Da Comiso alla Val di Susa: quando la ragion di Stato è uno specchietto per le allodole

A Comiso erano arrivati, percorrendo una vecchia strada provinciale proveniente da Catania, nei modi più svariati: in macchina, in moto col sacco a pelo, sui pullman, perfino con l’autostop, sui camion degli autotrasportatori di primizie. Era d’estate, l’8 agosto 1983.

I ragazzi volevano opporsi all’installazione dei Cruise, impedire agli automezzi militari di portare i missili nucleari e alle impastatrici degli operai di entrare nell’area sorvegliata. La ragion di Stato, fino a quel momento, aveva vinto e il programma del governo, in accordo con gli Usa, era andato avanti.

Gente di tutte le età si era data appuntamento e si apprestava ad esprimere una protesta pacifica. Erano gruppi di pacifisti, giunti da ogni parte d’Italia, e anche d’Europa, per fare blocco davanti al cancello dell’aeroporto del Magliocco. Erano giovani e meno giovani: nuovi obiettori di coscienza, pacifisti storici, antifascisti che avevano fatto la Resistenza, ex sessantottini, autonomisti, antagonisti. C’erano pure molti bambini che osservavano con curiosità i poliziotti schierati a muro davanti al cancello e i pacifisti che si erano accovacciati a semicerchio per terra in duplice fila.

C’era il movimento delle donne: giovanissime, che portavano giacche indiane e la kefiah sopra le spalle, erano state loro a bloccare i camion, semplicemente infilandocisi sotto, fra ruota e ruota. E così i Cruise avevano dovuto aspettare, ancora. Alcune di loro avevano usato un modo davvero singolare e stravagante: erano arrivate al cancello della base militare con enormi gomitoli di lana ed avevano cominciato a fare il girotondo fra i poliziotti esterrefatti, svolgendo il filo finché cancello, poliziotti e ragazze non avevano finito per essere tutti avvolti in una “ragnatela” colorata, chiamata pace.

Sul muro sovrastato dal filo spinato, dietro una lunghissima fila di eucalipti, quel giorno i pacifisti avevano appeso un enorme striscione di tela con la scritta: «Vogliamo vivere, vogliamo amare, diciamo no alla guerra nucleare!».

Si era giunti a quel giorno, dopo lunghe polemiche, dure contrapposizioni, infiniti discorsi. La Dc, il Psi di Craxi e i partiti laici minori (in particolare il Pri di Spadolini) si erano schierati compatti a difesa delle decisioni del governo. Il Pci locale, così come la federazione giovanile, aveva appoggiato senza distinguo la protesta anti-nucleare, ma dalla direzione nazionale era arrivato l’ordine di mantenere la calma e di non sbilanciarsi troppo. La stampa, i media, i palazzi della politica, avevano fatto notare ai cittadini di Comiso che l’arrivo degli americani (centinaia di famiglie che si spostavano per accompagnare i militari) avrebbe ravvivato tutta l’economia della zona. L’unica cosa ravvivata, in realtà, era stata la mafia, che aveva iniziato ad acquistare i lotti per speculare sulla costruzione delle case nei dintorni della base.

In pochi, nelle istituzioni, presero le difese dei giovani pacifisti. Tra questi, il Presidente della Repubblica, Pertini, che già qualche tempo prima, al Consiglio d’Europa a Strasburgo, si era espresso apertamente in favore di un disarmo totale, lo rimarcò nel consueto messaggio di fine anno del 1983. Berlinguer fece notare al governo che forse non era il caso di insistere vista la vicinanza con l’anniversario della bomba atomica sganciata su Hiroshima.

A dire il vero, in quel caso, la politica non ebbe neppure il tempo, né la capacità, di gestire la situazione e di narcotizzarla a suo modo. Si verificò, infatti, qualcosa di spontaneo, mai prima accaduto nella movimentata storia siciliana: era partita un’ondata di protesta che aveva presto superato lo stretto di Sicilia, per raggiungere le più importanti piazze d’Italia, valicando anche i confini nazionali. In pochissimo tempo si formarono dei Comitati per Comiso per impedire la realizzazione del progetto della Nato. Migliaia di persone nelle piazze a manifestare. A differenza del passato, il movimento di massa non fu gestito dai partiti, né dai sindacati, ma rimase una spontanea forma di mobilitazione in cui si trovarono uniti gruppi ecologici indipendenti, associazioni di cittadini, comunità religiose, classi scolastiche, contadini, commercianti, semplici cittadini.

