Spiegare il privilegio bianco a una persona bianca povera

di Gina Crosley-Corcoran

Anni fa una femminista su internet mi ha detto che ero una privilegiata.

“MA CHE CAZ…!” ho detto io.

Vengo da quel tipo di povertà che la gente non vuole credere esista ancora in questo Paese. Avete mai passato un rigido inverno nel nord dell’Illinois senza riscaldamento e acqua corrente? Io sì. A 12 anni facevate ramen noodles in un bollitore con l’acqua presa da un bagno pubblico? Io sì. Avete mai vissuto per un anno in un camper usando quello dell’appartamento di un parente a caso come indirizzo permanente? Noi sì. Avete mai frequentato così tante scuole elementari da ricordavi un quarto dei loro nomi? Benvenuti nella mia infanzia.

Così quando quella femminista mi ha detto che avevo il “privilegio bianco” le ho risposto che il colore della mia pelle non aveva fatto un c***o per impedirmi di essere povera. Lei, come ogni brava ed acculturata femminista farebbe, mi ha indirizzato verso l’ormai famoso pezzo di Peggy McIntosh del 1988 “White privilege: unpacking the invisible knapsack

Dopo una lettura dell’efficace saggio di McIntosh, è impossibile negare che nascere con la pelle bianca, in America, fornisca alle persone dei privilegi che gente con la pelle di un altro colore semplicemente non ha. Per esempio:

  • Posso accendere la tv o aprire un giornale e vedere gente della mia razza ampiamente rappresentata.
  • Quando mi parlano della nostra cultura nazionale o di civilizzazione, mi mostrano gente del mio colore che ne ha costruito quello che la mia cultura è oggi.
  • Se un poliziotto mi ferma o se mi chiamano per un problema col pagamento delle tasse, posso essere certa che non lo stanno facendo a causa della mia razza.
  • Se voglio posso decidere di stare per la maggior parte del tempo in compagnia di gente della mia razza.

Se leggete il resto della lista, vedrete che i bianchi e le persone di colore hanno un esperienza del mondo molto diversa. Ma sia chiaro: non è colpa vostra se siete nati bianchi. Ma che ve ne rendiate conto o no, ne traete dei benefici ed è colpa vostra se non mantenete vivo l’interesse sulla questione.

Capisco che il saggio di McIntosh possa essere preso in maniera sbagliata da alcune persone. Ci sono alcune cose in quella lista che ho sentito più provenire dal suo status di borghese che da quello di persona bianca. Io, forse più di altri, posso capire perché la gente bianca povera si arrabbi quando sente la parola “privilegio”. Da bambina sono stata costantemente discriminata a causa della mia povertà, e quelle ferite sono ancora vive. Ma fortunatamente la mia istruzione universitaria mi ha introdotto ad un termine più sfumato rispetto a quello di privilegio: “intersezionalità“. Questo concetto riconosce che le persone possono essere delle privilegiate per alcuni versi, ma non esserlo in altre situazioni. Ci sono molti tipi di privilegi, non solo quelli relativi al colore della pelle, che influenzano come le persone si muovono all’interno della società. Si tratta di cose con cui si nasce, non che si sono guadagnate, che ci danno delle opportunità che altri non hanno. Per esempio:

  • Cittadinanza: semplicemente essere nati in un certo Paese conferisce dei privilegi che i non cittadini non avranno mai.
  • Classe: nascere in una famiglia finanziariamente stabile può aiutare a garantire salute, felicità, sicurezza, istruzione e opportunità future.
  • Orientamento sessuale: se si nasce eterosessuali, ogni Stato di questo Paese conferisce dei privilegi per cui chi non è eterosessuale deve combattere presso la Corte Suprema.
  • Genere: nascere maschi significa poter camminare in un parcheggio senza preoccuparsi di essere stuprati e poi doversi difendere dall’accusa di essersi vestiti in maniera provocante.
  • Disabilità: se non si nasce o non si diventa disabili, probabilmente non si deve pianificare la propria vita intorno agli accessi per disabili, all’uso del braille o altri bisogni speciali.
  • Identità di genere: nascere cisgender (cioè, l’identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita) significa non preoccuparsi che usare un bagno o uno spogliatoio provochi pubblico oltraggio.

