Tonino non vuole Vendola alle primarie

Antonio Di Pietro è stato l’indubbio protagonista dell’ultima settimana politica italiana. L’ha fatto nel suo solito modo, eccependo una qual certa scaltrezza politica da consumato squalo del campo. Legittimo diranno in molti, visto il ridimensionamento avvenuto dopo i recenti risultati politici se si tralascia Napoli (ma dove è stato eletto De Magistris, uno che aveva insidiato la sua leadership nel partito), stretto da una parte dai numeri di SeL e dalla schiacciante affermazione del PD. E Tonino torna protagonista partendo proprio da questo: attaccando Bersani e Vendola e ricollocandosi a destra dell’area di centrosinistra, spostandosi su toni moderati che forse giusto le maestre delle elementari possono ricordare.

Tonino aggredisce, e giusto questo gli rimane da fare nella situazione attuale. Aggredisce e si sposta a destra, insidiando anche lui la leadership della coalizione di centrosinistra, che i sondaggi danno in mano a Bersani ma è opinione comune che possa essere Nichi Vendola a guidarla nel 2013 o quando sarà. Bersani è la vittima designata alla Camera, quando va in onda lo show moderato dell’ex PM: ringalluzzito dalla conversazione con Berlusconi, Tonino si modera e abbandona l’imperante antiberlusconismo, colto dalla sindrome di Zenigata, e attacca l’opposizione e il partito di (presunta) maggioranza relativa, reo di non avere un programma per governare il paese coerente.

Tonino inoltre rivendica le sue radici non di sinistra palesando così il suo spostamento a destra, per differenziarsi da Vendola e Bersani che già occupano tutta la parte di centro-sinistra della coalizione: uniamo il tutto al fatto che è passato dall’accusare Berlusconi di fascismo al dare disponibilità al suddetto se si parla di riforme e il gioco è fatto.

E tutto questo è strumentale per l’ultimo pezzo forte per il politico dalle Mani Pulite, l’attacco a Vendola: lo dice chiaro e con il suo solito modo, “siamo pronti per le primarie, ma non per candidati alla Vendola”, presupponendo quindi un programma di coalizione chiaro e definito con i leader del centrosinistra, senza eroi o campioni di immagine. Ma a Di Pietro vogliamo dire una cosa: la coerenza di una coalizione si vede anche dall’atteggiamento che un leader politico assume in Parlamento e nelle dichiarazioni, e lui certo non può ergersi a modello passando dall’antiberlusconismo più irriducibile a una moderazione di era veltroniana; l’avevamo già visto a inizio legislatura, non paga.

Critiche anche dal suo partito per bocca di De Magistris e dell’ex coordinatore cittadino di Milano, Giulio Cavalli: “Io non sono d’accordo sulla svolta centrista di Antonio Di Pietro di questi ultimi giorni.” dichiara quest’ultimo, mentre il sindaco di Napoli ribadisce: “Credo che Di Pietro stia tentando una svolta centrista. Non ha senso, perché il centro è già fin troppo ingolfato, e soprattutto non è lì che vogliono andare i nostri sostenitori” affermando soprattutto che non si può passare dall’ala sinistra all’ala destra della coalizione.

Insomma, a Di Pietro si chiede di non essere troppo impulsivo e di non pensare alla propria utilità, cioè i voti dell’Idv, ma di pensare a una politica di opposizione e di coalizione pronta a governare, senza distinguo e senza troppi protagonisti: glielo chiedono i suoi elettori, glielo chiedono gli Italiani.

 

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