La lotta alla parola “compagni” è qualcosa di più della lotta ad un antico aggeggio lessicale per definire un certo tipo di militanti: è l’ultimo fotogramma di quell’enorme rimozione culturale che ha consegnato il Paese al Berlusconismo.

Il Grande Sogno dietro la parola compagno

Noi vogliamo dare una speranza ai ragazzi, ai quali questa società non offre sicurezza di vita, di lavoro… non offre ideali che non siano quelli dell’evasione, dell’individualismo… offre solo la prospettiva di essere la rotella di un ingranaggio che funziona soltanto per favorire la prepotenza, il privilegio e la corruzione.
(Enrico Berlinguer, 1972)

Nel giorno del referendum di Mirafiori, del day after della direzione del PD e della bocciatura del legittimo impedimento, ho sentito il bisogno, quasi il dovere, di fare una riflessione su quella parola che sembra oramai essere diventata un tabù, ma che in realtà non lo è: la parola compagno.

Mi ricordo ancora quando un ignaro Fabrizio Gifuni parlò ad una platea di democrats, dicendo a metà del discorso: “cari compagni e care compagne”, scatenando le ire dei popolari e le proteste dei cosiddetti “nativi” del PD (gente cioè riciclata da altri partiti diversi da DS e Margherita).

Dimostrando non solo demenza, ma anche ignoranza.

Perché l’appellativo (oramai ridotto da certi pseudo-politicanti in salsa dc ad un insulto per il genere umano) è in realtà la cosa meno marxista che ci possa essere a questo mondo: dal latino cum panis, indica quelle persone che sono pronte a condividere tutto con gli altri, persino il pane. Un motivo più da ultima cena che da materialismo storico, eppure per “i nativi” o, peggio, gli ex-comunisti riverniciati a nuovo, è addirittura offensiva, perché saprebbe di vecchio e di antico.

Non capendo (o facendo finta di non capire) quello che Norberto Bobbio, all’indomani del Crollo del Muro di Berlino, aveva capito fin troppo bene (non a caso fino all’ultimo ha donato ogni singolo neurone per la costruzione di una nuova Sinistra): “O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?”

La lotta alla parola “compagni” è qualcosa di più della lotta ad un antico aggeggio lessicale per definire un certo tipo di militanti: è l’ultimo fotogramma di quell’enorme rimozione culturale che ha iniziato a tagliare le radici della Quercia (fondendo in uno 13 partiti) nella vana speranza di guadagnare maggiori consensi, e che alla fine ha rimosso uno ad uno ogni ricordo, ogni simbolo, ogni memoria di quella tradizione, fino a trasformarsi in qualcosa di diverso, in un Partito Democratico che sulla carta era vincente e che invece è nato morto, ammazzato dagli apparati di partito e dal nuovismo senza capo né coda del suo primo segretario, che da salvatore della Sinistra ne è diventato, suo e nostro malgrado, il becchino. E che adesso riscopre un modo di agire e di fare che avrebbe dovuto usare quando era segretario, non ora che è ridotto all’opposizione nel suo partito (e là rimarrà, perché le clientele post-comuniste rimangono saldamente nelle mani di D’Alema).

Mentre negli altri paesi si rinnovano e al tempo stesso si consolidano le proprie identità, l’Italia è l’unico paese nel quale in vent’anni si è cambiato quattro volte simbolo, mantenendo sempre la stessa classe dirigente (salvo i deceduti).

Rinnegare i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze della moltitudine di poveri, sfruttati, diseredati e disgraziati che affollano le strade di questo Paese, ma che scompaiono dalla percezione generale perché non appaiono sulle televisioni (dominio incontrastato di Berlusconi).

Ma tutto ciò non si spiega solo con il DNA burocratico-comunista che tutt’ora anima le loro menti (e che era l’unica cosa che dovevano abbandonare 20 anni fa). In alcuni anche in modo inconsapevole (il che è ancora peggio). Bensì per il fatto che sentendosi liberali, cadendo nell’amnesia, hanno espresso il nuovo conformismo, adattando ad esso l’antica forma mentis e i vecchi comportamenti.

Ne deriva che non esiste alternativa, perché tutto viene reso uguale, tutto viene eguagliato e infilato nel tritacarne, tutto viene reso così semplicemente e totalitariamente comunista (nel senso più deteriore del termine), che alla fine vince il padre del conformismo, che è espressione di quelle forze reazionarie che non vogliono il Cambiamento, perché questo scalfisce i loro interessi e privilegi e li costringe a mollare anche solo un’oncia delle loro ricchezze.

Su Obama ognuno può pensarla come vuole, ma c’è un dato di fatto ineludibile: Obama è il sogno socialista fattosi uomo, perché aldilà delle ideologie, delle parole, delle opinioni e delle strategie, un nero, socialmente ai margini, povero, senza mezzi propri, è riuscito a scalare la vetta della società e a sbaragliare privilegi, pregiudizi, provocando un pericoloso precedente per le classi dominanti al potere.

Se la Sinistra in questo schifoso Paese non si riappropria di un grande Sogno, che è quello di una società più giusta, fondata sul diritto alla vita e non sul dovere alla sopravvivenza per accrescere ricchezze, privilegi e ingiustizie altrui, allora questa Sinistra è morta, è condannata all’oblio e alla mortificazione politica, culturale, sociale, ideale.

Diceva Enrico Berlinguer:

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

Abolite tutte le parole che volete, privatemi del lessico e dei simboli, ma c’è una cosa che non potrete mai togliermi: il sogno di una società più giusta. Che è poi quel sogno celato dietro la parola compagno.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro “Casa per Casa, Strada per Strada”. Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

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