#Fase2, l’Italia non riparte scaricando la crisi sui lavoratori

Non si risana l’economia del paese sulla pelle dei lavoratori“, sostenne Enrico Berlinguer nel 1982 di fronte al gotha di Confindustria.

L’Italia di quegli anni era prossima alla fine di una lunga stagione contrassegnata da una crescita economica sostenuta e da un’imponente espansione del welfare, culminata con l’introduzione del Sistema Sanitario Nazionale nel 1978. Infatti, il nostro Paese si stava avviando verso un periodo storico che vedrà la classe lavoratrice come protagonista di una forte erosione dei diritti sociali conquistati fino a quel momento.

Sull’Italia degli anni ’80 pesavano le minacce di un’inflazione elevata e di un saldo commerciale costantemente negativo che rendevano il modello di sviluppo italiano insostenibile. Fu così che la notte di San Valentino 1984 fu firmato il taglio alla scala mobile (poi rimossa nel 1992), meccanismo che indicizzava i salari alle dinamiche inflazionistiche, e iniziò l’alternarsi di svalutazioni salariali alle già frequenti svalutazioni monetarie che ebbero come prima vittima il reddito da lavoro. Non a caso i dati sul reddito indicano che un operaio italiano in media guadagnava di più negli anni ’80 che oggi. Una strategia che servì a eliminare per il ceto imprenditoriale italiano l’onere di affrontare altrimenti essenziali investimenti in innovazione e riassestamenti organizzativi.

Dall’euro a oggi

Una volta avviato il processo d’adesione alla moneta unica la svalutazione monetaria non fu più praticabile e, nonostante i primi anni dell’euro lo permettessero, le nostre classi dirigenti non ebbero la volontà di intraprendere un percorso virtuoso diretto ad aumentare la produttività dell’economia. È così che nel 2008, allo scoppiare della crisi finanziaria, si verificò un ulteriore massiccio attacco ai diritti dei lavoratori atto ad aumentare la competitività delle imprese italiane tramite l’abbassamento del costo del lavoro.

Lavoratori poveri, part-time involontario e bassa produttività del fattore lavoro non sono fenomeni nati all’improvviso, ma il risultato di una politica economica provinciale e di un capitalismo straccione che non ha mai provveduto ad effettuare importanti investimenti in tecnologia, scaricando il problema della produttività sulla presunta inadeguatezza e mancanza di formazione dei lavoratori. Ma la produttività di un operaio dipende dal macchinario che gli viene messo tra le mani e dalle tecniche che gli vengono insegnate. Oneri che dovrebbero spettare a chi il capitale lo gestisce ed i mezzi di produzione li possiede.

Un nuovo paradigma per il mercato del lavoro post-covid

È probabile che, nel futuro prossimo, politiche salariali atte a salvaguardare un’equa e dignitosa retribuzione dei lavoratori saranno osteggiate con accuse di ostacolare la ripresa o di avere un impianto ideologico anti-impresa. La realtà è che non possiamo più permetterci di scaricare sui salari e la stabilità lavorativa i problemi della nostra economia. Le politiche di svalutazione salariale hanno infatti contribuito a portare l’Italia nella sua condizione di economia a bassa produttività. La svalutazione salariale ha fornito un forte incentivo alle imprese nazionali per non perseguire investimenti in nuove tecnologie, data la possibilità di ricorrere a risparmi sulla quota salari.

Inoltre, a chi contesta questa teoria sostenendo che un minore costo del lavoro comunque libera fondi per investimenti imprenditoriali, basterebbe mostrare i dati dell’ultimo decennio. Mentre la quota salari scendeva, lo stesso facevano gli investimenti privati. Al contrario, nello stesso periodo si osserva un incremento della quota profitti.

Come riportano Marta e Simone Fana in “Basta salari da fame!”:

D’altronde un sistema produttivo che può continuare ad accaparrarsi quote di profitto, aumentando il saggio di sfruttamento della forza lavoro, non ha alcuna urgenza a investire per migliorare la propria dotazione di capitale. Quello che è avvenuto in Italia dagli anni Novanta sino al secondo decennio degli anni Duemila è esattamente questo: i profitti accumulati dalle imprese non sono stati reinvestiti nell’economia, generando un aumento della rendita tra il 1990 e il 2013 dell’84%, mentre la quota degli investimenti in rapporto ai profitti è caduta del 47%.

Alla luce di ciò, misure a tutela dei lavoratori quali un salario minimo nazionale o di categoria che non permetta deroghe, la definizione di contratti chiari a sostituzione della miriade di opzioni che vanno a discapito del lavoratore e l’ingresso dei lavoratori negli organi direzionali delle grandi imprese sono proposte concrete e percorribili per assicurare equità nell’affrontare la crisi economica e per tutelare finalmente il lavoro, ponendo così le basi per un nuovo modello di sviluppo economicamente ed umanamente sostenibile.

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