La religione del #consumo

«“Lo conosciamo bene, il vostro finto progresso / il vostro comandamento “ama il consumo come te stesso”.» Erano i primi anni Settanta quando Fabrizio De André cantava queste parole, nella versione alternativa della Canzone del maggio. La crisi energetica era alle porte e la grande stagione di contestazioni del Sessantotto aveva messo pesantemente in discussione il consenso verso la classe dirigente italiana, nel tempo in cui il disagio e la volontà di cambiamento erano espressi tramite la militanza politica. E se il culmine allora fu raggiunto con l’esplosiva stagione extraparlamentare del ’77, oggi ci troviamo esattamente nella situazione inversa. Il malcontento è espresso con l’astensione e lo sdegno nei confronti della politica. Una parabola discendente cominciata dagli anni Ottanta, a partire da quella marcia silenziosa per le strade di Torino, che sancì la frattura tra il movimento sindacale e il mondo operaio. Poi la rivoluzione informatica e post-industriale, con il suo impatto travolgente sulla società italiana. Una quiete dopo la tempesta ideologica che ha avuto l’effetto di una potente anestesia.

Siamo passati da un estremo all’altro: quarant’anni fa il terrorismo rosso e nero (con qualche spruzzata di bianco Dc) teneva la nazione sulla graticola, oggi dobbiamo ancora svegliarci del tutto dal torpore in cui siamo caduti. Da cittadini a consumatori: l’involuzione italiana ha prodotto risultati nefasti. Materialismo e riflusso nel privato sono andati a braccetto, disgregando la società nell’individualismo sfrenato. Il risultato è lo smarrimento della coscienza di classe da parte di tutto il corpo sociale, eccetto che per le élite del capitalismo finanziario, perché queste sanno bene come difendere i propri interessi e riescono perfettamente nel loro intento. Il consumo sfrenato ci ha resi ciechi e affondati nei miti del successo facile.

Tra la protesta spensierata degli hippie e il conformismo esasperante degli yuppie si colloca una vasta operazione politico-economica in cui diritti e settore pubblico sono stati cannibalizzati. Il tatcherismo e la reaganomics hanno bistrattato i lavoratori e imposto dogmi di cartapesta sulla bontà della ricetta neoliberista. I media si sono adeguati al generalismo di massa, imponendo il culto dell’apparenza. Lo sfoggio della griffe come ostentazione patetica di una ricchezza spesso fittizia, l’ossessione per gli status symbol del benessere dinamico (il fast food, la tecnologia ad obsolescenza programmata, l’arte degradata a merce), il carrierismo come massima ambizione dei nuovi colletti bianchi: è stata questa la notte giovane che ci ha trascinati nell’impero del berlusconismo, una mentalità che insidia anche la generazione del duemila.

Il consumismo ci ha consegnato infatti una politica usa e getta, un grande baraccone in cui, da semplici spettatori, possiamo ora fischiare e ora applaudire il cabarettista di turno, mentre spolvera il suo armamentario di battute da operetta. Qual è il significato ultimo di tutto ciò? Non siamo riusciti a gestire l’effetto combinato di una grande redistribuzione della ricchezza avvenuta negli anni Settanta e di un’espansione dei mercati inarrestabile. Il problema non risiede ovviamente nei beni in sé. Ad esempio, non mi sognerei mai di attribuire a priori un significato negativo ai passi da gigante della tecnologia, che ha reso più semplice la vita in moltissimi contesti. Ma non voglio nemmeno limitarmi alla pura contestazione: del resto già Pio IX un secolo e mezzo fa scrisse il Sillabo degli errori del suo tempo, e non ne azzeccò una. Il punto è che abbiamo bisogno di acquistare consapevolezza nel consumo. Ciò non vuol dire cedere alle nostalgie populiste di chi ricorda i bei tempi di una volta (in cui il consumo non si sapeva nemmeno cosa fosse).

È più importante essere o avere? La risposta giusta è avere per essere. Vuol dire che va bene consumare, ma con responsabilità. I beni non sono un fine, ma un mezzo. Si può acquistare equosolidale per migliorare le condizioni di chi si trova alla base della filiera produttiva, prediligere i prodotti delle imprese socialmente responsabili e utilizzare strumenti come il web nelle loro applicazioni migliori: condivisione di informazioni, semplificazione della burocrazia, diffusione di idee. Un nuovo approccio nei confronti dei beni materiali ci permetterà di sviluppare anche una diversa concezione del mondo intorno a noi. Recupereremo la lungimiranza necessaria a riconsegnare alla politica e all’economia il loro vero valore umano. Finché non ci saremo riusciti, non potremo dichiarare di essere una civiltà avanzata. Consumatori, non consumisti.

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About Samuel Boscarello

Sono nato a Caltagirone (CT) il 9 agosto 1996 e nella mia città ho frequentato il Liceo Classico “B. Secusio”. Adesso faccio parte degli allievi della Scuola Superiore di Catania e studio Storia, politica e relazioni internazionali presso l'università etnea. Il giornalismo e la politica sono le mie due grandi passioni: collaboro con diverse testate e blog occupandomi di svariati ambiti, sperando un giorno di trasformare questo impegno nel mio mestiere. Ho scoperto le idee di Berlinguer, e la loro meravigliosa attualità, imbattendomi un giorno quasi per caso nello storico discorso di Piazza della Frutta. Credo per questo che sia compito delle nuove generazioni guidare il cambiamento democratico con cui superare la disumanità di un mondo diviso in sfruttatori e sfruttati. Anche nella civilissima Italia. A gennaio 2014 ho fondato con un gruppo di ragazzi universitari e liceali l'associazione ParlaMente, che si propone di promuovere lo scambio di idee tra i giovani di ogni orientamento politico. Ascolto De André e i Queen, leggo George Orwell e Stephen King, adoro la saga di Rocky. Non mi piace l'ortodossia e non tollero l'intolleranza.

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