Berlinguer FIAT

La replica di Paolo Guzzanti su Berlinguer

Paolo Guzzanti ha replicato, in forma di commento, al mio articolo, in cui criticavo alcune sue tesi di un suo intervento su “Il Giornale. Ripubblico qui la sua “replica”, seguita dalla mia. PF

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Salve, sono Paolo Guzzanti. Ho letto con la massima attenzione (e un po’ di orrore) i 124 commenti all’articolo che mi riguarda. Vorrei sapere se qui è ammesso o no il diritto di replica. Certo, questo commento è una replica, ma sono stato investito da una valanga di insulti molto puerili e per nulla – ma proprio per nulla – di sinistra.

Posso dire che io ero amico di Enrico Berlinguer, che credo nessuno di voi abbia conosciuto, e non mi sono affatto sognato di offenderne la memoria. Tutto il vomito, le ingiurie, il leit motiv della fogna e tutto lo stile degli insulti personali sono quanto di più opposto alla mentalità, allo stile anche di dura lotta politica di Enrico, il quale non avrebbe mai tollerato un simile sciocco, puerile linguaggio né su Rinascita né sull’Unità e neanche su un giornaletto della Fgci.

Io ho fatto un ragionamento storico che non mi sono inventato, ma che fa parte della storiografia: Berlinguer voleva affrancare il PCI dal controllo sovietico, ma non riuscì del tutto, a rischio della pelle (i russi tentarono di farlo fuori in Bulgaria) in questo intento.

Per questa importante operazione, che ho definito generosa, Berlinguer decise di enfatizzare la “superiorità morale” dei comunisti. Ciò provocò una forte reazione al di fuori del Pci, ma anche all’interno del partito dove l’area laica temeva l’eccesso di cattolicesimo che veniva sia dalla famiglia dei marchesi Berlinguer (la moglie e lui stesso cattolici), sia dall’enfasi usata da Berlinguer nello scegliere santa Maria Goretti come un modello per i giovani. Ecco, adesso potete riprebdere a scatenare tutti gli orifizi, le ingiurie scatologiche e sudicie che Enrico mai avrebbe tollerato, proprio perché era Berlinguer e non somigliava ad alcuno di voi.

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 Gentile Guzzanti,

come vede, il diritto di replica c’è ed eccome.

Per quanto riguarda la valanga di insulti ricevuti dai lettori di questo blog, se ne faccia una ragione: mi è capitato di leggerne di peggiori, riferiti alla mia persona (certi grillini a cui non piacevano certi nostri articoli ci hanno augurato morte e galera). Fa parte dei rischi del mestiere: io, sinceramente, non ci faccio più caso, anche perché non avrei tempo a rispondere uno ad uno.

Del resto, non che sul giornale su cui lei scrive ci siano persone che si discostino da un certo tipo di argomentazione basata sull’insulto e sul “leit motiv della fogna”, come lo chiama lei, con la differenza che i suoi “colleghi” hanno la pretesa di definirsi addirittura giornalisti (mentre questi sono l’equivalente facebookiano dei commenti da bar). Non sto qui a ricordare la vicenda del mio omonimo, per fortuna solo nel cognome, che firmandosi Dreyfus ha determinato la condanna con relativi arresti domiciliari del suo direttore.

Andando a Berlinguer, lei ha fatto un ragionamento storiografico che non fa una grinza: il punto è che, come ben saprà, la storia è una cosa, la storiografia un’altra. Una si basa sui fatti, la seconda si basa sulle opinioni, almeno così trattano la differenza oggi nelle università. Per fare un’analogia col mondo dell’arte, una cosa è il dipinto e un’altra il soggetto immortalato.

Tutte le opinioni sono legittime, ma quando non si basano sui fatti, inevitabilmente perdono consistenza e valore: come dimostrano i fatti, il percorso di autonomizzazione da Mosca del Pci inizia molto prima della segretaria Berlinguer. Molti infatti si dimenticano di parlare di Togliatti e dell’VIII Congresso del Pci, svoltosi nel dicembre ’56, in cui “Il Migliore” si sforzò di dare una nuova “razionalità comunista”, dopo la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Chruščëv al XX Congresso del PCUS. Nelle tesi di quel congresso, infatti, Togliatti superò le reticenze sulla questione democratica, accettando il pluralismo e l’alternanza, prima accettati solo nella fase precedente all’avanzata del socialismo, non a socialismo realizzato, lanciando la famosa formula dell’unità nella diversità, sostenendo che non ci fossero più uno Stato e un partito guida.

