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Storie di persone comuni nella #Resistenza tedesca

Uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo.

Così il compianto Primo Levi definisce il romanzo uscito postumo di Hans Fallada pubblicato in Italia col titolo “Ognuno muore da solo” (Der Alpdruck e Jeder stirbt für sich allein). Probabilmente i meno giovani ricordano uno sceneggiato televisivo prodotto dalla RAI negli anni ’60 “Tutto da rifare pover’uomo” tratto da un altro suo romanzo “E adesso pover’uomo?”.

Per me Hans Fallada (pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen) è stato invece una recente scoperta, partita dal pezzo di Lorenzo Teodonio su Giap. Non credo di essere l’unica italiana a sapere molto poco di Resistenza tedesca (qualcuno sa anche molto poco di quella italiana, cosa decisamente più grave), ma come è facile immaginare anch’essa è esistita ed ha avuto un ruolo storico e sociale non trascurabile. Qualcuno forse ricorda l’organizzazione Orchestra Rossa (Rote Kapelle): con questo nome si identificano sia l’attività di spionaggio dell’Unione Sovietica nel Reich, sia la resistenza antinazista organizzata ma indipendente dal regime di Stalin.

Nel romanzo di Hans Fallada però emerge una storia di presa di coscienza da parte di persone normali che smontano il meccanismo della propaganda e della paura creato dal regime di Hitler, prima di tutto tra le mura di casa e poi all’interno della comunità. La storia è ispirata alle vicende reali emerse da un’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione di due coniugi berlinesi (Otto ed Elise Hempel) e ci restituisce un immagine diversa della Germania degli anni ’40, troppo spesso e troppo grossolanamente giunta a noi come quella di un popolo unico che segue ciecamente il suo Führer. La realtà storica che emerge è quella invece di una società profondamente eterogenea, dove dominano la paura, il clientelismo e la prevaricazione sociale e chi non era disposto a prostituirsi alla linea dettata dal Partito finiva male, malissimo, nei campi, torturato, fucilato o impiccato. Ma queste persone esistevano e non erano poche.

Le parole di Fallada sono crude e potenti, vi si riconosce la scrittura febbrile che lo caratterizza, pagine messe nero su bianco in soli 24 giorni, poco prima di morire, dopo una vita passata più di qualche volta in galera a causa dell’alcolismo e della dipendenza da morfina e più spesso sotto il regime nazista ad arrangiarsi come meglio poteva. Senza mai allinearsi, ma anche senza mai ribellarsi apertamente, come invece fecero i coniugi Hampel/Quangel, pagando per questo un prezzo altissimo.

“Ognuno muore da solo” è uscito nel 2010 (4° edizione) per Sellerio e nella collana Einaudi Tascabili. La guerra è finita quasi 70 anni fa e non serve essere particolarmente bravi in matematica per capire che chi quella guerra e quei regimi li ha vissuti, difficilmente sarà ancora vivo nel prossimo futuro per raccontarci cosa succedeva ogni giorno nelle loro case e nelle loro città. Un motivo più che sufficiente perché un romanzo importante come questo continui ad essere letto anche dai più giovani.

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Laura Bonaventura

"Non comanderò, né sarò comandato"

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