La progressiva perdita di credibilità dell’ONU, suffragata dai recenti eventi in Libia, è lo specchio dell’agghiacciante assuefazione alla guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali

La pace perduta

di Enrico Ciravolo, inviato tramite modulo “Qualcosa di Sinistra DILLA TU”

Nel 1795, il filosofo della ragion pura, avveniristicamente tracciava le regole di una pacifica convivenza planetaria tra stati. Nell’incommensurabile trattato “Per la pace perpetua” Immanuel Kant ha sapientemente passato in rassegna le condizioni imprescindibili su cui riteneva potesse fondarsi un ordine mondiale improntato a ragione. Nell’ambito della breve compilazione, fra le molteplici lungimiranti intuizioni del pensatore, acquisisce una rilevanza peculiare il dettato del “terzo articolo per la pace perpetua”, il quale epigraficamente statuisce che “gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente cessare.”

Il filosofo di Königsberg, per di più, lungi dal voler emettere un perentorio quanto sibillino monito ai propri contemporanei, ha inteso soffermarsi sulle ragioni di una simile asserzione: “Essi (gli eserciti, ndr), difatti, sono minacce incessanti di guerra agli altri Stati, trovandosi ognora pronti a scendere in campo armati di tutto punto; li eccitano a gareggiare nella quantità degli armati che non ha limite, e sono causa di un reciproco aizzarsi a guerre aggressive onde liberarsi dal gravame di cui sono colpa; le spese infatti che vi si impiegano in tempo di pace divengono più opprimenti d’una breve guerra; si aggiunga a tutto ciò che l’assoldarsi per uccidere o venir uccisi apparisce come un usare gli uomini quali pure macchine e strumenti in mano di un altro (lo Stato), uso che non si concilia col diritto naturale innato nell’uomo”.

Argomentazioni, quelle appena citate, talmente intrise di giusnaturalismo, che a fatica si ricondurrebbero al padre dell’illuminismo (anche giuridico). Eppure ipse dixit.

Era trascorso quasi un secolo e mezzo dalla pubblicazione dell’opera kantiana quando i “volenterosi” di allora, riunitisi a Versailles all’indomani della “Grande guerra”, diedero vita alla prima organizzazione intergovernativa volta ad accrescere il benessere dei popoli del mondo: la Società delle Nazioni. Grandi assenti, tra le fila degli avveduti capi di stato, gli USA.

Il risultato fu l’olocausto. L’esperimento era evidentemente fallito, ma ciò non bastò a scoraggiare le forze che avevano strenuamente combattuto contro le Potenze dell’Asse, le quali a San Francisco nel 1945 vollero portare a compimento quel progetto che fu di Kant, quello cioè di creare un organismo sovranazionale in grado di assicurare uno stato di pace permanente tra i popoli del mondo. La Carta ratificata dagli Stati fondatori, e poi via via dai successivi aderenti, annoverava come fine primario delle Nazioni Unite il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Sebbene la prima sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU si tenne a decorrere dal 10 gennaio 1946, gli anni in cui si venne ad instaurare il nuovo sistema internazionale combaciarono con il progressivo deteriorarsi dell’accordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La “Guerra Fredda” fu, dopo le trincee, la nuova frontiera delle ostilità in ambito internazionale; connotata dall’assenza di uno scontro fisico diretto fra gli eserciti contrapposti, ma non per questo meno logorante. La Carta istitutiva dell’ONU rimase perciò “ingabbiata” nella cortina di ferro, così come gli strumenti internazionali che l’originario disegno dell’ONU prevedeva per il mantenimento della pace.

Con la disgregazione dei blocchi si inaugurava quello che nel 1990, la stessa Assemblea generale dell’ONU, ha denominato il “decennio del diritto internazionale”, un’epoca che, almeno nelle intenzioni dei leader internazionali, sarebbe stata contraddistinta dal consolidamento della pace nel mondo e da un rinnovato primato delle istituzioni internazionali. Col senno di allora. Ad oggi, invece, non può non rilevarsi come sia avvenuto l’esatto contrario.

