La malattia infantile di certa Sinistra


C’è un paradosso che attraversa la sinistra italiana: mentre governa la destra più radicale della storia repubblicana, una parte dell’opposizione sembra concentrare più energie nel contestare l’opposizione stessa che nel contrastare il governo.

Una dinamica che, mutatis mutandis, richiama una riflessione formulata oltre un secolo fa da Lenin ne “L’estremismo, malattia infantile del comunismo“.

L’estremismo come limite strategico

In questo testo, pubblicato nel 1920 in vista del II Congresso dell’Internazionale Comunista, Lenin criticava duramente quelle correnti della sinistra comunista che rifiutavano qualsiasi compromesso, la partecipazione alle istituzioni parlamentari e il lavoro nei sindacati tradizionali.

Per Lenin, quella postura non rappresentava una prova di maggiore purezza politica, bensì un limite strategico: l’incapacità di incidere realmente nella società e di costruire un’alternativa di governo.

Naturalmente il contesto storico è completamente diverso e sarebbe improprio sovrapporre meccanicamente vicende separate da oltre un secolo.

Eppure, sul piano della dinamica politica, quanto accaduto mercoledì 8 luglio a Napoli richiama una questione che continua a essere di straordinaria attualità: quale funzione svolge una contestazione quando finisce per rivolgersi quasi esclusivamente contro chi rappresenta l’alternativa al governo?

Il rapporto tra dissenso e responsabilità politica

Sia chiaro: la contestazione è legittima. Il dissenso è un elemento essenziale della democrazia e nessuno dovrebbe scandalizzarsi se un’iniziativa politica viene contestata. Ogni sensibilità politica ha diritto ad una rappresentanza, anche una sinistra che non si rispecchia in una coalizione di centro-sinistra, e che non ha alcun interesse a farne parte.

A differenza della destra, che troppo spesso risponde al dissenso con la repressione, con l’introduzione di nuovi reati, con l’inasprimento delle sanzioni e con una progressiva limitazione degli spazi di protesta, il centrosinistra ha dimostrato di saper accettare il confronto.

La scelta dei suoi dirigenti di invitare sul palco chi stava contestando, anziché delegittimarli o allontanarli, è stata una risposta politicamente intelligente.

Una contestazione che, peraltro, arriva da un’organizzazione politica le cui articolazioni giovanili, studentesche e universitarie, in più occasioni, si sono rese protagoniste di episodi di aggressione fisica nei confronti di altre compagne e altri compagni, in barba alle rivendicazioni e alle ragioni che avevano portato gli stessi soggetti a partecipare alla stessa piazza.

In ogni caso, la legittimità della contestazione di ieri, non esaurisce il giudizio sulla sua efficacia politica.

La domanda da porsi è un’altra: a chi giova oggi concentrare energie, mobilitazione e conflitto contro il centrosinistra mentre il Paese è governato dalla destra più radicale della storia repubblicana? È davvero questa la priorità politica?

L’opposizione all’opposizione come cortocircuito politico

Da tempo una parte minoritaria della sinistra “extraparlamentare” e un’altra parte altrettanto minoritaria dell’opposizione centrista sembrano dedicate soprattutto a fare opposizione all’opposizione.

Il bersaglio privilegiato non è il governo, non sono le sue politiche sul lavoro, sul welfare, sui diritti, sulla scuola, sulla sanità pubblica, sul dissenso.

Il bersaglio diventa chi prova, con tutte le difficoltà del caso, a costruire un’alternativa. È un cortocircuito politico che finisce inevitabilmente per rafforzare chi governa.

Critica, costruzione e alternativa di governo

Criticare il centrosinistra è legittimo. Pretendere maggiore coraggio è legittimo.

Chiedere un programma più avanzato sul lavoro, sulla redistribuzione della ricchezza, sui diritti sociali e sulla transizione ecologica è non solo legittimo, ma necessario.

Trasformare però un’iniziativa dell’opposizione nell’occasione per colpire l’opposizione stessa rischia di produrre un unico risultato: indebolire l’unico campo politico che oggi può contendere il governo alla destra.

Dopo anni di divisioni, frammentazione e riformismi stanchi, il centrosinistra sembra finalmente aver imboccato un percorso di ricostruzione politica.

Non è un progetto perfetto, ma rappresenta oggi la prospettiva più credibile per costruire un’alternativa di governo.

Lasciarlo lavorare non significa rinunciare alla critica; significa comprendere la differenza tra una critica che migliora un progetto politico e una contrapposizione permanente che finisce per renderlo irrilevante.

La sfida della sinistra: governare il cambiamento

È sul lavoro, sulla lotta alle disuguaglianze, sulla difesa dello Stato sociale e sulla ricostruzione di una visione di Paese che il centrosinistra deve essere giudicato e incalzato.

Se saprà farlo, potrà restituire credibilità a un’area politica che per troppo tempo è apparsa incapace di rappresentare un elettorato che chiedeva una vera alternativa di sinistra.

Continuare invece a rivolgere il conflitto principalmente contro chi sta dall’altra parte della barricata rispetto al governo significa smarrire il senso delle priorità politiche.

Ed è proprio questo il punto che Lenin individuava più di un secolo fa: quando la ricerca della propria purezza identitaria prevale sulla capacità di costruire rapporti di forza e ottenere risultati concreti, il rischio è che “l’estremismo” diventi, ancora una volta, una “malattia infantile”.

Una definizione provocatoria, certo, ma che continua a interrogare chiunque anteponga la testimonianza alla possibilità di cambiare realmente le cose.

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