Il #Razzismo è di Sinistra?

Uno dei messaggi più perversi (e di successo) dei nazionalisti filo-Trump è che la xenofobia sia utile per difendere la gente comune. Insomma, sarebbe quasi una cosa di sinistra. Ed effettivamente in Paesi come Austria e Slovacchia anche i socialisti stanno assumendo toni inquietanti. Una sorta di razzismo puntellato su basi culturali ed economiche, insomma. Ma è nato davvero in difesa dei popoli?

Fino al Cinquecento l’unico senso di superiorità nutrito dagli europei nei confronti di arabi e africani era quello legato alla fede cristiana, dalla quale si riteneva che essi non fossero ancora stati illuminati. La situazione cambiò dal Seicento, in un crescendo di discriminazione: l’Occidente si incaricò di una ben più vasta missione civilizzatrice, volta a strappare quei popoli retrogradi all’hobbesiano stato di natura in cui ristagnavano. Ma l’icastico “fardello dell’uomo bianco” era perlopiù una giustificazione di moventi ben poco idealistici. Dal Seicento all’Ottocento la presunta inferiorità degli africani fu utilizzata per giustificare la tratta degli schiavi verso le Americhe. Anche quando nell’Ottocento venne abolita, la lotta allo schiavismo (allora effettivamente presente in molte società africane) fu addotta a pretesto per l’occupazione imperialista. Le potenze europee occupavano i territori per combattere la tratta, ma sostituivano la schiavitù con il lavoro coatto o salari da miseria.

Oggi accade qualcosa per certi versi simile. Dichiarando di esportare la democrazia, le nazioni atlantiche hanno devastato il Medio Oriente a suon di bombe. Proponendosi di diffondere la crescita economica, le élite imprenditoriali hanno infarcito il Terzo mondo di investimenti senza curarsi minimamente degli enormi squilibri sociali e ambientali provocati da questo modello di sviluppo. Insomma, la presunta superiorità occidentale a tinte razziste è immancabilmente strumentale al dominio politico-economico.

D’altronde ci si chieda perché il fondamentalismo islamico ha una tale portata nel mondo arabo e africano: non per una fantomatica virulenza intrinseca del messaggio coranico, ma per la diffusa esigenza di ribellione a questo sistema di sfruttamento neo-coloniale. Lo stesso sistema che spinge i sottili ceti medi dell’emisfero boreale ad attraversare in massa il Mediterraneo in cerca di fortuna, il medesimo che condanna le classi più povere di quelle società a scegliere tra la fame e la lotta armata in nome delle promesse palingenetiche religiose – le uniche rimaste dopo la caduta delle grandi utopie politiche novecentesche.

Non bisogna tuttavia nemmeno compiere la semplificazione opposta, santificando tutto ciò che non sia occidentale. In molte società del Terzo mondo gli interessi delle classi dominanti sono mantenuti grazie a forme di spietata violenza sulle donne e sulle minoranze. Da questo punto di vista, il principio della coesistenza a camere stagne sarebbe una sorta di applicazione globale del vecchio adagio “ognuno è padrone in casa propria”. Ebbene, non è possibile legittimare l’infibulazione o le persecuzioni religiose in nome della diversità.

Peraltro in tutte le culture esiste un nocciolo di valori legati al rispetto della persona in quanto essere umano, ne sono prova le comunità che lottano per i propri diritti pur non essendo occidentalizzate. Testimonianza di questa formidabile sintesi universale di valori è la Dichiarazione universale dei diritti umani: una sua applicazione piena e radicale in tutto il mondo determinerebbe un ordine di pace e prosperità. Ci vorrebbe quindi un cosmopolitismo egualitario che nasca dalle piazze, dalle scuole e dalle università contro il cinismo dei governi.

L’Occidente ha qualcosa da insegnare e altrettanto da imparare dal resto del mondo. Ma il primo passo per la realizzazione di un ordine mondiale fatto di pace e giustizia sociale è la rinuncia del suprematismo razzista: in fondo i padroni sfruttano senza fare differenze di etnia, religione e cultura, ma convincono i lavoratori del contrario per dividerli. Perché dovremmo stare al loro gioco?

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Samuel Boscarello

Sono nato a Caltagirone (CT) il 9 agosto 1996 e nella mia città ho frequentato il Liceo Classico “B. Secusio”. Adesso faccio parte degli allievi della Scuola Superiore di Catania e studio Storia, politica e relazioni internazionali presso l’università etnea. Il giornalismo e la politica sono le mie due grandi passioni: collaboro con diverse testate e blog occupandomi di svariati ambiti, sperando un giorno di trasformare questo impegno nel mio mestiere. Ho scoperto le idee di Berlinguer, e la loro meravigliosa attualità, imbattendomi un giorno quasi per caso nello storico discorso di Piazza della Frutta. Credo per questo che sia compito delle nuove generazioni guidare il cambiamento democratico con cui superare la disumanità di un mondo diviso in sfruttatori e sfruttati. Anche nella civilissima Italia. A gennaio 2014 ho fondato con un gruppo di ragazzi universitari e liceali l’associazione ParlaMente, che si propone di promuovere lo scambio di idee tra i giovani di ogni orientamento politico. Ascolto De André e i Queen, leggo George Orwell e Stephen King, adoro la saga di Rocky. Non mi piace l’ortodossia e non tollero l’intolleranza.

3 commenti

  1. Il razzismo……………NON E’ DI SINISTRA………!!!!

  2. IL razzismo è della gente ignorante,che condanna le diversità dei propri simili….

  3. potrebbe essere il primo criterio capace di sostituire le categorie dx e sx che molti danno per superate. Sembrerebbe che l’appartenenza ad una logica globalista o localista possa creare un senso di appartenenza superiore a quello di sinistra. Lo si vede da certe posizioni nostalgiche nazionaliste che si illudono di difendere il welfare attraverso un’autarchia antieuropeista

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