Il fallimento del Terzo Polo inglese

Il potere logora chi non ce l’ha diceva il saggio, ma è vero anche il contrario. E’ questo il caso dei Liberal democrats nel Regno Unito, ove il partito guidato da Nick Clegg, vice del Primo Ministro David Cameron, è in crisi di consensi. Solo un anno fa di questi tempi, si prospettava un incredibile risultato dovuto alla Clegg-mania, esplosa nelle terre della Perfida Albione. La grande onda libdem non s’è tramutata in una schiacciante vittoria di stampo Westminster ma ha prodotto una condizione mai accaduta prima in Gran Bretagna, cioè la formazione di un governo di coalizione, a distanza di 65 anni dall’ultimo, che però era dovuto al contesto di emergenza della Seconda Guerra Mondiale.

All’indomani della formazione del governo Lib-Con, Nick Clegg e David Cameron avevano detto che si apriva una nuova fase della politica britannica, un evento storico voluto dall’elettorato. Già dal ’97 i Libdem hanno cominciato ad accrescere la loro percentuale di seggi rispetto a Laburisti e Conservatori, fino ad arrivare all’hung parliament dello scorso maggio. La nuova natura coalizionale del governo british ha trovato corrispettivi nel Fixed-term Parliaments Bill 2010-11 presentato da Nick Clegg che, oltre a fissare il termine della legislatura nel maggio del 2015, prescrive il ritorno alle urne qualora nessuna proposta di governo emerga dopo l’approvazione di una mozione di sfiudica o qualora i 2/3 del parlamento si esrpimano favorevolmente per il ritorno alle urne.

In questi mesi Nick Clegg si è dimostrato un alleato molto fedele dei Conservatori, votando anche proposte opposte rispetto alla propria campagna elettorale, come l’innalzamento delle tasse universitarie, che i Libdem volevano azzerare ma triplicate nel disegno di austerity del governo o l’aumento dell’Iva, nei piani di Cameron ma avversata strenuamente da Clegg durante la campagna elettorale. La nuova frontiera politica di Clegg, cioè quella di accreditare i libdem come attori di governo capaci e responsabili finanche nelle scelte impopolari, rischia però di essere un boomerang a vedere i consensi in netto calo. Il primo sondaggio del 2011 ha visto scendere il partito di Clegg all’11% , proprio nell’anno in cui non possono essere margini d’errore: a maggio si rinnovano il Parlamento scozzese e l’assemblea gallese e i cittadini inglesi decideranno se abbandonare il sistema maggioritario plurality in favore del voto alternativo oppure no.

Questo è il centro nodale della politica Libdem: qualora non dovesse passare il referendum, difficilmente si potrà pensare che Nick Clegg ne esca indenne, né non si può non pensare a una rivisitazione dell’accordo coalizionale. Il voto alternativo, come da proiezioni, consegnerebbe ai libdem ma anche ai laburisti una percentuale di seggi maggiore a scapito dei conservatori, ed è stata una proposta già avanzata da Gordon Brown nella scorsa legislatura. Il punto è focale nell’accordo di governo stipulato lo scorso 10 maggio e un intoppo potrebbe causare problemi.

David Cameron per ora premia l’affidabilità di Clegg, ma sarebbe ipocrita non ammettere che potrebbe ricorrere a elezioni anticipate per disfarsi dell’alleato e provare a governare da soli, ma in questo è frenato dai sondaggi, che danno i laburisti come prima forza a Westminster con l’ipotetica maggioranza assoluta dei seggi. Quel che è certo è che con una caduta verticale di consensi e il mantenimento del plurality, è difficile credere, in futuro, che Clegg possa riuscire a imporre alla politica british il suo partito come il Terzo Polo ago della bilancia delle sorti politiche del paese.

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Giorgio Pittella

Sono nato a Milano un anno e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, da genitori lucani portandomi nell sangue le diverse percezioni della penisola. Da sempre appassionato di politica, vengo insignito del titolo di "sindacalista" sin dalla quinta elementare e "comunista" sin dalle materne, quando le maestre scrutano preoccupate un mio disegno sui funerali di Berlinguer, con falce e martello ben in vista. Ho coniugato la mia passione con i miei studi, iscrivendomi alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano, e scrivendo per Qds. Da sempre appassionato di giornalismo, specialmente quello d'inchiesta. Vedo calare drasticamente la mia media voti alle scuole medie dopo un articolo nel giornalino di classe in cui accusavo la prof. di religione di valutare secondo simpatie e antipatie, venendo così meno ai buoni principi cristiani. Tra le mie altre collaborazioni, ho scritto di politica per il sito web di una web-radio e ho scritto per un web-giornale universitario. Sono anche molto appassionato di storia, di filosofia, di arte e di musica e sfegatato tifoso juventino

9 commenti

  1. Sono sempre vivi, come un fuoco latente, hanno bisogno solo qualcuno che tolga la cenere che lo sovrasta, per ridar corpo alla fiamma.

  2. Io credo che le sinistre socialiste e social democratiche debbano o reinventarsi oppure decidere che strada vogliono perseguire: si definiscono socialiste ma si arrendono al capitalismo in maniera disarmante, senza proporre un modello di società diverso, è questo il vero problema, non hanno le idee chiare… dopo la caduta del muro in effetti son rimasti in pochissimi a sinistra ad averle chiare…

  3. Per non parlare dell’Italia che non ha un partito socialista o socialdemocratico grande, ma partitini vari…

  4. i socialisti ci sono ancora,sono chi li dovrebbero rappresentare che deludono perchè chi inseriti nella destra(udite ,udite)chi nella sinistra tutti in modo anomalo e indegno tradendo lo spirito socialista vero,manca una guida calismatica di personalità che ci rappresenti veramente in modo concreto ,e non insipido anonimo , e senza identità

  5. Lib-dem è un ossimoro; è come dire che per accendere il fuoco ci vogliono l’accendino e l’acqua. L’ideologia liberale e quella progressista (perché di questo stiamo parlando, altrimenti il termine lib-dem non avrebbe senso, perché nessuno mette in dubbio che un liberale sia democratico) hanno entrambe diritto di esistere, ma si ispirano a dottrine molto diverse sia in campo economico (il mercato come regolatore, il monetarismo, etc. da una parte, il ruolo regolatore dello Stato e cioè il keynesismo dall’altra) che in campo sociale (le libertà individuali da un lato, la giustizia sociale cioè la riduzione delle differenze fra chi è più ricco e chi è più povero dall’altra, etc.). Metterle assieme, per me, è autodistruttivo; una forza politica che si sforzi di contemperarle è condannata ai veti incrociati e alla paralisi, come il PD ci ha ampiamente dimostrato. Il dubbio che ho è questo: com’è che negli altri Paesi chi ha portato avanti la proposta lib-dem ha dovuto ritirarsi e invece noi ci teniamo Veltroni col suo seguito di 75 parlamentari a raccontarci le sue sciocchezze?

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