#Corbyn resta leader: la restaurazione è fallita

di Pierpaolo Farina e Gianluca Bogino

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Lo avevano dato per finito, morto, spacciato, una chimera alla Tsipras, buona solo per i sentimentalisti e pessima per poter governare. Eppure ieri, nonostante tutto, Jeremy Corbyn è stato rieletto leader del Partito Laburista britannico con il 61,8%, pari a 313,409 voti.

All’indomani del referendum del 23 giugno sulla Brexit, la vecchia guardia del Labour aveva scatenato una rivolta interna contro il suo leader, accusato di troppa morigeratezza nella campagna per il remain: undici ministri del governo ombra, tra cui  Seema Malhotra, segretaria al Tesoro, Heidi Alexander, ministro della Salute, nonché il responsabile per la Scozia Ian Murray, diedero le dimissioni, dichiarando di aver perso fiducia nelle capacità di Corbyn di continuare a guidare il Labour. Lo stesso Corbyn, poco prima, aveva silurato e sostituito Hilary Benn, ministro ombra degli esteri, particolarmente noto per un suo intervento in parlamento contro lo Stato islamico “fascista”, in quanto gli aveva comunicato di aver perso qualsiasi speranza nella sua possibilità di far vincere il Labour alle elezioni politiche. Pochi giorni dopo l’assemblea dei deputati del Labour aveva ufficialmente sfiduciato il proprio leader, con 172 voti a favore e solo 40 contrari.

Che il risultato del referendum implicasse una seria riflessione sulle responsabilità politiche del Labour era evidente, ma il sospetto è che una parte del Labour, quella vicina a Tony Blair, vera responsabile del disastro della sinistra britannica, non aspettasse altro per liberarsi di un leader scomodo, mai voluto e perfino giudicato da alcuni un avversario. E dire che l’ascesa di Corbyn, il 12 settembre dello scorso anno, era stata favorita da un forte rinnovamento all’interno del partito, con un boom di iscrizioni da parte dei giovani: quel leader sinistroide, per anni minoritario, pacifista, definito da tutti i giornali come troppo vecchio per guidare un partito e portarlo alla vittoria, quando dall’altra parte c’era un David Cameron così dinamico e giovane (oggi scomparso dai radar dopo la sonora sconfitta sulla Brexit), all’inizio non veniva considerato neppure un vero candidato (aveva raccolto le firme necessarie solo grazie ad alcuni parlamentari che volevano rendere la corsa alla segreteria più ricca e variegata). Invece l’entusiasmo, probabilmente la voglia di cambiamento, della base militante del Labour, lo aveva incoronato leader con quasi il 60% dei voti, iscrivendolo nella storia delle missioni impossibili e delle vittorie ottenute contro tutto e contro tutti.

Corbyn ha recuperato le radici della storia del Labour, facendo tornare di moda parole d’ordine come uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, tre concetti dimenticati dal “New Labour” di Blair che assicurò il governo per 13 anni in cambio dell’adozione delle politiche neoliberiste di cui si ubriacò la sinistra europea dopo la caduta del Muro di Berlino. Il tentativo di Ed Milliband di tornare a intercettare l’elettorato di sinistra deluso, senza però abbandonare quell’impostazione “moderna”, si rivelò un autentico disastro che riconsegnò a Cameron il paese, nonostante cinque anni di governo disastrosi.

Ecco come si giustifica quindi il grande successo di Corbyn, che si è premurato di circondarsi di un nutrito gruppo di intellettuali, incaricati di dare un profilo culturale e politico di peso al nuovo corso labourista. Una sorta di riforma protestante della Sinistra britannica, che però non poteva vedere favorevoli i becchini della vecchia guardia. Con buona pace per loro, però, la restaurazione è fallita.

Dopo nemmeno un anno, Jeremy Corbyn viene rieletto leader e nel suo primo discorso richiama subito all’unità: “Ricordate che nel nostro partito quello che ci accomuna è molto di più di quello che ci divide” e indica la strada per un cambiamento profondo che il Labour deve saper imprimere alla società britannica, sfidando apertamente i conservatori alle prossime elezioni. Tra i passaggi più significativi del suo discorso vi è il passaggio in cui considera “essenziale per un partito che vuole incidere nella società” quello di “discutere e anche essere in disaccordo” (una lezione che qualcuno nel Partito Democratico dovrebbe imparare). E poi, quel passaggio sulla giustizia sociale che è il vero cuore della politica di Corbyn: “Se, come me, credete  che sia uno scandalo che qui in Gran Bretagna, la sesta più grande economia del mondo, quattro milioni di bambini vivano in condizioni di povertà e sei milioni di lavoratori siano pagati meno del salario di sussistenza; se, come me, credete che le cose possano migliorare, allora aiutateci a costruire un’alternativa genuina che investa nel nostro futuro, un futuro migliore in cui la ricchezza che noi tutti creiamo venga distribuita più egualmente.”

La restaurazione è fallita. Ora resta da vedere se “quel concentrato di idee” che rivendica Corbyn essere la vera forza del Labour riuscirà a fare breccia nell’elettorato britannico, portando dopo quarant’anni al governo della Gran Bretagna un vero socialista. Intanto, “congratulations, Mr Corbyn“.

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