La teoria del potere in Harry Potter

L’articolo di Pierpaolo Farina di qualche giorno fa mi ha aperto gli occhi. Ebbene sì; può una saga fantasy scritta per bambini contenere elementi teorici di politica? La risposta è sì, e molti sono i fattori riconducibili a supporto di questa tesi, oltre al tema già citato da Pierpaolo Farina. J.K Rowling infatti inserisce ben di più nelle sue sette fatiche del maghetto di Hogwarts; come i riferimenti costanti alla lotta fra il bene e il male, come lo scontro epocale fra Albus Silente e Gellert Grindelwald, occorso durante il 1945, quando nel mondo “babbano” imperversava l’orrore della II guerra mondiale. Albus Silente, valente mago e omosessuale, contro Gellert Grindelwald, teorico della supremazia dei maghi sul mondo babbano. Le analogie fattuali sono evidenti, ma la Rowling va oltre: la scritta all’entrata del carcere di Nurmengard (l’equivalente di Azkaban) è “Per il bene superiore”, che è la riedizione magica di “Il lavoro rende liberi” di Mauthausen, Dachau, Auschwitz. Il nome Grindelwald è tedesco (wald in tedesco vuol dire foresta) e Grindelwald è la cittadina dove visse Richard Wagner, di cui Hitler era grande ammiratore (nel film “Le Valchirie” Hitler pronuncia: “solo chi capisce Wagner può capire il nazionalsocialismo”.

Andando oltre, la Rowling inserisce il tema del potere e di chi lo detiene  attraverso il Ministero della Magia, il Ministro e la nota Dolores J. Umbridge. Ricorre spesso nel libro come il potere legale del Ministero cerchi di salvare la sua immagine incolpando innocenti sulla base di semplici sospetti o calcoli utilitaristici. Succede già nel II libro, quando Cornelius Caramell, per dare in pasto all’opinione pubblica la soluzione del problema-Basilisco, conduce ad Azkaban Rubeus Hagrid, completamente innocente riguardo la faccenda. Questa tecnica verrà poi usata in relazione a Sirius Black, evaso da Azkaban nel III libro, quando, nel corso del V libro, avviene una fuga di massa di mangiamorte dal carcere dei maghi, ad opera di Voldemort e dei dissennatori (a guardia della prigione e quindi sotto il controllo del ministero) ma passati al soldo del Signore Oscuro. In questo caso la Gazzetta del Profeta, il giornale dei maghi, fa passare come spiegazione logico-razionale la complicità di Sirius Black,  che in realtà combatte contro la minaccia oscura.

Quest’ultimo esempio ci serve per introdurre l’accountability del governante: per chi ha seguito la saga, saprà che Lord Voldemort torna vero corpo alla fine del IV libro nel cimitero del padre, dove trova la morte Cedric Diggory, compagno di scuola di Harry Potter.  Nel film Silente dice chiaramente che l’assassino è il ritornato mago oscuro, anche se il ministero non vorrebbe che fosse reso pubblico. Nel V volume il contrasto fra Harry-Silente e il ministero si fa acuto. All’inizio del libro infatti, Harry viene attaccato da dei dissennatori apparentemente sfuggiti al controllo del ministero. Per salvarsi Harry ricorre  alla magia, che non potrebbe usare fuori dalla scuola. Viene imbastito un processo contro di lui in cui ogni ragionevole diritto dell’imputato viene calpestato (nel film Caramell dice:”le leggi, se necessario, possono cambiare”). Lo scopo è evidente: far passare Harry come un pazzo squilibrato, poiché testimone scomodo del ritorno del Mago Oscuro che desterebbe fra la popolazione angoscia e caos. Silente già in un dialogo del precedente film aveva rimproverato a Caramell di non essere una guida responsabile per il popolo, e nel seguito si ha una chiara dimostrazione di questo, che riprende ogni elemento topico di una normalissima dittatura. Fango sulla persona scomoda (a questo proposito è utile ricordare le ultime campagne stampa de “Il Giornale”) e deviazione dell’opinione pubblica (Caramell imbastisce una campagna stampa contro Silente, temendo che voglia soffiargli il posto), nonché il controllo totale sulla cultura (l’arrivo della Umbridge, sottosegretario del Ministero, a Howgarts).

Le conseguenze dell’irresponsabilità del ministero sono nefaste;  si vede chiaramente nel corso del V libro, che culmina con la morte di Sirius Black e l’appurato ritorno del Mago Oscuro. L’inizio del VI libro è il sunto di questa irresponsabilità e lo si vede nel colloquio fra Caramell e il suo alter-ego babbano, il Primo ministro britannico (si pensa sia John Major, dato che l’anno è il 1996). Qui Caramell annuncia che è stato sostituito dopo che le sue campagne contro Silente e Harry Potter si sono palesate infondate e che sperava di appigliarsi al ragazzo per riacquistare la sua autorità ormai compromessa agli occhi dell’opinione pubblica. Il sostituto però non si dimostra migliore, poiché anche lui è alla ricerca spasmodica dello “scoop” per far vedere che il Ministero è forte. E’ quanto gli dice Harry quando apprende la notizia della cattura di Stan Picchetto, bigliettaio del Nottetempo, Mangiamorte a causa della Maledizione Imperius. Qui Harry ribadirà a Rufus Scrimgeour la sua totale fedeltà al solo Silente, senza voler diventare il fenomeno da baraccone del Ministero.

Sono tanti quindi i passaggi in cui la scrittrice fa ampi riferimenti alla politica, ma non può sfuggire quello più significativo. E’ raccontato dallo stesso Silente quando, alla fine della saga, spiega ad Harry del suo passato. E’ il trionfo della responsabilità, della coscienza dei propri limiti. Qui Silente afferma senza troppe remore che era indegno lui per raccogliere i Doni della Morte, che non era poi stato così diverso rispetto a tanti altri, e che non poteva essere un uomo che poteva comandare. L’aveva già dimostrato tante volte e altrettante ne ha avuto conferma, sibilando che chi sa fare buon uso del comando è chi si trova costretto dalle circostanze a comandare e non chi lo cerca spasmodicamente.

La Rowling quindi ha il grosso merito di aver spiegato “in volgare”  temi che solitamente entrano nelle nostre case tramite giornali e diatribe in televisione. Ovviamente non è un palliativo della teoria universitaria o di un manuale di storia, ma concetti come l’atrocità verso il diverso e il fanatismo della purezza della razza, la complessità e l’iniquità del potere sono qui spiegati con estremo realismo e semplicità.

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Giorgio Pittella

Sono nato a Milano un anno e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, da genitori lucani portandomi nell sangue le diverse percezioni della penisola. Da sempre appassionato di politica, vengo insignito del titolo di "sindacalista" sin dalla quinta elementare e "comunista" sin dalle materne, quando le maestre scrutano preoccupate un mio disegno sui funerali di Berlinguer, con falce e martello ben in vista. Ho coniugato la mia passione con i miei studi, iscrivendomi alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano, e scrivendo per Qds. Da sempre appassionato di giornalismo, specialmente quello d'inchiesta. Vedo calare drasticamente la mia media voti alle scuole medie dopo un articolo nel giornalino di classe in cui accusavo la prof. di religione di valutare secondo simpatie e antipatie, venendo così meno ai buoni principi cristiani. Tra le mie altre collaborazioni, ho scritto di politica per il sito web di una web-radio e ho scritto per un web-giornale universitario. Sono anche molto appassionato di storia, di filosofia, di arte e di musica e sfegatato tifoso juventino

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