educazione siberiana

Educazione siberiana. “Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”

Educazione Siberiana è il primo romanzo, in parte autobiografico, di Nicolai Lilin.

Pubblicato nel 2009, il libro è stato tradotto in 19 lingue e distribuito in 24 paesi del mondo. L’autore ha però espressamente vietato che il libro venisse tradotto in russo.

Nicolai Lilin inizia a raccontarci la sua educazione siberiana dalla fine “Lo so che non andrebbe fatto ma ho la tentazione di iniziare dalla fine”. Lo scenario iniziale è la Cecenia dove il protagonista è al centro di un’operazione di guerra appena conclusa.

Teatro dell’intera vicenda è però la Transnistria, regione dell’ex Urss autoproclamatasi indipendente nel 1990 ma non riconosciuta da nessuno Stato. In questa regione dimenticata da Dio, al confine tra Moldavia e Ucraina, risiede la comunità degli Urka siberiani deportata nel sud ovest dell’Unione Sovietica da Stalin negli anni trenta. Qui si svolge l’infanzia, l’adolescenza e la maturità di Kolima (Nicolai) che riceve una vera e propria educazione siberiana da nonno Kuzja, nel film di Gabriele Salvatores magistralmente interpretato da John Malkovich.

Nel quartiere del Fiume Basso si viveva secondo la tradizione siberiana, una tradizione tramandata dagli anziani, le figure patriarcali, che insegnavano ben presto ai bambini ad essere un ossimoro, ossia dei “criminali onesti”.  Una tradizione orale che viene tramandata anche attraverso ogni disegno che i siberiani decidono di farsi tatuare sul corpo. Una simbologia criminale comprensibile ed interpretabile solo dai siberiani. Un mondo parallelo basato su gerarchie sovversive rispetto a quelle della cosiddetta società civile. Si tratta di una vera e propria controcultura in cui si insegna per prima cosa il valore della dignità

La fame viene e passa ma la dignità una volta persa non torna più (Nonno Kuzja a Kolima)

Una comunità di “criminali onesti” che si basa su un codice etico in cui il denaro viene disprezzato e utilizzato esclusivamente per il sostentamento di tutta la comunità.

Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare

con queste parole nonno Kuzja inizia il percorso di formazione e l’educazione siberiana di Kolima. Gli unici oggetti degni di rispetto per gli Urka siberiani sono le armi e le icone dei santi, si tratta infatti di una comunità di cristiani ortodossi profondamente legati al loro credo ma contrari ad ogni tipo di autorità civile e religiosa. Una comunità in cui c’è spazio per i disabili e i malati di mente, che vengono protetti e chiamati “Voluti da Dio”.

La comunità è regolata da leggi non scritte ma rigidamente osservate da tutti. Vige il divieto assoluto di stupro come dell’uso e delle spaccio di qualsiasi droga, le rapine e i furti sono consentiti solo nei confronti dello Stato e dei ricchi e l’omicidio è autorizzato solo se è giustificato da una giusta causa. Ma il vero nemico degli Urka sono i russi, colpevoli di aver deportati, con l’avvento del regime comunista, insieme ad altri criminali, in Transnistria, una delle regioni più povere del sud della Russia. In questa regione si ritrovano così a convivere le bande di criminali più disparate, armeni, ucraini, georgiani, caucasici, cosacchi e ovviamente i siberiani, che si stabiliscono ai margini della foresta a Fiume Basso. In questo quartiere, dove si vive secondo la tradizione siberiana, si compie il percorso di formazione di Kolima e del suo gruppo di amici, in cui spiccano le figure di Gagarin, un ragazzino orfano che ha passato i primi anni dell’adolescenza in carcere, e di Xenya, una ragazza con disturbi mentali. Le strade dei giovani protagonisti tenderanno inevitabilmente a separarsi nel corso degli anni e a ricongiungersi esattamente dove la storia era partita, in Cecenia.

Il film di Gabriele Salvatores è stato costruito usando il libro come base, la storia narrativa del film risulta però completamente diversa da quella del libro. Splendide la scenografiche e le musiche di Mauro Pagani. Un Salvatores decisamente inedito che ha saputo mostrare ancora una volta il suo essere un regista coraggioso, che non ha paura di sperimentare nuovi generi e nuove ambientazioni.

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Federica Beretta

Sono nata il 16 gennaio 1987 a Como. Il 28 giugno 2010 mi sono laureata in Scienze Politiche delle Relazioni Internazionali con una tesi in Filosofia Politica dal titolo: "Il Panopticon. Modello e figura del potere nella società contemporanea", relatore Roberto Escobar. Sempre all' Università Statale degli Studi di Milano ho conseguito la laurea specialistica in Scienze Politiche e di Governo con un curriculum in Politica internazionale. L'11 luglio 2012 mi sono laureata con 106/110 con una tesi in Sociologia della Criminalità Organizzata dal titolo: "Le figure femminili nei processi di 'ndrangheta. Il caso lombardo attraverso gli atti giudiziari 2009-2012", relatore Nando dalla Chiesa. A settembre 2012 ho frequentato la Summer School in Organized Crime "La tassa mafiosa. I costi economici e sociali della criminalità organizzata: analisi e strategie di intervento". Dal 15 ottobre collaboro con altri studiosi ed esperti antimafia a WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie (www.wikimafia.it), attualmente in lavorazione e in attesa di lancio. Da ottobre sono a The Hub Milano, una rete internazionale sull'innovazione e l'imprenditoria sociale. Mi considero un'irrequieta patologica. Cinefila convinta, sono curiosa di tutto. Scrivo su QdS nella rubrica l'irrequieta, non poteva essere altrimenti.

6 commenti

  1. Io ho letto il libro e, sinceramente, non l’ho trovato granchè. Andrò a vedere il film, Salvatores è un bravo regista.

  2. Kia Pinguina attraverso Facebook

    io ho trovato questo commento….e la voglia di leggere il libro mi è scomparsa. diciamo che non lo compo…al max lo prenderò in prestito (ad uno che va a casapound non do nemmeno un cent!!) http://teatridellaresistenza.wordpress.com/2012/11/21/anatomia-di-un-pagliaccio-nicolai-lilin/

  3. Kia Pinguina Personalmente non ho né letto il libro né visto il film (l’articolo è di Federica Beretta) e non conosco bene il riferimento storico cui ci si riferisce, ma diffido a priori delle recensioni dei fasci. Se non altro perché non avendo altri riferimenti culturali che non siano Evola, Céline (posto che sappiano chi sia) e Giani devono sempre andare ad appropriarsi (malamente) di qualcos’altro, che sia Tolkien o Bradbury poco importa. Detto questo andare a CasaPound non è certo una medaglia da appuntarsi al petto, concordo.
    LB

  4. Il libro di Nicolai Lilin è un romanzo e come tale va letto. Idem la trasposizione cinematografica di Gabriele Salvatores. Per quanto riguarda la scelta dell’autore di presentare il libro anche a CasaPound preferisco non esprimermi. Mi preme però sottolineare che è tipico di questo movimento appropriarsi di riferimenti culturali quantomeno atipici rispetto alle idee professate. Primo fra tutti il Che, riabilitato come personaggio non conforme nel panorama culturale di CasaPound. Quindi di cosa stiamo parlando?!

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