In Cile un mese prima della Rivolta

Il Cile è tornato prepotentemente alla ribalta nei titoli di giornali a un anno dalle proteste di piazza che infiammarono la sua capitale Santiago prima e tutta la nazione poi.  La schiacciante vittoria del Sì al referendum costituzionale costituisce un passo storico: la Costituzione del Paese voluta dall’ex-dittatore Augusto Pinochet verrà riscritta.

Non sono abbastanza esperto per poter fare un’analisi politologica o sociologica di questi eventi. Tuttavia, ho avuto la fortuna nell’estate 2019 di passare un mese a viaggiare da Nord a Sud del Cile, poco prima dello scoppio delle proteste. Per cui in questi giorni i miei pensieri non possono che tornare a quell’esperienza.

Un popolo reazionario?

I cileni che ho incontrato mi sono sembrati un popolo pragmatico. Ho percepito spesso un senso di superiorità rispetto al resto dei sudamericani. “In Cile l’economia è più forte, i servizi funzionano, i governi sono stabili“, mi è stato detto con orgoglio. “I Boliviani, i Peruviani, i Colombiani, ma anche gli Argentini, vengono a cercare lavoro ma non ce n’è mica per tutti“, ha aggiunto il mio interlocutore.

Insomma, ho parlato con molte più persone reazionarie di quanto mi aspettassi.In fondo sai, Pinochet ha costruito strade ed infrastrutture, ha portato investimenti esteri, mentre con Allende era un gran casino. Sì, alcune persone sono state arrestate senza processo. Anche il mio vicino di casa, però sai nascondeva un fucile in casa, ho sempre avuto paura fosse un terrorista.”

Sto ovviamente semplificando, anzi, alcuni incontri ci hanno aiutato a capire alcune contraddizioni della società cilena, diretta conseguenza del modello di sviluppo ultraliberista imposto dalla dittatura. Come il buon livello di sviluppo economico, soprattutto rispetto ad altri paesi sud americani, che però non riesce a garantire servizi adeguati a vasti strati della popolazione, vista la privatizzazione di settori quali la sanità e l’istruzione e la disuguaglianza molto alta. O come l’istituzione di parchi nazionali per tutelare le incredibili bellezze naturali di questa terra, terra che però è teatro di repressione dell’identità dei Mapuche, che hanno subito crescenti tentativi di allontanamento dalle loro terre ancestrali e che nella costituzione non erano nemmeno menzionati.

Le persone con questa coscienza critica mi sono sembrate comunque minoritarie (e in effetti non erano molte, anche se le abbiamo incontrate in luoghi molto lontani, dal deserto di Atacama, al Nord, agli ostelli di Punta Arenas, nell’estremo sud del continente, passando per le visite guidate nel centro di Santiago) e anche sconsolate, quasi rassegnate al fatto che il grande pubblico non sembra accorgersene e che la storia sembra andare in un’altra direzione.

Chaitén: un puntino nella foresta patagonica

L’incontro più strano, ma probabilmente anche più emblematico di queste contraddizioni, è avvenuto in un ostello a Chaitén nella Patagonia Settentrionale.

Chaitén si incontra sulla Carretera Austral, la strada (l’unica) che attraversa la Patagonia Cilena. È un piccolo rettangolo lungo otto isolati e largo quattro che si affaccia sull’oceano Pacifico ed è circondato dalla cordigliera andina, con i suoi monti ed i suoi vulcani. Uno di questi ha causato la totale evacuazione della città, nel 2008, lasciandola completamente deserta per un anno.

Il paese è tremendamente isolato, ma del resto tutti i centri abitati della Patagonia sono dei puntini in mezzo alla foresta pluviale. Ci sono delle linee di pullman che si fermano passando per la Carretera, una corsa al giorno verso Puerto Montt, a Nord, ed una ogni tre giorni verso Puyuhapi, (paese grande un terzo rispetto a Chaiten) a Sud. Puerto Montt dista 10 ore di bus, mentre Puyuhapi 6, nel mezzo c’è solo foresta e qualche gruppo di case che appare sporadicamente.

Il Creazionista

Nell’ostello dove alloggiavamo incontrammo il Creazionista. Era il marito della proprietaria e non lo avevamo mai incrociato i primi giorni perché aveva un altro lavoro e rincasava tardi, ma una sera volle restare a parlare con me e il mio compagno di viaggio. L’inizio della conversazione fu freddo, tanto che pensavamo fosse rimasto per tenerci d’occhio, ma poi pian piano si aprì con noi. 

