Terremoto dell’Irpinia, 40 anni di scandali

Ho visto morire il Sud”. Con queste parole Alberto Moravia descrisse la devastazione del sisma di magnitudo 6.9 della scala Richter che domenica 23 novembre 1980 colpì l’Irpinia e la Basilicata. Erano le 19:34, durò 90 secondi. Quei 90 secondi di terrore portarono ad un bilancio drammatico: 2914 morti, 8850 feriti e 280mila sfollati. Il terremoto dell’Irpinia fu uno spartiacque politico nella storia d’Italia.

Il terremoto che unì l’Italia

Quello del 1980 è passato alla storia come il terremoto che unì l’Italia: i volontari, oltre 8mila, arrivarono da tutta Italia, soprattutto dalle regioni del Nord. Alcuni si aggregarono alle colonne di aiuti organizzate dalle istituzioni, molti altri decisero di raggiungere i luoghi del disastro con mezzi propri.

Milano, Torino, Genova, l’Emilia Romagna, il Pci, la Fgci, la Cgil, la Caritas, l’Arci, gli scout, le parrocchie: l’Italia si unì come non mai sotto un’unica bandiera per aiutare quella parte dei suoi figli colpiti dal sisma.

Terremoto dell’Irpinia, simbolo della corruzione

Se è vero tutto ciò, è anche vero che quello del 1980 è passato alla storia anche come il simbolo della corruzione, del degrado, del malgoverno e delle inefficienze dell’Italia di allora e della sua classe dirigente.

Fu l’evento naturale che mise a nudo l’incapacità di una politica e di una cultura di governo di affrontare i mali insanabili del Paese, la sua crisi morale, prima ancora che culturale. È stato uno degli esempi più eclatanti delle malversazioni, degli intrecci malati tra politica, economia e criminalità organizzata, del sangue di gente onesta versato per interessi criminali.

La ricostruzione tutt’ora incompiuta è stata la grande occasione storica mancata per il rilancio economico del Sud, che paghiamo ancora oggi: nel luglio 2008 la Corte dei Conti, dopo l’ennesimo decreto di rifinanziamento, stimò che a partire dal 1981 le risorse finanziarie a carico dello Stato per le opere di ricostruzione e per lo sviluppo in Campania e Basilicata ammontavano complessivamente a oltre 32,3 miliardi di euro (per l’esattezza: 32.363.593.779), che non comprendevano eventuali somme messe a disposizione dalle regioni e dalle amministrazioni locali sui rispettivi bilanci. In 28 anni ben 27 diversi provvedimenti, continuati poi negli anni successivi, con la data finale della ricostruzione spostata sempre più in là. Quella cifra, nel 2010, valeva 66 miliardi di euro oggi.

Al dato economico si aggiunse quello politico: come ha ricordato Isaia Sales, storico della camorra, iniziò in quei mesi il venticello che poi avrebbe ingrossato le vele del consenso elettorale della Lega Nord di Bossi e Maroni.

Terremotati per decreto e le imprese del Nord

In totale, per il terremoto del 23 novembre 1980, sono stati interessati dalla ricostruzione 687 comuni, dei quali 542 in Campania, 131 in Basilicata e 14 in Puglia. In realtà, in Campania e Basilicata i comuni effettivamente colpiti dal sisma non erano molti: nei primi mesi furono 30 quelli classificati danneggiati, un centinaio quelli danneggiati in modo più o meno grave.

Le pressioni però per far affluire su molti più territori le ingenti risorse della ricostruzione portò nel maggio 1981 ad allargare il numero di terremotati per decreto, riclassificando oltre 280 comuni come “gravemente danneggiati” (con un grado di distruzione dal 5 al 50% del patrimonio edilizio). Morale della favola, furono inserite nelle zone colpite dal terremoto tutta la provincia di Avellino, quella di Napoli, 55 comuni del salernitano e 34 del potentino. Sei mesi dopo, sempre per decreto, altri 312 comuni furono fatti rientrare tra quelli colpiti dal terremoto, 14 dei quali in Puglia, in provincia di Foggia. 

A Napoli città, dove non cadde nemmeno un balcone, arrivarono 20mila miliardi di lire che anziché risanare il degrado urbano, lo peggiorarono ulteriormente, devastando i territori con colate di cemento. Sarebbe troppo lungo riassumere 40 anni di scandali. 

Va però ricordato che nell’Irpiniagate a fare affari d’oro insieme alla camorra furono anzitutto le imprese del Nord Italia. Ci fu infatti, e lo ha certificato la Corte dei Conti nel 2000, una vera e propria conquista del Nord alla volta del Sud, che nel 90% dei casi si sostanziò nella costituzione di imprese-civetta che accedessero ai fondi, salvo fallire subito dopo averli incassati. L’elenco degli appalti che imprese del Nord si aggiudicarono nelle zone colpite dal terremoto è lunghissimo e conferma la classica triangolazione politico-imprenditore-camorrista: i sub-appalti, nella quasi totalità dei casi, furono assegnati a ditte ben più che in odor di camorra.

L’ira di Pertini e la questione morale di Berlinguer

A denunciare i ritardi nei soccorsi fu il Presidente Sandro Pertini in persona, in diretta televisiva. Diventò suo malgrado il protagonista di quella tragedia, precipitandosi sui luoghi del disastro per vedere coi suoi occhi. 

Fu quella la molla che avrebbe portato la direzione del PCI ed Enrico Berlinguer a rompere definitivamente con la Democrazia Cristiana e a ribadire in un documento pubblicato in prima pagina su l’Unità che «la questione morale è la questione nazionale più importante […] di fronte alla catena di scandali, di deviazioni negli apparati dello Stato e di intrighi di potere.» Il PCI di Berlinguer arrivò a proporre un “governo diverso”, egemonizzato dal PCI per un’alternativa democratica, fondata sulla questione morale e sul rispetto della Costituzione.

La proposta era destinata a non trovare consensi tra le altre forze democratiche e in seguito se ne capì anche il perché: se è accertato che la notte del terremoto a l’Aquila, nel 2009, c’era chi rideva nel letto per le immense opportunità di profitti garantiti dalla ricostruzione, è assai probabile che anche nei giorni di quel ben più disastroso cataclisma che colpì l’Irpinia qualcuno se la rideva, magari non nel letto, ma a cena con amici, imprenditori e commensali amici degli amici.

Profetiche, al riguardo, le parole del segretario del PCI, nell’intervista ad Alfredo Reichlin su l’Unità: 

«mi domando se ora, dopo il disastro, ci si rende conto dei problemi che il paese dovrà affrontare per la rinascita di quelle zone, e soprattutto delle novità che si dovranno introdurre in tutta la concezione dello sviluppo nazionale. Perché il problema più grave non sarà il reperimento delle risorse da destinare al Sud, ma il loro impiego: a quale fine, attraverso quali strumenti, con quali garanzie che non si ripeterà un Belice moltiplicato per cento, con quali forme di partecipazione popolare e di controllo democratico? E con quali mezzi di prevenzione e di repressione dell’assalto clientelare e mafioso alla greppia degli stanziamenti pubblici? È un’occasione storica, si è detto, per il Mezzogiorno. È vero. Ma a una condizione: che questa volta si dia davvero un colpo al vecchio sistema di potere.»

Il vecchio sistema di potere non avrebbe subito alcun colpo, anzi, si sarebbe rafforzato proprio grazie alle ingenti risorse affluite nelle zone terremotate. E il conto, salato, lo paghiamo ancora oggi. Ed è uno sfregio per tutte le vittime e per chi, quella notte, perse tutto.

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