Isola di Capo Rizzuto, si sapeva già tutto

Lo sapevano tutti cosa succedeva a Isola di Capo Rizzuto, non c’era bisogno di aspettare gli arresti di oggi. Almeno quelli che potevano alzare la voce e dire qualcosa, perché in certi contesti non tutti hanno il lusso di poterlo fare. E però tra quelli che potevano parlare c’era chi faceva spallucce: addirittura il referente regionale di un’importante associazione antimafia, di fronte alla mia richiesta del perché lui e altri preti non prendessero una posizione pubblica contro don Edoardo Scordio, parroco di Isola di Capo Rizzuto, mi rispose (testimoni altri 30 studenti e un professore dell’Università degli Studi di Milano) che “non lo conosco personalmente“, che “c’è la presunzione di innocenza” e “io ho notizia di solo 2-3 preti contigui con la ‘ndrangheta“. Ovviamente non fece i nomi.

La mia domanda invece del perché la Chiesa Cattolica debba aspettare le sentenze definitive di uno Stato estero per allontanare chi non dia seguito alle parole del Vangelo è rimasta inevasa. Eppure, anche in casi come questo, la questione morale resta e, proprio perché l’aggettivo è “morale” e non “giudiziaria”, non c’entra un fico secco con le sentenze definitive della magistratura: se è penalmente rilevante il sistema scoperchiato oggi dalla DDA di Catanzaro a guida Gratteri lo decideranno i tribunali.

Noi, da cittadini, da antimafiosi, da persone in prima linea al servizio di questa Causa che abbiamo ereditato da persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non possiamo accontentarci di aspettare che arrivi il giudice a dire che certi comportamenti sono indecenti, che non è ammissibile un parroco che gestisce di tutto e prende 11mila euro al mese per “assistenza spirituale” ai migranti. Che si costruisce un santuario nel centro di Isola di Capo Rizzuto che ricorda più un tempio di Scientology che una chiesa cattolica, con tanto di possibilità di seguire la messa nel centro congressi in caso di particolare affollamento al piano di sopra. E ci vorrebbe un libro intero per raccontare l’intera aneddotica fatta da alcuni cittadini, che ovviamente raccontavano il tutto sottovoce per paura di ritorsioni.

Appena arrivato a Isola capivo che c’era qualcosa che non andava, ho fatto una ricerca in internet e si è aperto un mondo: le inchieste giornalistiche c’erano da anni, ma nessun grande media o partito politico le aveva riprese. Dalla puntata di Servizio Pubblico del 2015, alle inchieste dell’Espresso (da quella di Turano del 2013 fino a quella di Tizian di poche settimane fa), per non parlare delle testate locali più coraggiose. Eppure c’era chi “non lo conosceva personalmente“, quindi non poteva dare un giudizio.

Il mio pensiero va ora a Sabrina Garofalo, coraggiosa ricercatrice precaria in prima fila contro la ‘ndrangheta che ha permesso a me e a tanti altri studenti attraverso Libera di conoscere quella realtà, e alla cooperativa Terre Joniche, che ogni giorno porta avanti la sua lotta facendo buona economia, senza sensazionalismi e con rigore.

Perché questo serve per fare la lotta alla mafia: fare il proprio dovere di cittadini e di professionisti. Al primo punto c’è quello di non farsi mai gli affari propri, di andare sempre sotto la superficie, di non fermarsi mai all’apparenza. Cosa che dovrebbero fare anche quelli di destra che stanno commentando, prendendosela con le vittime (i migranti) anziché i carnefici (i mafiosi e sodali).

Che sia fatta giustizia, per quella Calabria libera e ribelle che non si sottomette all’arroganza capital-mafiosa-clericale che vorrebbe un esercito di sudditi. Non lasciamoli soli, perché questi arresti sono solo l’inizio, non il punto d’arrivo.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro “Casa per Casa, Strada per Strada”. Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

4 commenti

  1. Mi auguro che questi arresti siano solo l’inizio.
    Una volta, il prete, venendo a casa per chiederci un contributo per la festa patronale, ci fece notare che appartenevamo alla sua parrocchia e che, udite udite, eravamo le sue pecorelle.
    Mio marito non lo schiaffeggiò per poco. E glielo disse che la loro forza era l’ignoranza. Comunque, non lo vedemmo più.

  2. Anche i preti…..che vergogna!!!!! Un Italia in mano ai ladri di tutte le specie.

  3. I preti e il Vaticano tutto ,sono (insieme ai mafiosi),da Sempre, la peggior feccia umana…….

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