Finì per raccontarci della sua vita, di come fosse originario di quelle parti, del fatto che fosse rimasto senza padre da ragazzo e di come avesse iniziato a lavorare subito dopo. La sua storia è quella di un uomo che ha avuto una vita dura e che, grazie ai suoi sacrifici, è “arrivato ad avere un’esistenza normale, con un lavoro, una casa di proprietà, una piccola attività (l’ostello) ed una moglie”.

Parlavamo in spagnolo ovviamente, ma il suo approccio mi ricordava un po’ i racconti degli anziani della mia natia Brianza, venuti da famiglie contadine, con una vita passata a fa nà i man, per arrivare a morire con una casa, una famiglia e senza debiti. Di sicuro il fatalismo era quello, se non peggio, visto che di lui non ricordo il nome, ma nei miei ricordi è il Creazionista.

Alcuni nascono Cavalli, altri Asini

Dopo poco iniziai a chiedergli cosa ne pensasse della società e se trovasse giusti i sacrifici che aveva fatto. Credevo di trovare in lui un senso di rivalsa sociale mentre parlavo di disuguaglianza e del fatto che non trovavo giusto che nel mondo non tutti abbiano le stesse opportunità. Ma questi concetti non lo scalfirono affatto e mi rispose serafico con una semplicità e una serenità disarmanti che era già tutto scritto nella Bibbia: Dio ci crea diversi e per ognuno ha un percorso pronto. Quindi, certe questioni non lo toccavano minimamente.

La sua convinzione mi instillava quasi dei sensi di colpa. Alla fine io mi sono potuto permettere un volo per il Sud America, girando il Cile per un mese pur essendo studente, arrivando a conoscerlo meglio del Creazionista stesso, che non ha mai potuto viaggiare alla mia età e neppure l’ha fatto dopo. Può essere così potente, l’oppio dei popoli?

Allora iniziai a raccontargli di me, convenendo che una storia come la sua mi faceva pensare a quanto fossi fortunato e a quanto vorrei lasciare alle prossime generazioni un mondo diverso, più giusto. Ma la sua risposta fu secca: “alcuni nascono cavalli ed altri nascono asini, i cavalli puoi curarli, farli correre, investirci tempo, ma gli asini non potranno fare altro che lavorare per tutta la vita. Non tutti possono studiare”.

Per un ragazzo occidentale come me è stato difficile approcciarsi a uno come lui e provavo rabbia verso quell’ideologia che lo incatenava alla sua condizione. Ho pensato che se avessi avuto più tempo forse avrei potuto persino convincerlo a “liberarsi delle sue catene“. 

Lotteremo anche per voi

Non ero contento della conversazione con il Creazionista. Non riuscivo a mettermi fino in fondo nei suoi panni, pensavo a come fosse possibile rimanere totalmente indifferenti a delle ingiustizie vissute sulla propria pelle. Mi domandavo come si potesse scalfire certe convinzioni e a generare il cambiamento, se i primi che dovrebbero chiederlo nemmeno si rendono conto che la questione esiste.

Ero piuttosto scoraggiato, poi però è subentrato un pensiero diverso, una speranza, diciamo. Se un po’ di persone si rendessero conto di certe ingiustizie, renderebbero normale essere scontenti e propositivi, anziché fatalisti. Dobbiamo capire perché molte persone semplicemente non se ne rendono conto, dobbiamo conoscerle, parlarci, convincerle. Difficile che ciò parta dai paesi immersi nella foresta pluviale patagonica, ciononostante, nel mio diario di viaggio, quella sera ho scritto “Sorrido e penso ‘lotteremo anche per voi’”.

Il neoliberalismo nasce e muore in Cile

Sono tornato a casa da quel viaggio convinto che il Cile fosse un paese magnifico ma con contraddizioni enormi. Gli squilibri causati dal modello di sviluppo neoliberale mi sembravano evidenti, ma ero abbastanza convinto che ci sarebbe voluto tempo prima che sarebbe cambiato qualcosa. Evidentemente mi sbagliavo.

Non so quanto delle proteste contro il Presidente Pinera sia arrivato anche in Patagonia, sicuramente mi piacerebbe tornare a Chaitén e negli altri paesi che ho visto per scoprirlo. Quel che è certo è che una larga parte della popolazione era insoddisfatta nei confronti della società in cui viveva. E le immagini di Piazza Italia piena di gente, con le bandiere Mapuche a sventolare insieme a quelle cilene, sono un simbolo che farà parte della storia, insieme alle scritte “El neoliberalismo nace y muere en Chile”.

Insomma, un anno e tre mesi dopo la fine di quello splendido viaggio, mi sembra chiaro che se le ingiustizie sociali sono presenti ed evidenti, la protesta può accendersi da un momento all’altro. E può partire da questioni a prima vista poco importanti, come l’aumento del prezzo della metropolitana nella capitale. Insomma, può cambiare tutto. E quando meno ce lo si aspetta.