Luci e ombre del Recovery Fund

Il Consiglio europeo ha varato il cosiddetto Recovery Fund, un pacchetto da 1800 miliardi di euro volto a stimolare la ripresa economica del Vecchio Continente. L’importanza del provvedimento deriva dal fatto che per la prima volta è prevista una forma di condivisione del debito, che consiste nell’emissione di titoli comuni sui mercati finanziari da parte della Commissione europea. Restano dei punti controversi, nonostante l’importanza del provvedimento. 

Il risultato Italiano

Il Governo italiano può giustamente gioire del risultato ottenuto al termine della trattativa europea. Nonostante l’ardua resistenza dei paesi “frugali” e una pessima reputazione riguardo la qualità della nostra spesa pubblica, l’Italia porta a casa un accordo che va al di là di ogni aspettativa.

Il nostro Paese è riuscito a ottenere l’aumento fino a 209 miliardi dei fondi a disposizione rispetto ai 178 miliardi della proposta iniziale, pari al 28% dell’intero Recovery Fund. Tale ammontare si divide in 82 miliardi a fondo perduto (27 al netto dei contributi italiani) e 127 miliardi di prestiti. Inoltre, il Recovery Fund andrà a coprire le spese avvenute dal 20 febbraio 2020, dando la possibilità all’Italia di anticipare le spese che andranno ad essere coperte dal fondo.

I “frugali”

La posizione tenuta dai paesi “frugali” si spiega come un insieme di ideologia, sfiducia e interesse di parte. Ideologia perché nonostante molte credenze sull’economia italiana siano falsi miti (come Philipp Heimberger spiega in questo articolo pubblicato da Social Europe), queste vengono usate maliziosamente dai “frugali” per supportare la teoria della presunta superiorità morale nordica. Sfiducia nei confronti delle istituzioni europee, in quanto la Commissione Europea fin troppe volte ha chiuso un occhio sugli scostamenti del deficit italiano rispetto ai parametri europei.

Infine, l’azione dei frugali è stata guidata da un forte interesse di parte riguardo l’incremento dei così detti “Rebates” (sconti sui contributi nazionali al bilancio europeo). Forti di un’inedita “coesione dei piccoli” che contava 5 paesi i “frugali” hanno imposto un controllo rafforzato sull’attività svolta dalla Commissione che, in linea teorica, potrebbe portare all’interruzione dei finanziamenti. Infine, il risultato maggiore è stato ottenuto sui rebates.

Infatti, i paesi frugali hanno ottenuto i tanti agognati e sostanziosi sconti sui contributi ai danni del bilancio europeo. Basti pensare che l’Austria con 565 milioni di euro vede raddoppiare il proprio sconto, mentre i Paesi Bassi dovranno sborsare per il bilancio europeo 1,921 miliardi in meno, contro i 10 miliardi in più di cui si farà carico la Germania (che passa da 13,5 a 23,5 miliardi di contributi).

Le implicazioni europee

L’Europa delle Istituzioni è stata la vittima sacrificale sull’altare degli interessi nazionali. Il peso della Commissione Europea in tema di politica fiscale comune e il ruolo del Parlamento Europeo come istituzione di indirizzo della politica europea ne escono sostanzialmente ridimensionati rispetto alle proposte antecedenti il Consiglio Europeo.

Tre erano i temi principali posti dalle istituzioni europee: il bilanciamento di poteri tra istituzioni europee e singoli Stati membri, la tutela dello Stato di diritto all’interno del perimetro europeo e un maggiore impegno finanziario dei paesi membri nei programmi comunitari. Dato il meccanismo di controllo scelto per il NextGenerationEU, il cosiddetto freno di emergenza, è chiaro che è stato fatto un passo indietro nel processo di integrazione europea.

Il supporto di Orban alla causa italiana chiaramente non è arrivato a costo zero, ma in seguito all’annacquamento della norma sul rispetto dello Stato di diritto che tanto infastidiva la Polonia e l’Ungheria. Per entità dei tagli e per segnale politico la riduzione dei fondi europei è la conseguenza maggiormente dannosa di questo accordo.

Horizon Europe, InvestEU, JTF e EU health, cioè i fondi relativi a settori fondamentali quali la ricerca e sviluppo, sanità transfrontaliera e cambiamento climatico, sono stati falcidiati rispetto alla proposta iniziale per accontentare i frugali. Sugli ultimi due temi il parlamento europeo si era espresso chiaramente e quanto è emerso dalla trattativa va in senso chiaramente contrario rispetto a quanto i rappresentati dei cittadini europei avevano indicato.

La sfida vera arriva ora

Sul fronte europeo il Governo a dato prova di ottime capacità negoziali, anche favorito da un cambio di passo in seno all’asse franco-tedesco. È difatti innegabile che Macron e la Merkel abbiano giocato un ruolo decisivo nel perorare la causa italiana. Ora arriverà la vera sfida: la definizione e l’implementazione di un serio programma di ripartenza.

Nonostante nel suo complesso l’economia italiana sconti vari pregiudizi all’estero, l’incapacità progettuale e di spesa dello Stato italiano è chiara ed evidente. L’Italia ha sempre faticato a spendere i fondi europei anche in tempi non burrascosi.

La politica italiana ha spesso dato prova di rinunciare facilmente a strategie di lungo periodo in favore di politiche più adattte a capitalizzare il consenso. Tutto questo dovrà cambiare.

Dovrà cambiare non per rispettare i vincoli europei o accontentare gli olandesi. Dovrà cambiare perché da questo dipende il nostro domani, la capacità del paese di restituire i prestiti ricevuti e di garantire un futuro ai nostri figli che sia migliore di quello che la generazione dei baby-boomers ha lasciato a noi. In fondo non è questo il senso di #NextGenerationEU?

 

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