Carceri, siamo un paese civile?

Il grado di civiltà di un Paese si misura dalle carceri“. Quante volte abbiamo sentito o letto questa frase? Tante, forse troppe, se pensiamo che spesso è una frase usata per darsi un tono da intellettuali senza però mai approfondire davvero il problema e l’analisi della situazione carceraria in Italia.

Questo articolo ha l’intento di fungere da apriporta per una serie articoli che usciranno nelle prossime settimane. Ciascun articolo tratterà un aspetto del sistema carcerario in Italia: l’ingresso in carcere, il lavoro dei detenuti, l’accesso alle cure, l’uscita dal carcere, la riforma carceraria, lo sfruttamento degli agenti di custodia e tanto altro ancora.

Le testimonianze

Uno dei principali problemi che vengono immediatamente alla luce quando si inizia una ricerca sulle carceri, è la riluttanza a coinvolgere direttamente le persone che il carcere lo vivono, dai detenuti agli agenti di custodia. Il risultato è avere analisi “vuote”, di chi si riempie di nozioni teoriche senza conoscere tanto le dinamiche quando la cosiddetta “microfisica delle carceri“, parafrasando Foucault. Ed è per questo motivo che, iniziando questo nostro approfondimento, vogliamo farlo proprio con le parole di chi la realtà carceraria la vive.

In carcere si subiscono gravi umiliazioni relative a sesso, movimento fisico, vista, udito, linguaggio. […] La conoscenza delle cose si arresta a quanto si era constatato prima dell’isolamento. Unica fonte di informazione verbale, diretta, per la maggior parte dei carcerati, è rappresentata dai colloqui con i parenti. Proprio durante questi incontri si avverte più distintamente il disadattamento alla vita normale che si è prodotto in noi.[…] Il linguaggio non è solo una forma esteriore, ma il mezzo più idoneo per farsi comprendere, per manifestare le proprie esigenze; […] noi ci troviamo in una posizione di disagio anche se abbiamo davanti persone che ci sono particolarmente vicine. In un certo senso, ci sentiamo già stranieri.

Queste, le parole di un detenuto. Di seguito, invece, le parole di un agente di custodia:

Il carcere non rieduca, non può rieducare […]. In un certo senso, è il carcere che ci “rieduca” nel senso che ci distrugge e ci fa diventare peggio di quello che eravamo quando siamo entrati; il carcere serve solamente a creare ancor più delinquenza nei detenuti e a disadattare noi stessi. È per questo che me ne voglio andare ad ogni costo, anche a costo di pesare sulle spalle di mio padre che ha già sette figli da mantenere.

Si tratta di testimonianze certamente datate (entrambe si riferiscono al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, e sono tratte dal libro Il carcere in Italia, di Aldo Ricci e Giulio Salierno), ma ci permetteranno di considerarle come metro di paragone rispetto ai giorni nostri, per capire e valutare quanto (e se) la situazione carceraria italiana è migliorata.

Tutto questo per tentare di descrivere la situazione attuale. Per capire se una riforma è possibile e necessaria e, in caso affermativo, in quale direzione. Molti sono gli interrogativi, sul ruolo svolto dal carcere nella nostra società. O, per dirla meglio, sul ruolo che, la nostra società, ha assegnato al carcere. Così come tante sono le domande a cui dare risposta. Di cui la prima, e sicuramente quella definitiva è: il carcere consente davvero di riabilitare chi vi entra?

Il ruolo depersonalizzante del carcere

Dalle testimonianze appena lette, emerge in maniera netta il ruolo depersonalizzante giocato dal carcere. Sia nei confronti dei detenuti che nei confronti degli agenti di custodia, vittime anche loro della logica carceraria. Il carcere è una rappresentazione della società in cui si trova, di cui accentua le contraddizioni. E il suo meccanismo, fin dalle sue origini, è quello di smantellare i vari pezzi dell’uomo, distruggendo la sua personalità, per ricomporli nella creazione di un corpo docile, parafrasando nuovamente Foucault. Il suo meccanismo è quello di creare un ‘dentro’ e un ‘fuori’, creando una spaccatura tra la società e il delinquente, che risulta però così essere marchiato, impedendone il riassorbimento in quella società responsabile della sua marchiatura.

Ma è davvero ancora così? E non stiamo ora parlando di casi particolari, come può essere il trattamento dei mafiosi, ma di ‘delinquenza normale’, di quella creata nelle pieghe della società capitalistica, che, come ci ha abituati fin dalla sua nascita, crea ‘esclusi’ con lo sfruttamento, per poi rinchiuderli. Il carcere come specchio della società. Il carcere, come strumento per nascondere, di quella società, le contraddizioni.

Carceri, gli interrogativi

Nella testimonianza dell’agente di custodia, c’è un passaggio fondamentale, e precisamente quando dice che ‘il carcere serve solamente a creare ancor più delinquenza’. In che modo? E, soprattutto, perché?

Sono queste le domande a cui proveremo a rispondere e su cui vorremmo aprire un dibattito. Per comprendere quanto, nella struttura carceraria, c’è di volontà di reinserimento, e quanto c’è di vendetta giudiziaria. Quanto c’è di civile, e quanto c’è di disumano. Le parole che seguono, sono tratte da una testimonianza di un altro detenuto:

Ritornando al mio paese, […] temo che quel mondo, quella società siano incapaci di accogliermi perché, in realtà, io altro non sono che un residuo di umanità, vissuto per anni al di fuori dei cicli della natura.

L’obiettivo è riuscire a capire se, e perché, invece di sentirsi riabilitato, un uomo si sente un ‘residuo di umanità‘. Perché un agente di custodia si sente ‘disadattato‘ dal carcere. E, da qui, riuscire a capire come si è arrivati alla morte di Cucchi, di Uva, di Aldrovandi, e fare in modo che non capiti mai più nulla del genere nelle carceri italiane.

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