Quel giorno, schierati a difesa degli operai che dovevano costruire la base missilistica, c’era una folta schiera di poliziotti e carabinieri, fatti partire di prima mattina dalle caserme della vicina Ragusa e di Catania. Erano giovani anch’essi, e stavano schierati in piedi, nelle loro divise cachi e azzurre, davanti al cancello, a fronteggiare i giovani pacifisti accovacciati per terra. Era una situazione simile a quelle che Pasolini aveva già descritto molti anni prima nei suoi pungenti articoli sul Sessantotto, sui borghesi, studenti e poliziotti.

Mentre la manifestazione si svolgeva assolutamente in modo pacifico, ad un certo punto accadde qualcosa di imponderabile. Mentre i giovani lanciavano improperi e accuse ai politici, alcuni agenti, impauriti dall’aggressività verbale, presero l’iniziativa e li caricarono alle spalle. I militari davanti al cancello, anche loro, si avventarono contro gli altri ragazzi, che non ebbero neppure il tempo di alzarsi. Per paura della reazione, gli agenti iniziarono a picchiare con i loro bastoni, sopra le teste e le braccia dei ragazzi, chiusi là in mezzo. Prima si sentirono urla e lamenti, poi un grande polverone si levò dalla terra. Alcuni riuscirono ad alzarsi e a scappare dai lati verso i campi. Altri agenti, presi alla sprovvista da alcuni giovani che avevano risposto alla carica, iniziarono a sparare i lacrimogeni. Altri ancora inseguirono i ragazzi e le ragazze che scappavano, coinvolgendo negli scontri anche medici e infermieri, preti, giornalisti e fotografi, che avevano cercato, inutilmente, di far tornare la calma. Alla fine della giornata si contarono 18 fermati e circa un centinaio di feriti e contusi, di cui 4 molto gravi.

Subito gli italiani solidarizzarono con il movimento. Il Pci, come accadde in tutte le più importanti battaglie sui diritti, seguì a ruota la società civile. Poi vennero Chernobyl e il referendum vinto contro il nucleare civile. La vicenda si concluse, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della contrapposizione dei blocchi Usa-Urss, con la smilitarizzazione dell’area dell’aereporto di Comiso e con la vittoria dei gruppi pacifisti.

In Val di Susa, il 25 febbraio 2012, c’è stato un corteo variegato e pacifico.
La giornata di mobilitazione contro la Tav, cioè la linea dell’Alta Velocità Torino-Lione, ha visto protagonisti  diverse realtà sociali provenienti da tutta Italia, dai gruppi locali ai centri sociali, dalle associazioni ambientaliste ai movimenti per l’acqua pubblica, dai collettivi studenteschi alla Fiom, da alcuni partiti di sinistra a semplici cittadini: altro che violenti assalitori, soprattutto tantissime donne, vecchi, bambini, stranieri.

Al di là dei toni accesi dei leader dei diversi gruppi, persino ai giornalisti perbene, quelli in buona fede, pare evidente che nel movimento non ci siano cannibali. Sacchi a pelo fra l’erba alta, tende, mucchi di cartacce e lattine vuote rigorosamente raccolte in un canto dello spiazzo, due bambine che osservano con curiosità i poliziotti. In fondo allo spiazzo, seduti in circolo per terra, un gruppo di ragazzi che mangiano mele e parlano a bassa voce. Mentre uno parla, due ragazze fanno il giro, traducendo nelle varie lingue: un sorriso di comprensione passa così da una barba all’altra mentre esse passano da un orecchio all’altro.

Le ragioni della protesta sono, in sintesi, il devastante impatto ambientale, gli alti costi dell’opera, la mancanza di dialogo con le popolazioni locali da parte dei governi e delle forze di maggioranza in parlamento. Cori, slogan e musica caratterizzano il corteo composto da migliaia di persone, con in testa i familiari degli attivisti arrestati in precedenza per alcuni scontri con la polizia. Poi, com’è accaduto già in altre occasioni passate, per esempio nel luglio 2011, alcuni gruppi isolati di violenti hanno cominciato a lanciare pietre e petardi e a ingaggiare scontri con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche ed uso di gas lacrimogeni. No, non è un covo di violenti il movimento No-Tav. Chissà se il popolo italiano solidarizzerà con loro come accadde con i pacifisti di Comiso.