Da lì in poi iniziò un lungo percorso che avrebbe portato poi il Pci, nella figura di Berlinguer, allo strappo definitivo da Mosca, dopo i fatti polacchi, confermato poi nell’ultimo congresso in cui venne eletto segretario, il XVI, nel marzo ’83, dove la mozione di Cossutta, filo-sovietica, si fermò al 5%. Lei, e in generale i detrattori di Berlinguer sul ritardo nello strappo, ritiene che una mozione filosovietica nel Pci agli inizi degli anni ’70 avrebbe raccolto solo il 5%, senza il lungo lavoro, politico e culturale, portato avanti da Berlinguer stesso, sin prima della sua elezione a segretario? (le faccio notare che fu incaricato da Longo di presiedere la delegazione comunista alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti ed operai già nel ’66, quando era solo segretario regionale del Lazio, e riuscì a ritardarla fino al ’69, in cui pronunciò il primo NO italiano a Mosca).

Anche per questo Mosca vedeva Berlinguer come il fumo negli occhi e, come lei giustamente ha ricordato, tentarono di farlo fuori il 3 ottobre 1973 a Sofia, in Bulgaria. Mi chiedo però perché non ha ricordato questo evento ai suoi lettori su “Il Giornale”.

Senza contare che la sua ricostruzione fondata sul fatto che Berlinguer, per autonomizzarsi da Mosca, abbia usato la questione morale per legittimarsi in patria non ha alcun fondamento: basta analizzarne i discorsi, le interviste e, soprattutto, basta fare attenzione alle date. Benché complementari, nella generale teorizzazione della “terza via al socialismo”, l’autonomizzazione da Mosca e la battaglia sulla Questione Morale viaggiano su binari paralleli e non comunicanti.

Quanto all’eccesso di cattolicesimo “dei marchesi Berlinguer”, le faccio notare questo: benché avesse origini nobiliari, la famiglia Berlinguer non aveva alcun titolo, perso chissà in quale ceppo. Glielo possono confermare, oltre ad Enrico Berlinguer stesso nella famosa intervista a Gianni Minoli, anche suo fratello Giovanni e sua figlia Bianca, che non credo avrà difficoltà a contattare, nel caso.

Quanto al cattolicesimo, Enrico Berlinguer non era cattolico: qui le basta andare a rileggersi l’intervista che rilasciò ad Enzo Biagi, sulla Stampa, il 24 ottobre 1972, in cui l’ex-leader del Pci sottolinea chiaramente di essere ateo, mentre ammette la cattolicità di sua moglie Letizia.

Su Maria Goretti (ai tempi non santa), Enrico Berlinguer ne parlò un’unica volta quando era leader della Fgci, quando nel Pci era ancora molto forte (non che negli anni successivi non fosse presente) un forte perbenismo, derivato dalla concezione dei dirigenti del partito che si dovesse dare l’esempio per non spaventare troppo “l’elettorato” (motivo per cui lo stesso Massimo D’Alema ha dichiarato qualche anno fa di essere stato costretto a sposarsi per fare carriera, ai tempi della segreteria regionale pugliese, perché nel partito non vedevano di buon occhio che il leader regionale convivesse con la sua donna).

In particolare, Berlinguer paragona Maria Goretti, che si fa uccidere per difendere la virginità, alla giovane partigiana Irma Bandiera, torturata a morte dai nazisti per non aver voluto tradire i suoi compagni, citandole entrambi come esempi di virtù delle ragazze italiane. (cfr Chiara Valentini, Berlinguer, p. 99). In particolare, nel discorso “incriminato”, cerca di dimostrare come lottare per le proprie idee e morire per esse sia un esempio da seguire sempre, cosa che affermerà anche dopo, ma mai propose Maria Goretti come esempio da seguire per i giovani.

Detto questo, se non era sua intenzione accusare di “doppia morale” Enrico Berlinguer nel suo articolo, l’effetto inintenzionale è stato proprio questo. La prossima volta, fossi in lei, starei più attento a tirarlo in ballo, anche perché, per quanto riguarda gli umori dell’elettorato, la storia ha dimostrato che gli scandali fanno più male alla Sinistra che alla Destra (altrimenti non si spiegherebbero le vittorie di Berlusconi e il suo odierno recupero).

Che gli eredi di Enrico Berlinguer abbiano messo in soffitta praticamente tutto quello che rappresentava, a partire dallo stile, è cosa nota: dargli la colpa anche di questo, sinceramente, mi pare eccessivo.

Cordialmente,

Pierpaolo Farina

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

22 commenti

  1. Tranquilli, tanto continueranno a mistificare la realtà.

  2. Morena Bellotti attraverso Facebook

    Guzzanti ,il solo fatto di aver fatto parte del PDL ti sminuisce come uomo e come politico.Non azzardarti nemmeno a citare Berlinguer,non ne sei degno.

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