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Sui #Coronabond si gioca il futuro dell’Europa

La diffusione del coronavirus e le necessarie misure di contenimento adottate dai Paesi colpiti porteranno ad una recessione economica che riguarderà l’intera eurozona.

Coronavirus, l’effetto sulla crescita

Questa è la previsione contenuta nel rapporto pubblicato dal RaboResearch, centro di ricerca della banca olandese Rabobank. Il rapporto basa le proprie previsioni sull’ipotesi molto realistica che la risposta alla crisi all’interno dell’eurozona non avrà la stessa portata di quella cinese. Infatti, le misure draconiane adottate in Cina non sono replicabili in regimi democratici e i problemi di coordinamento tra paesi membri sono già fonte di ritardi e inefficienza. 

RaboResearch stima in -1% il tasso di crescita per il 2020 dell’eurozona  mentre un rapporto rilasciato da McKinsey arriva a stimare un crollo tra il -4 % ed il -10 % del PIL in base allo svilupparsi della pandemia. Al di là delle previsioni, la crisi economica dovuta al coronavirus si prospetta ben peggiore che nel 2008. Infatti, mentre allora la crisi ebbe origini finanziarie, quella di oggi si presenta come uno shock simultaneo di domanda e offerta. Il grafico qui sotto, estratto dal rapporto di RaboResearch, prova ad esplicitare visivamente quali sono i canali attraverso il quale la crisi economica sta assumendo tratti così nefasti.

RaboResearch - coronavirus

Coronavirus, come “infetta” l’economia

Il virus infetta il sistema economico attraverso due canali: domestico ed esterno. Il virus si propaga all’interno degli Stati obbligandoli ad assumere misure di contenimento che hanno forti impatti sui consumi (i.e. chiusura di pubblici esercizi, attività ricreative, industrie). Inoltre, la paura diffusa di contrarre il virus e le preoccupazioni riguardo le prospettive economiche portano ad un’ulteriore compressione dei consumi. Col propagarsi dell’epidemia lo Stato è chiamato a prendere misure sempre più stringenti e, come successo negli ultimi giorni, opta per la chiusura preventiva di tutte le attività economiche ritenute non necessarie. A questo punto il sistema economico è colpito sia nei consumi interni che nella sua capacità produttiva. Infine, la chiusura dei confini aerei e terrestri, attuata nel tentativo di limitare il diffondersi del virus tra nazioni, finisce per deprimere ulteriormente l’economia danneggiando la catena di fornitura internazionale e azzerando il comparto turistico.

La domanda che ora circola tra decisori politici, economisti e ormai molti cittadini è: come uscire da questa crisi economica e far ripartire le nostre economie? Una prima risposta arriva dalle parole dell’ex governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi. In un commento rilasciato sulle pagine del Financial Times, Draghi sottolinea la necessità di “aumentare e di molto il debito pubblico. Le perdite che subirà il settore privato, e i debiti che questo contrarrà per farvi fronte, dovranno prima o poi essere assorbiti, del tutto o in parte, dal bilancio dei governi”. 

Il rischio speculazione

Sfortunatamente il forte rischio di atteggiamenti speculativi sui titoli di stato dei Paesi a più alto debito pubblico mette in dubbio, se non esclude, la possibilità per alcuni paesi dell’eurozona di finanziare autonomamente una risposta efficace alla crisi. Infatti, tale reazione porterebbe ad una probabile nuova crisi del debito sovrano che potrebbe avere conseguenze funeste quali il ricorso al MES o la ristrutturazione del debito in un contesto di forte instabilità. Da qui si rende necessaria una risposta europea.

La risposta europea

La Banca Centrale Europea (BCE) ha fatto il suo esordio in questa crisi con l’imperdonabile uscita della neo-governatrice Christine LagardeNon siamo qui per ridurre lo spread”. Gesto bonariamente etichettato come gaffe, ma che altro non è che l’espressione di una delle posizioni interne alla BCE che attualmente ispirano il confronto ai tavoli europei. Successivamente, avendo osservato le conseguenze di questa sciagurata presa di posizione, la BCE ha deciso di intervenire con un maxi-piano di acquisti che ha aiutato a calmare i mercati ormai soggetti ad una violenta instabilità.

I governi europei, apparentemente incapaci di imparare dagli errori commessi durante la crisi economica del 2008, hanno inizialmente reagito in ordine sparso con azioni che nulla hanno a che fare con lo spirito di solidarietà europea (vedasi i vari atti di pirateria riguardanti i prodotti medicali). In seguito, invece di unirsi e trovare una soluzione comune che vada a sostegno dell’intera economia dell’eurozona, i Paesi dell’euro si sono divisi in due fazioni con visioni apertamente opposte sugli strumenti da impiegare. Dibattito che nasconde una vera spaccatura sul come dovrebbe evolversi in futuro le istituzioni europee.  

