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La rivoluzione silenziosa

Nel 1981 Ronald Inglehart parlava di “rivoluzione silenziosa” per tentare di dare una definizione a uno dei fenomeni di cesura storica del Novecento: il passaggio da un mondo materialista a quello dell’orizzonte post-materialista, in cui una serie di valori, ideologie, necessità, schemi, paradigmi logici e politici stavano lentamente – ma non troppo – lasciando posto a un mondo nuovo, tutto da capire, nel bene o nel male.

Oggi, forse, vediamo di fronte a noi la conseguenza estrema di quel cambiamento: le strutture statali, burocratiche, democratiche denotano una fiacchezza non causata tanto dall’età delle stesse, quanto dal metodo di interpretazione del rapporto tra potere pubblico, comunicazione e cittadini. Fino a oggi credevamo che esistesse un angolo di mondo – posto, paradossalmente, al centro del mondo – immune o quasi da tutto ciò. La Chiesa, nelle sue strutture fondamentali, sembrava forse solo sfiorata dai tanti mutamenti del mondo; mutamenti velocissimi, della velocità di un twit, che in parte nemmeno chi li vive ogni giorno può descrivere bene.

Eppure, tacitamente, era a tutti evidente che il rapporto delicatissimo tra religione, mondo e potere dovesse essere, in qualche modo, oggetto di una piccola, grande rivoluzione silenziosa. Non solo, si badi bene, sul piano dottrinale ma anche e in particolare sull’orizzonte del rapporto tra Chiesa, fede, persone e mondo. Di “uscite” particolarmente interessanti in questa direzione ce ne erano state diverse nei primi mesi del pontificato di Francesco. Ma il dialogo dei giorni scorsi su Repubblica con Eugenio Scalfari ci dà la proporzione dell’evento. Che, forse, non è un evento ma una svolta; una rivoluzione appena iniziata. E che la portata del cambiamento sia enorme ce lo dice non solo lo stile (sicuramente efficace) di Bergoglio ma con particolare evidenza il contenuto profondo e chiaro delle sue parole.

Da ateo non superficiale, non posso non riconoscere quanto la sfida di Francesco sia ardua e quanto, in buona fede, egli stia imprimendo una svolta concettuale netta. Mi risuonano ancora forti le parole di condanna senza appello con cui Giovanni Paolo II apostrofò l’Illuminismo (a suo dire culla nichilista del nazionalsocialismo).

Oggi la rivoluzione di Bergoglio spariglia completamente le carte di quel concetto dogmatico: “I più gravi dei mali che affliggono il mondo in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. I vecchi hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza, ma non hanno né l’uno né l’altra, e il guaio è che non li cercano più. Sono stati schiacciati sul presente. Mi dica lei: si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé“. Ecco, queste parole sono improntate su un concetto – passatemi il termine – molto marxiano: l’imprescindibile importanza delle condizioni reali in cui si trovano le persone (la giovinezza, il lavoro precario, la vecchiaia).

Questo aspetto di radicale cambiamento di prospettiva segna un solco davvero storico. Badiamo bene, domattina non succederà nulla. Ma quanto questa rivoluzione sarà cruciale lo noteremo, forse, nel giro di un decennio. E ancora: “La Chiesa deve sentirsi responsabile sia delle anime sia dei corpi”. Oggi ci può sembrare poca cosa, ma con ogni probabilità Francesco ha molto più da fare, da lavorare strenuamente e da cambiare lo stato di cose, molto più di quanto sembri.

A questo però non possiamo non aggiungere una considerazione finale, per quanto scontata. Se un Pontefice, per quanto capace, perseverante e determinato, è in grado di porre in essere un simile cambiamento rivoluzionario, per quale ragione ciò non è possibile in uno Stato e, nello specifico, nel concepimento di una nuova strada, una nuova prospettiva dell’organizzazione del potere pubblico dell’Italia e d’Europa? Davvero siamo destinati, come comunità nazionale e europea, a perdere questa sfida? Oppure la possibilità di rinnovamento e le sfide di un futuro vicinissimo possono essere concretamente considerate come necessità?

Il III millennio si apre con tante difficoltà e incertezze mondiali: economia, politica, fondamentalismi, guerre dell’acqua, autoritarismi di nuova forma. Davvero possiamo gettare la spugna di fronte a tutto ciò? Se Francesco dice di no, forse noi non possiamo permetterci il macabro lusso di rintanarci nel nostro piccolo particolarismo.

 

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Gill Gastaldelli

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