A prima vista, si tratta di due situazioni che potrebbero apparire molto diverse, eppure non lo sono affatto. La partita che si gioca tra popolazioni locali e ragion di Stato è la stessa. Ci sono di mezzo, come al solito, non solo visioni sociali e culturali diverse quanto interessi economici e finanziari. Solo per questo motivo si mobilitano i politici, i giornali, i media. Ogni giorno che passa potrebbe spezzarsi o allungarsi la corda che lega il Paese, almeno quella parte maggioritaria della popolazione che protesta contro la crisi economica, contro i tagli, contro la disoccupazione, contro la classe politica, alla Val di Susa. Ogni giorno che passa sembra allungarsi il filo spinato che recinta il Paese trasformandolo in un luogo dove il diritto del singolo cittadino è sempre più calpestato per far posto alla ragione economica di uno Stato sempre più lontano e severo.

La gente lontana, che guarda le vicende che si susseguono, la disgrazia del ragazzo No-Tav espropriato del suo terreno, caduto dal traliccio sul quale era salito per protestare, le accuse rivolte dal giovane antagonista impertinente al poliziotto impassibile, rappresenta la grande incognita di questa delicata vicenda. Gran parte di essa, pur manifestando a volte ammirazione per il significato e il coraggio di una protesta, altre volte repulsione per gli eccessi, vive questa storia con assoluto distacco, con indifferenza, nel migliore dei casi con rassegnazione. Non è facile discutere del senso vero delle ragioni della protesta, non è facile far riflettere sui pro e sui contro dell’opera, in una società che macina e consuma tutto nel giro di pochi minuti. Rassegnazione, disinformazione, quieto vivere, questi sono i sentimenti più comuni nella gran parte della popolazione italiana.

Ma per i giovani il discorso è un altro. I giovani toccano con mano la crisi, la mancanza di lavoro, la distruzione sistematica dell’ambiente, la necessità di andar via dal loro paese. Per questo c’è dentro di loro la rabbia del dissenso, la voglia dell’anticonformismo, un piccolo barlume di speranza e di idealità. La gente, annichilita dalla politica e dall’informazione, sembra non accorgersi del lungo inverno che si sta preparando. Ma forse i giovani no. Forse è grazie a loro che verrà anche qui da noi, dirompente e improvvisa, come è accaduto nei paesi arabi, la primavera.

10 commenti su “Da Comiso alla Val di Susa: quando la ragion di Stato è uno specchietto per le allodole”

  1. Ci sarebbe anche l’ installazione delle antenne del muos a 15 km da niscemi, di cui nessuno parla… Ma che stanno diventando una realtà. In barba a tutte le proteste pacifiche ed alle ricerche mediche che evidenziano i problemi che l’esposizione alle alte frequenze provocano alle persone.

  2. Sonoveramente confuso se questo movimento segnasse l’inizio di una nuova era ne sarei felice ma poi guardando la reazione della gente nelle varie situazioni vedo che ognuno lotta per salvare il proprio campo .per cambiare il modello di sviluppo ci si dovrebbe unire per creare un paese diverso tove tutti facciamo un passo indietro e dire che quello che non va è il sistema paese .invece ci troviamo che a parte la fiom nessuno da una solidarietà vera ai valsusini sull’art.18 ne parla solo il sindacato la fiat fa quello che gli pare e il paese non si rende conto che si sta imponendo un attacco a tutto il mondo del lavoro.mentre chi ha avuto il potere da sempre viene risparmiato nonostante i tentativi di ridimensionamento .e la colpa della crisi in atto viene scsricata su quelli che l’hanno subita e non solo gli tolgono quei pochi soldi che hanno ma gli tolgono i diritti dicendo che erano previlegi.
     

  3. io ricordo perfettamente le cariche, avevo 17 anni ed ero al campo pacifista con i ragazzi della FGCI (quando ancora il PCI..lasciamo stare..)ricordo che nel corso di una carica improvvisa in paese fui salvata di striscio da un ragazzo di napoli che mi cacciò sotto la sracinesca di un bar..

  4. Quanto Ribrezzo nel vedere i manifestanti in Val Di Susa … a parte i soliti 10-15 che manifestano per la propria terra il resto dei manifestanti è solamente un gruppo di mercenari che ignora ciò che è veramente la Val Di Susa … i manifestanti fanno schifo che vadano a lavorare per assicurare futuro ai propri cari piuttosto di manifestare per una cosa già scritta a tavolino … e se avete parenti in Valle beati i cellerini che gli spaccheranno la testa ( detto da un frequentatori di stadio ) riflettete pecore , riflettete .

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