Le due fazioni in campo

Da un lato, soprattutto dai Paesi del Sud, si chiede l’emissione di “coronabonds che null’altro sono che eurobond emessi per affrontare l’emergenza coronavirus. L’emissione dei “coronabonds” e il trasferimento dei fondi, sotto forma di prestito, ai paesi in difficoltà costituirebbe una prima mutualizzazione del debito pubblico.

Ad opporsi troviamo i Paesi del Nord con Olanda e Germania a capofila. Ispirati da un forte sentimento di superiorità morale e per ragioni costituzionali (la costituzione tedesca vieta il trasferimento di risorse a paesi stranieri senza nessuna forma di controllo in quanto si tratterebbe di esproprio delle risorse dei propri cittadini), questi Paesi si oppongono ad una qualsiasi forma di mutualizzazione del debito pubblico e sostengono che gli strumenti già esistenti siano sufficienti per affrontare le sfide che l’Europa si trova ad affrontare. 

Nello specifico, i paesi del Nord sostengono che l’Eurozona sia già dotata di un fondo d’emergenza da impiegare in caso di crisi: il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Il MES richiede allo Stato che intende accedervi di sottoscrivere determinate condizioni inerenti la riduzione del debito pubblico e il contenimento della spesa pubblica a garanzia per il prestito concesso. Se la presenza di condizionalità è vista favorevolmente dai Paesi del Nord per le ragioni sopra esposte, un Memorandum of Understanding (MoU) ispirato dalla stessa logica seguita per il caso greco sarebbe chiaramente inaccettabile per i Paesi ad alto debito pubblico. 

D’altro canto, proprio la natura delle condizionalità può fornire un punto di incontro tra le due posizioni. Se la logica del MES dovesse cambiare e il MoU limitare lo Stato richiedente solo nell’allocazione della spesa (ad esempio, sanità e investimenti per la ricostruzione) allora anche questa soluzione potrebbe divenire percorribile e appianare le divergenze tra le due fazioni. Ad oggi però, questo scenario appare ancora piuttosto remoto.

La strategia italiana

La strategia italiana si basa su due pilastri: la sostenibilità del nostro debito pubblico e la necessaria solidarietà europea che i governi europei dovranno mostrare per non portare l’Unione alla sua disgregazione.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha informato il Consiglio Europeo che l’Italia è tra i Paesi dell’eurogruppo contrari all’impiego degli attuali strumenti di politica economica. L’Italia ha anche ribadito la sostenibilità del proprio debito pubblico. Come spiega l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard, considerando i tassi di interessi sui titoli di stato italiani degli ultimi mesi e il tasso di crescita previsto per il Paese nei prossimi anni, contenendo il deficit al di sotto del 2% l’Italia potrebbe perseguire l’obiettivo di ridurre il proprio debito pubblico senza adottare nuove intense politiche di austerity. 

Il secondo pilastro su cui si basa la strategia italiana è la necessità che i governi europei dimostrino che l’Europa non è un progetto arrivato al capolinea. In un recente sondaggio condotto da TermometroPolitico, più dell’80% degli italiani intervistati vedeva nel comportamento tenuto dall’Europa in questa crisi un motivo di delusione o addirittura un’ulteriore ragione per uscirne. 

Infine, fortunatamente, la strategia italiana può sfruttare un terzo fattore: oggi, al contrario che nel 2008, i paesi dell’Europa del Sud sembrano aver trovato nuova unica voce. Al momento, questa alleanza che vede uniti Italia, Spagna, Francia,  Portogallo e Grecia supportati anche da Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia ha portato al rifiuto delle proposte emerse durante l’ultimo Consiglio Europeo e alla definizione di un periodo di 14 giorni entro il quale si dovrà trovare una soluzione comune. 

L’UE si gioca il suo futuro

I governi europei si presentano nel peggiore dei modi di fronte alla sfida più grande dall’istituzione dell’UE ad oggi. Fino ad ora, come ha ricordato anche l’economista Paul De Grauwe, le reazioni dei singoli paesi hanno solo rafforzato le posizioni sovraniste ed euroscettiche. Riuscendo a far traballare anche l’europeismo dei più moderati.

Quello che avverrà nei prossimi giorni non sarà altro che lo specchio di quello che è lo stato della cosiddetta solidarietà europea a quasi trent’anni dal trattato di Maastricht.

E’ chiaro che se le istituzione europee e i singoli governi non dovessero essere all’altezza della situazione, la sopravvivenza dell’Europa come noi la conosciamo diverrebbe serio argomento di discussione. Una nota positiva arriva però dal nostro governo: ad ora la posizione italiana rispecchia una responsabilità e una lucidità a cui la politica nostrana ormai ci aveva disabituato. 

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