diverse, preamboli, contesto storico o culturale. Ma alla fine, sono sempre morte migliaia di persone per futili motivi. Troppo nero, troppo ebreo, troppo omosessuale, troppo comunista, troppo fascista, troppo parente di fascista, tropo parente di comunista, troppo libero pensatore, troppo agnostico o troppo ateo o scientifico, troppo handicappato o troppo ritardato..
    Chissà come che si trova sempre una scusa per uccidere e sempre meno per dialogare; sempre una scusa per non assumersi responsabilità.
    Forse perché alla base io sono sempre meglio di te ..

  5. Neanch’io dimentico cio che noi abbiamo subito……caro amico …a questo punto non ci sto a questo tuo cla ssico discorso di italiani comunque e sempre vittime innocenti …mi sa che devo ricordarti di una certa commissione storica mai publicata in Italia dove ci sono dati e numeri precisi e chiari senza discorsi di parte come anche tu sei bravo a recitare …qua nel Isontino ne abbiamo le palle piene dei vostri piangistei ……per finirla qui ti preciso ancora un dato che probabilmente ti sfugge ……gli Italiani dalle mani pulite ancora oggi vivono tranquillamente con tutte le tutele di minoranza in quelle terre occupate da voi ….!

  6. per il commento che hai fatto ….sulla pagina ti sta meglio il Duce ….che non il grande Enrico ….!

  7. la realtà è che certi avvenimenti vanno tenuti ben distinti: la shoa deve restare,nella sua unicità, la memoria scolpita nel tempo delle conseguenze del culmine dell’antisemitismo, un sentimento osceno che permea la società occidentale dall’epoca dell’imperatore Costantino e NON E’ NEANCHE ASSIMILABILE SEMPLICEMENTE AL RAZZISMO TOUT COURT. Quella delle foibe è un altro tipo di tragedia: è la reazione bestiale a quella che l’articolista definisce “”opera di italianizzazione” e che in realtà consistette in una serie di ripugnanti crimini di guerra da parte delle truppe italiane (incendio di villaggi con gli abitanti chiusi nelle case, esecuzione delle donne incinte con ordine di mirare all’addome per eliminare sicuramente il nascituro, ecc. – tutti fatti accertati dai processi ai criminali di guerra come il generale Pirzio Biroli). A guerra finita l’asse DC-PCI del governo costituente e gli alleati (in particolare Churchill) fecero in modo di insabbiare l’inchiesta sui crimini commessi in Jugoslavia facendo fuggire il capo dei servizi segreti fascisti (OVRA) gen. Roatta dal carcere e facendo arenare e fallire il processo a suo carico promosso dall’ alta corte per la repressione dei delitti del fascismo (presieduta dal padre di Enrico Berlinguer), corte che venne addirittura cancellata lasciando in piedi solo il molto meno efficiente Ufficio Epurazione. In cambio dell’ assenso a tutto questo schifo, il PCI, Stalin e Tito ottennero il silenzio sulle foibe, aggiungendo schifo allo schifo. Nella nostra epoca barzelletta ne abbiamo fatto una diatriba stucchevole tra dx e sn, ma in realtà è tutto più grave perchè,se ci fosse stato allora un grande evento mediatico  come il processo di Norimberga, forse avremmo evitato, in tempi più recenti, gli orribili crimini etnici della guerra in Bosnia. Norimberga è stata una trave nella coscienza tedesca che ha bloccato ogni rigurgito nazista serio per cinquant’anni. La tragedia delle foibe, lasciata celebrare alla destra e svincolata da ciò che l’ha preceduta, rischia di diventare non un terribile monito contro tutti i nazionalismi (perchè questo è), ma un inno al nazionalismo italiano, perdendo ogni significato

  8. Bisognerebbe ricordare anche il massacro dei meridionali del 1861. Ma a quello pochi ci pensano.

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