Lombardia, i perché di una sconfitta non annunciata

di I Hate Milano

Quando fu annunciata la candidatura di Ambrosoli scrissi questo post, in cui mi permettevo di dire che in un momento in cui uno dei temi all’ordine del giorno era la meritocrazia, quella di puntare su un candidato che aveva la sua principale ragione d’esistere nel cognome non mi sembrava la scelta migliore.

In realtà, più che badare al cognome, avrei dovuto preoccuparmi del nome. Uno che si chiama Umberto Riccardo Rinaldo Maria – l’uomo che attese i risultati elettorali sciando – avrebbe dovuto sembrarmi, da subito, una scelta un po’ azzardata per rappresentare tutta la sinistra e i lavoratori lombardi.

Certo, si voleva ripetere l’operazione-Pisapia, prendere un cosiddetto “radical chic” che piacesse anche al centro e non facesse paura a destra per allargare il bacino: da subito, però, sono emerse alcune decisive differenze.

Intanto l’estrazione del personaggio. Pisapia era già un politico, e anche di medio corso, che veniva da Rifondazione Comunista e prima ancora, molti anni prima, dalla sinistra extra-parlamentare. Ambrosoli era in carica nel c.d.a. del Corriere della Sera e da giovane invece di frequentare i centri sociali frequentava i preti.

Pisapia, soprattutto, si buttò anima e corpo nella sfida delle primarie, girando la città come una trottola nel mese di agosto 201o, quando alle elezioni mancavano 10 mesi, e Boeri e la Moratti prendevano il sole tranquilli su qualche panfilo. Ebbe, così, molti mesi di vantaggio che sfruttò magnificamente per costruire una rete di volontari, molti dei quali giovani, molti dei quali attivi sui social media, che si rivelarono poi decisivi nella creazione di consenso e nell’aumentare la notorietà del candidato sindaco.

Ambrosoli, al contrario, ha buttato via un mese e mezzo in quel balletto ancora oggi incomprensibile sulle primarie, risolto con l’enigmatica organizzazione, sotto Natale e con 3 settimane di campagna elettorale, delle fantomatiche “primarie civiche”(qualunque cosa significhino).

Ci si sarebbe allora aspettato un intervento deciso da parte di chi prese parte a quell’avventura cominciata nell’estate del 2010, atto ad affermare il valore e l’importanza delle primarie, non solo come mezzo per avere “la legittimità”, o per essere “liberi” (che poi: liberi da che? dagli stessi partiti che si vuole rappresentare?) ma anche e soprattutto per farsi conoscere sul territorio. Tuttavia, la banda arancione – capitanata dall’ineffabile “ideologo” – da quell’orecchio non ci ha sentito. Pochi mesi al potere sono bastati per dimenticarsi totalmente di quanto lavoro, quanto cuore e quanta umiltà sono stati necessari  per la vittoria di Pisapia: e così non solo le primarie sono state snobbate ma quasi osteggiate. Straordinarie le parole di schernoregalate a una signora dal profilo, l’importanza e la storia professionale di Alessandra Kustermann, colpevole di voler coinvolgere per primi i cittadini, e non le sale di comando, nella scelta del candidato.

Così si arriva a inizio gennaio, con un candidato non esperto, non proprio travolgente dal punto di vista comunicativo e privo di un mandato popolare netto, come quello che ai tempi aveva Pisapia. Ma del resto si veniva da 17 anni di gestione Formigoni, infiocchettati dallo scandalo Zambetti – ovvero un assessore regionale lombardo manovrato dalla ndrangheta calabrese: il quadro generale appariva ancora favorevole, e infatti stonano parecchio le lamentatio che si sentono in queste ore, della serie “non c’è niente da fare, la Lombardia è una regione di destra”: si, perché sono dette da chi ha ripetuto, per settimane, “è testa a testa, è testa a testa“, e negli ultimi 10 giorni  ”ce la facciamo di almeno 3 punti“.

Sarebbe servito, allora, lanciare qualche idea forte di programma, due-tre proposte che spostassero l’attenzione dei cittadini sull’Umberto Riccardo Rinaldo Maria invece che sul noto azzannatore di pubblici polpacci. Qualcosa, ancora una volta, tipo quanto fatto da Pisapia – con la Moschea di Milano, Area C, il piano per la Cultura e i parchi aperti di notte (che poi la stragrande maggioranza di ciò non si sia verificato, ne parliamo prossimamente).

E invece, niente di niente. Un programma che è un diluvio di parole ma che di chiaro e concreto ha molto poco. E anche qui, come a livello nazionale, la sinistra è stata costantemente all’inseguimento di quello che dicevano gli altri, continuando a ripetere, fino alla nausea, che la proposta della “restituzione delle tasse al Nord” era nei fatti una barzelletta. Il che sarà certamente vero, ma come anni e anni e anni di sconfitte avrebbero dovuto insegnare non è con la sola critica che si vincono le elezioni. Come si è potuto, nella Regione che produce il 25% del Pil, non affrontare per le corna il tema del Lavoro (leggete la parte “lavoro” nel programma: sembrano tante supercazzole messe insieme)? Come è stato possibile che nella regione del Trota e di Belsito si è evitato di porre al centro del dibattito, con concretezza, il tema del contenimento dei costi della politica? Forse perché quel malloppo da 12 mila euro al mese sotto sotto faceva gola a tutti?

A tutto questo si aggiunga la storiaccia dei rimborsi spesa dei membri dell’opposizione del precedente consiglio: una vicenda che, sebbene per il momento non abbia risvolti penali li ha avuti, eccome, dal punto di vista dell’immagine e che avrebbe richiesto ben altre prese di posizione (350 euro per una notte in albergo, di cui secondo Repubblica pare abbia goduto un consigliere del Pd, restano una bestemmia contro gli elettori).

Visto e considerato tutto questo, quindi, quel fatalismo verghiano a cui ora si stanno appellando guri e paraguri arancioni per buttare sotto al tappeto le tante colpe appare come un’insopportabile presa in giro.

Fino al maggio 2011, alzi la mano chi pensava che la Moratti avrebbe perso. Forse bisognava ricordarsi di come era stata resa possibile quell’impresa. Ma tutto questo, lor signori, tra una panchina installata e l’altra, tra un’intervista al Corriere Milano e l’altra, tra un giretto in bici e un altro, se lo sono già dimenticato.

2 commenti su “Lombardia, i perché di una sconfitta non annunciata”

  1. L’Elettorato ha dimostrato ancora una volta che non contano le idee ma le volte che sei menzionato nelle TV e nei giornali.

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