Il garantismo nell’epoca post-berlusconiana

Il quindicennio berlusconiano, appena conclusosi (si spera), ci ha lasciato molti strascichi, anche nel vocabolario; infatti è stato totalmente stravolto il significato di alcune parole come libertà o liberale (spesso usato al posto di liberista) o ancora  democrazia. Una delle tante parole che ha subito questo destino è sicuramente quella di “garantismo”.

Di per sé la parola garantismo sta ad indicare un concetto sacro in qualsiasi stato di diritto, ossia che l’imputato è garantito nel processo al fine di evitare abusi da parte dell’autorità giudicante, abusi che erano assai frequenti prima che, con la rivoluzione francese, fosse stabilito definitivamente tale principio; quindi, secondo il garantismo, l’imputato è innocente fino al terzo grado di giudizio, è altresì considerato innocente fino a contro prova, ha diritto ad essere giudicato da una corte imparziale, non è vincolato a dire nulla di compromettente a suo carico ed inoltre l’autorità inquirente, nell’acquisire prove a carico dell’imputato, deve seguire dei criteri di legalità, pena la validità delle stesse all’interno del processo.

Tuttavia Berlusconi e la destra nostrana hanno stravolto questo concetto in due modi: il primo perché hanno spesso utilizzato tale principio per giustificare una difesa non nel processo, ma dal processo, tramite l’utilizzo di alcune leggi ad personam; in secondo luogo questi stessi politici hanno più volte cercato di ricondurre il rapporto giudice-imputato a quello eletto-elettore, mentre penso sia ovvio che questi due rapporti si configurano in modo diverso; innanzitutto il giudice ha il compito di rilevare solo gli aspetti penali di una vicenda, mentre un elettore potrebbe ritenere rilevanti anche aspetti che penali non sono (per fare un esempio con casi recenti pensiamo al caso Marrazzo oppure a quello Fini casa di Montecarlo), poi ci sono determinate garanzie che per un imputato sono sacrosante, ma che un politico non dovrebbe mai usare di fronte ad un elettore: ad esempio, possiamo immaginare un politico che si avvalga della facoltà di non rispondere ad una domanda di un cittadino o di un giornalista? (In fondo, quando Berlusconi si avvalse della facoltà di non rispondere sulla provenienza dei finanziamenti ottenuti per la costruzione di Milano 2, oltre a non rispondere alle domande dei giudici, non rispose neanche alle domande identiche che venivano dai cittadini); discorso analogo si può fare sul tema della prescrizione: se questa è un diritto, passato un determinato periodo di tempo, l’elettore avrebbe tuttavia ragione a chiedere un assoluzione piena a colui che dovrebbe rappresentarlo (anche perché la prescrizione è rinunciabile) in quanto, proprio per poterlo rappresentare, egli dovrebbe essere esente da ombre di qualsiasi natura.

Secondo questa definizione di garantismo è, dunque, più che legittimo chiedere anche ad un privato cittadino che risponda in un processo fino al terzo grado di giudizio senza cercare scappatoie alternative, ovviamente senza etichettarlo prima come colpevole, ed è altrettanto legittimo chiedere ad un politico, se vuole continuare la sua attività, di rinunciare a determinate garanzie cui, come privato cittadino, avrebbe diritto.

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Giovanni Asteggiano

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