Le istituzioni mondiali, rimaste conclave degli interessi particolari degli Stati e delle infeltrite istanze nazionali, hanno dato piena prova della loro totale inadeguatezza a sperimentare nuove forme di governo globale. La politica del disarmo è fallita, giacché le spese militari dei Paesi occidentali non hanno accennato alcuna diminuzione, né tanto meno si è proceduto ad un ridimensionamento delle basi militari dislocate sull’intero pianeta.

In questo contesto, l’ONU, sprovvista di forze e contingenti armati ai soli fini della tutela internazionale della pace e della difesa delle popolazioni civili, è rimasta imbrigliata nelle logiche del veto proprie del Consiglio di Sicurezza, all’interno del quale le grandi potenze economico-militari serbano gelosamente un indiscriminato potere, esercitabile ad nutum, atto ad imporre risoluzioni politiche e sanzioni economiche, sfoderando perché no, allorquando necessario, l’artiglieria pesante.

A ragion veduta, l’ONU non ha raggiunto i propri obiettivi dichiarati e, da organismo a tutela della pace internazionale quale era stato concepito, si è trasformata nella succursale della ben più influente Alleanza Atlantica.

E così l’epilogo della “Guerra Fredda”, salutato gaudiosamente come l’avvento di una nuova era di benessere per le genti del mondo, ha aperto la strada ad una lunga serie di altri conflitti regionali, “patrocinati” proprio dalle Nazioni Unite: la guerra del Golfo del 1991; la guerra nel Kosovo del 1999, i più recenti conflitti in Afghanistan ed in Iraq. Da ultimo l’affaire libico. E ciò non stupisce affatto, ma anzi è vissuto con una naturalezza disarmante dalla società civile.

 Sembra, o forse è da ritenersi già inequivocabilmente comprovato, che si sia innestata nel comune sentire un percezione anomala, in virtù della quale la guerra è concepita come il normale ed indispensabile strumento di soluzione dei problemi e dei conflitti internazionali.

E appare quanto meno imbarazzante che anche le alte cariche della nostra Repubblica dinanzi al degenerare della situazione in Nordafrica, facciano appello al dettato dell’articolo 11 della Costituzione, che, a ben vedere, consente sì alle limitazioni di sovranità, ma a patto che siano “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”.

Tutto ciò esimendosi pure dal rammentare che a tale formula è anteposto un comma che così (“kantianamente”) recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

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Qualcosa di Sinistra

25 commenti

  1. @io non voglio, quindi tu non vuoi perché non ti interessa? Argomento molto convincente!

  2. si si i diritti umani……..tutelati solo dove c è il petrolioi….e intanto si muore

  3. ma il sig la russa nn ci manda i suoi figli e nemmeno quelli di silvio!!!!

  4. Sylvie BerScini

    La pace apparirà quando la sete di potere e di denaro scompariranno.
    Quando i facoltosi troveranno ovvio aiutare i bisognosi invece di disprezzarli, i forti i deboli invece di calpestarli, gli intelligenti i meno dotati invece di sfotterli e i fortunati gli sfortunati invece di pavoneggiare.
    Purtroppo la pace sembra in contrasto con la natura umana. Ne siamo lontani quanto ne eravamo 2000 anni fa. Quanta pena per Gesù Cristo!
    Intanto un popolo ha implorato per un aiuto delle Nazioni Unite.
    La guerra è l’ultimo rimedio, certo! Varie nazioni “lanciate in guerra” contro Gheddafi hanno bisogno di petrolio, lo sappiamo.
    Ma quale aiuto avrebbero potuto portare le Nazioni Unite per salvare questo popolo da un sanguinario e folle tiranno che ignora gli ammonimenti? Un’agitazione di fazzoletti bianchi? O avete qualche migliore idea?

  5. Questo mi pare ovvio, Diana, in guerra si mandano i figli di povera gente che spesso non sanno neppure perchè ce li hanno mandati. I propri si mettono a dirigere le aziende, di famiglia o del paese…

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