Come potete vedere, appartenere a una o più categorie di privilegio, specialmente essere maschi, bianchi, etero, borghesi e non disabili, è come vincere a una lotteria a cui non si sa nemmeno di aver partecipato. Ma questo non significa che ogni forma di privilegio equivalga ad un’altra, o che persone che ricadono in una categoria capiscano cosa significa far parte di una diversa. Razzismo e discriminazione sessuale non sono la stessa cosa, per esempio.

E mi raccomando: riconoscere un privilegio non significa essere colpevoli o doversene vergognare. Nessuno sta dicendo che i maschi, bianchi, etero, borghesi e non disabili, sono un branco di imbecilli che non hanno mai lavorato sodo. Significa semplicemente essere al corrente che altre persone devono lavorare un po’ più duramente per sperimentare cose che voi date per scontate (sempre che le sperimentino).

So che sono una privilegiata in molti modi. In quanto bianca e cittadina. Sono una donna cisgender. Non ho nessuna disabilità. Ho il privilegio che la mia lingua madre è anche la lingua del Paese di cui sono cittadina e in cui vivo. E sono nata con un’intelligenza e un’ambizione che mi hanno tirata fuori dalla povertà a cui altrimenti sarei stata destinata. Ho sposato un privilegiato, istruito, uomo bianco e borghese, che si aspettava da me che prendessi una laurea.

Ci sono milioni di cose in cui sperimento il privilegio, altre in cui certamente non lo faccio. Ma fortunatamente l’intersezionalità ci permette di esaminare le varie dimensioni e i gradi di discriminazione, denunciando i sistemi multipli di oppressione in cui viviamo.

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8 comments

  1. Credo che ci sia qualcosa di molto liberista nella discussione sul privilegio: si denuncia la disparità di condizioni di partenza come stortura della libera concorrenza (non tra prodotti, ma tra esseri umani).
    Ovviamente ad essere prese di mira sono le disparità non funzionali alla macchina produttiva (sesso, colore della pelle, orientamento sessuale…), mentre mai quelle che sono parte integrante della logica di mercato: qualcuno si è mai lamentato dello svantaggio dello stupido, del lavativo, del distratto e compagnia cantando?

    • Si denuncia la disparità delle condizioni di partenza. Punto. Io sono un’immigrata privilegiata: non devo sbattermi ogni tot mesi per chiedere il permesso di soggiorno o la visa. Un potenziale datore di lavoro non è scoraggiato dall’ammontare di scartoffie, tra me e un chimico nigeriano con lo stesso curriculum, quindi, sceglierà quasi sicuramente me.
      Non sono eterosessuale. Se decidessi di mettere su famiglia in Italia io e la mia ipotetica compagna risulteremmo coinquiline. Gli eventuali figli avrebbero formalmente un solo genitore pur vivendo con due adulti.
      Se fossi uomo nessuno si sorprenderebbe che abbia deciso di perseguire studi scientifici, né a un eventuale colloquio ci sarebbe il dubbio che mi prenda qualche mese di maternità.
      Non sono disabile. Posso prendere un appartamento al terzo piano anche se non c’è l’ascensore. Non devo prendere un cane guida per camminare per strada. Non ho bisogno di un’automobile modificata appositamente per me.
      LB

    • Perché è importante riconoscere di avere un privilegio? Perché combatte le discriminazioni. Chi in Irlanda ha votato a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso era in gran parte eterosessuale, gente eterosessuale che ha capito di avere la fortuna di far parte (almeno da quel lato) della maggioranza che comanda.
      LB

  2. È fuori discussione. Ma l’esito inevitabile è la la politica tutela antidiscriminatoria del “numero chiuso” (ovvero: si elencano gli ambiti del privilegio e si chiude il concetto di discriminazione). Il che non fa altro che creare categorie due volte discriminate lì dove lo svantaggio non viene riconosciuto.

