Referendum, quando anche i seggi “sicuri” smettono di esserlo

Il seggio 94 del Comune di Monza, presso la scuola Alessandro Volta, è uno di quei posti in cui, di solito, le elezioni non rivelano senza troppe sorprese. Quartiere borghese, elettorato moderato, una tradizione consolidata che vede il centrodestra — e più recentemente anche il terzo polo — raccogliere ampi consensi. Guardando ai risultati delle tornate precedenti, lo scenario sembrava già scritto.

E invece, fin dalle prime ore di domenica, qualcosa non torna.

Un’affluenza anomala

L’affluenza è sostenuta, ma non è solo una questione di quantità. Arrivano elettori con schede elettorali intonse, mai utilizzate. Altri consegnano tessere il cui ultimo timbro risale addirittura al referendum costituzionale del 2016. Non è il solito flusso: c’è un ritorno alle urne che va oltre la normale mobilitazione.

Nel seggio ce ne accorgiamo subito, anche se nessuno lo dice apertamente. Nei momenti morti — pochi, in realtà — si discute, si ipotizzano scenari, si ragiona su cosa potrebbe significare una vittoria del “Sì” o del “No”. Si mantiene un’apparente incertezza, quasi per scaramanzia. Ma dentro, almeno per me, prende forma una convinzione difficile da spiegare: questa volta potrebbe andare diversamente.

Anche il modo in cui le persone votano è indicativo. Entrano, ritirano la scheda, vanno in cabina e dopo pochi secondi sono già fuori. Nessuna esitazione, nessun ripensamento. È un voto rapido, deciso.

Nel pomeriggio, intorno alle 18, succede qualcosa che ormai si vede raramente: si forma una fila. Non lunga, ma sufficiente a creare un piccolo rallentamento. L’affluenza continua a crescere, e con essa anche quella percezione che qualcosa si stia muovendo sotto la superficie.

Personalmente, provo anche a indovinare il voto delle persone osservandole — un gioco, più che altro, per passare il tempo e sentirmi un po’ più in contatto con chi entra. Una specie di fisiognomica improvvisata, ma anche questo contribuisce ad irrobustisce le mie convinzioni personali.

La chiusura del seggio alle 23 mette fine alla prima giornata. Il lunedì ha un’atmosfera completamente diversa. Più silenziosa, più tesa. La stanchezza si fa sentire — dieci ore di sonno in due giorni, forse anche meno — e il ritmo è più lento. Ma gli elettori continuano ad arrivare, e non sono pochi.

Tra loro ci sono anche persone alla prima esperienza. Qualcuno prova a votare direttamente fuori dalla cabina. “È la prima volta che voto…”. E allora si ricomincia da capo: spiegazioni, pazienza, un sorriso. Fa parte del lavoro.

Verso le 14 arrivano gli ultimi votanti. L’ultimo, puntuale alle 14:55.
– “Devo mettere una X su quello che voglio?
– “Sì.
– “Posso farlo qui?
– “No, meglio in cabina.

Anche in quel momento serve calma, e tanta pazienza.

Lo scrutinio

Alle 15:00 si chiude definitivamente e si è pronti per lo scrutinio. Prima di iniziare, uno sguardo agli instant poll: testa a testa, con un leggero vantaggio del “No”. Un dato che accende un cauto ottimismo. In un seggio come questo, una vittoria del “No” significherebbe molto.

Si comincia a contare.

Le prime schede che apro sono tutte per il “Sì”. Una, due, tre, dieci. Solo “Sì”. Qualcuno scherza sul fatto che porto sfortuna. A un certo punto mi fermo, faccio una pausa, poi riprendo. E ancora: “Sì”. Sempre “Sì”. Nonostante tutto continuo a fare il mio dovere.

Poi però alzo lo sguardo. Il collega che conta i “No” è visibilmente più impegnato dell’altro. Ha più schede, si muove di più, sembra quasi in difficoltà nel tenere il ritmo. Forse i “No” sono davvero di più.

Lo scrutinio va avanti. A occhio, la situazione sembra equilibrata — e già questo, per quel seggio, è una notizia. Quando si arriva al conteggio finale, il dato conferma l’impressione: 287 voti per il “No”, 269 per il “Sì”.

Non è un distacco enorme, ma è sufficiente. E soprattutto è significativo, considerando il contesto.

A quel punto la sensazione diventa quasi certezza: se il “No” vince qui, può farcela anche a livello generale.

La vittoria

Si chiude tutto in fretta — il presidente ha persino una sorta di “gara” con un altro seggio su chi finisce prima — e si corre in Comune a consegnare i risultati. Intanto arrivano le proiezioni: il vantaggio del “No” cresce.

Cammino per Monza con il computer in mano, controllando gli aggiornamenti. Ormai la convinzione è piena: dopo aver visto quel risultato, è difficile immaginare un ribaltone.

E infatti non arriva. Abbiamo perso la “gara” con l’altro seggio, abbiamo vinto il referendum, al Presidente di seggio, e soprattutto a me, tanto mi basta.

Quella dello scrutatore è una giornata fatta di procedure, numeri, regole. Ma anche di dettagli, di impressioni, di piccoli segnali che, messi insieme, raccontano qualcosa di più grande, che nessun sondaggista può carpire o interpretare.

E alla fine, al di là del risultato, resta soprattutto questo: vedere persone tornare a votare dopo anni, vedere file ai seggi, vedere partecipazione vera.

Qualunque sia il motivo, è lì che si misura lo stato di salute di una democrazia, che rimane in profonda crisi, ma forse si intravede una piccola luce in fondo al tunnel.

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