Cosa ci chiede davvero l’Europa: il reddito minimo per tutti

L’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurino protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia, oltre che in caso di perdita di posti di lavoro, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario...” recita il primo comma dell’articolo 34 della Carta di Nizza, anche conosciuta come Carta dei diritti fondamentali del’Unione Europea.

Possiamo ben dire che il nostro paese sia inadempiente rispetto ai contenuti del sopracitato articolo: nonostante il fatto che in Italia il tasso di disoccupazione sfiori la soglia del 10%, mentre quello di disoccupazione giovanile superi ampiamente il 30%, non ci sono misure a sostegno del reddito di giovani e disoccupati. La lunga galassia di tipologie di contratti di lavoro istituiti negli ultimi 15 anni, oltre che, ovviamente, il lavoro nero, rendono questi soggetti senza speranza, senza possibilità di pensare ad un futuro, ricattabili. Insomma in poche parole precari (“flessibili” direbbe qualche audace sostenitore della liberalizzazione del mercato del lavoro, termine che designa la medesima condizione lavorativa, ma in termini positivi).

E’ l’Europa che ce lo chiede”. Quante volte negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere questa frase dai vari esponenti degli ultimi due governi che ci hanno governato, del governo Monti in particolare.

Ci chiedeva di liberalizzare il mercato del lavoro, di alzare la soglia di pensionabilità, di inserire il pareggio di bilancio nella costituzione. E noi (loro) ci siamo attenuti ad obbedire alle direttive europee. Ma se l’Europa ci chiedesse di introdurre nella nostra legislazione un reddito minimo di cittadinanza che ne penserebbero i nostri governanti? Varrebbe la classica regola del “due pesi due misure”?

Una raccomandazione del 1992, la 441, invitò gli stati membri ad introdurre una “garanzia minima di risorse”, con il fine di proteggere i soggetti sociali deboli, come i disoccupati o i giovani alla ricerca della prima occupazione.

A questa direttiva ne sono seguite altre molto più recenti; in particolare, due raccomandazioni del Parlamento Europeo del 2009 e del 2010 chiedono fortemente la protezione dei soggetti sociali deboli. Nel 2012 ha addirittura avanzato la proposta di fissare per ogni paese una soglia di povertà, sotto alla quale nessun cittadino comunitario dovrebbe vivere.

La ministra Fornero prima della discussione della riforma del Lavoro ventilò la possibilità che una qualche misura di reddito di cittadinanza potesse essere introdotta, ma visto le ultime dichiarazioni sui ragazzi troppo “choosy” penso che si sia discostata su ciò che precedentemente disse. Che stiamo aspettando? In tutta Europa, tranne che in Italia, Grecia ed Ungheria vi è un qualche tipo di supporto al reddito.

Le misure sono diverse e variano da paese a paese: in Germania l’Arbeitslosengeld II prevede 345 euro individuali e universali anche a soggetti non disoccupati, oltre che altre misure a sostegno dell’affitto. In Gran Bretagna l’Income Based Jobseeker’s Allowance prevede una rendita illimitata nel tempo a chi abbia più di 18 anni e a chi i propri risparmi non consentano una vita dignitosa. L’Austriaco Sozialhilfe prevede un sostegno agli alimenti, al riscaldamento e all’affitto. In scandinavia invece c’è lo Stønad til livsopphold, incondizionato e per tutte le età, che si aggira intorno alle 1200 euro. In Francia invece c’è il Rsa, il Reddito di solidarietà attiva.

Ce n’è per tutti i gusti.

Le particolarità che tutti questi provvedimenti di sicurezza sociale hanno in comune sono la loro inalienabilità (cioè per tutti e sempre), la loro incondizionabilità (a differenza dell’indennità da lavoro, come la mobilità o la CIG) e soprattutto l’individualità, così da promuovere l’autonomia dell’anello più debole della famiglia.

Un network di associazioni e di movimenti promosso da BIN italia, un gruppo di facoltosi attivisti, nello scorso giugno ha lanciato una campagna a favore del reddito minimo.
Questa campagna è nata intorno ad una proposta di legge di iniziativa popolare, che vuole istituire una garanzia per il reddito per quei soggetti sociali deboli, come precari e disoccupati, di circa 600 euro mensili.
La campagna si concluderà a dicembre e l’obbiettivo per allora sarà la raccolta di oltre 50mila firme. Nonostante la settimana per il reddito garantito si sia appena conclusa, si può vedere dove sia possibile firmare sul sito di http://www.redditogarantito.it.

Se questa legge fosse dibattuta ed approvata, milioni di persone non si troveranno più nella condizione di accettare lavori umilianti e malpagati, potranno ricominciare a pensare al proprio futuro e soprattutto a sperare. I giovani potranno così emanciparsi dalla precarietà strutturale che attanaglia il nostro paese. E magari la ritrovata autonomia dei lavoratori potrebbe spingere i datori di lavoro ad aumentare i salari e ad investire nella sicurezza sociale o nella ricerca. La ricattabilità del lavoro sarà così sostituita dalla libertà di sceglierne uno più consono alle proprie aspettative, che permetta una vita più dignitosa.

Concludo. Molti di voi, nonostante si trovino d’accordo con la prorposta si chiederanno dove sia possibile reperire le risorse per coprire il bilancio della legge. L’economista Andrea Fumagalli, tra i promotori di BIN Italia, ha stimato sulla rivista numero uno de i quaderni di San Precario che serve un investimento pubblico di circa 8 miliardi di euro, facilmente reperibili con una patrimoniale sulle grandi ricchezze, attraverso una tassazione delle transazioni finanziarie o magari rinunciando alle grandi opere come la Tav.

Diffondete l’idea presso tutti i vostri conoscenti, ed invitate tutti a firmare. Che di adeguarsi all’Europa in questi termini il nostro paese ne ha proprio bisogno.

Commenta con il tuo account Facebook

Giacomo Pellini

1 Commento

Lascia un Commento