    • Quali categorie?
      E non è una politica di tutela antidiscriminatoria, è una presa di coscienza individuale.
      LB

    • Il cui esito temo non possa che essere l’irrobustimento dell’attuale politica antidiscriminatoria, che si fonda proprio sulla necessità di supplire allo svantaggio iniziale dovuto all’appartenenza a determinate categorie svantaggiate, tassativamente determinate: religione, convinzioni personali, handicap, età, orientamento sessuale, razza (!), origine etnica e sesso. E un comportamento discriminatorio dovuto ad altri fattori? Non conta nulla, perché alla vittima non è riconosciuta la patente di svantaggiato.
      Il problema vero a mio avviso non è il vantaggio in partenza, ma il vantaggio in arrivo. Anzi, ci scorgo sempre un principio di fregatura dell’uguaglianza formale quando il problema viene ridotto alla partenza: l’ultima volta abbiamo avuto le chiudende delle terre comuni, che hanno trasformato i contadini feudali in minima parte in proprietari e in massima parte in proletari. Ma di che si lamentavano? Alla fine l’uguaglianza formale era garantita…

    • Ma nessuno qui sta proponendo leggi speciali a tutela degli animali in via d’estinzione, è un discorso tra lei che scrive e tu che leggi.
      Ti senti discriminato per altri versi? Benissimo. Non è una lista chiusa.
      Ma permetterai anche che non è una lista scema? Io come sia la vita di un disabile per fortuna non lo so. Questo è un fatto, non lo posso negare, però posso decidere cosa farne, incluso non farmene nulla.
      Mi sembra che invece sia pericoloso dire che c’è un’infinità di categorie svantaggiate, perché è come dire che non ce n’è nessuna.
      LB

    • Il fatto è che non colgo la conclusione del discorso. “Sono povera, ma avevo dei vantaggi di partenza che altri non hanno”. E dunque? Sei meno povera? No, tu stessa ammetti che non è così. E allora? Sei più colpevole per aver fallito nella vita mentre altri che erano neri, omosessuali, disabili, ecc. hanno avuto successo? Sei meno meritevole di aiuto? Sei da gettare nella spazzatura del libero mercato?

      Riflessione solo vagamente in tema a margine.
      Tempo fa vidi un test che veniva condiviso su facebook: quanto sei svantaggiato. In pratica ti faceva domande strane (“ti hanno mai chiesto di poterti toccare i capelli?”) e sulla base delle risposte ti davano tot punti-svanataggio. E la gente lo faceva e lo condivideva, vantandosi se aveva punteggi alti, forse perché così poteva vantarsi maggiormente dei risultati conseguiti nella vita, o forse perché i punti-vittima nel dibattito odierno fanno comodo per la loro potenza retorica.
      Era quindi abbastanza pietoso vedere gente che nella vita “aveva vinto” collocarsi con piacere tra le vittime perché omosessuale, nata in zona disagiata o da famiglia povera. E’ chiaro che era gente che godeva del privilegio di aver avuto ciò che serviva per superare quello svantaggio particolare, ma che nella nostra mentalità, fatta di film americani sul riscatto sociale e sul misero pioniere vittorioso contro tutto e tutti, aveva bisogno di punti-vittima per giustificare e nobilitare la propria vittoria.
      E’ qualcosa che mi fa paura, perché il self-made man mi fa abbastanza paura: è più portato per non avere pietà, perché è convinto che tutti, come lui, abbiano avuto la propria chance e che però l’abbiano sprecata. Se poi il moderno pioniere del mercato può sfoderare un gran numero di punti-vittima, questa sua intima convinzione sarà socialmente del tutto giustificata.
      In fondo è dal garage di Steve Jobs che è venuta una spaventosa fabbrica cinese.

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