#ReferendumAutonomia, il mega-flop di #Maroni e la demagogia di #Zaia

Su questo blog non ci siamo per nulla occupati del c.d. “referendum sull’autonomia” indetto dai governatori leghisti di Lombardia e Veneto Maroni e Zaia per la giornata di ieri. Non perché fossimo distratti ma per una precisa scelta politica. Anzitutto, perché i cittadini delle rispettive regioni avevano già assicurato un mandato elettorale forte ai due governatori, che avevano nel programma l’oggetto della richiesta referendaria; quindi bastava quello (come ha fatto Bonaccini in Emilia-Romagna). In secondo luogo, perché un tema estremamente serio come questo non poteva essere trattato con argomenti da bar e cifre sparate a casaccio, come è successo nel risibile dibattito andato in scena nelle due regioni, con un disinteresse massimo per l’opinione pubblica lombarda che si è tradotto nel mega-flop di Roberto Maroni.

Iniziamo da quest’ultimo: a più di 12 ore dalla chiusura delle urne non vi è ancora un dato ufficiale sui risultati. Merito del voto elettronico, effettuato con tablet pieni di bug costati il doppio del prezzo di mercato dei dispositivi top gamma venduti da Apple e Samsung. “Resteranno alle scuole”, ha dichiarato trionfante il governatore, che propone il voto elettronico anche per le prossime elezioni politiche. Ma chi userebbe mai quei rottami? L’unica cosa positiva di questo voto è che finalmente il Governatore potrà farsi processare come tutti i cittadini (aveva chiesto la sospensione per la campagna elettorale, dopo reiterati certificati medici). Per il resto: Maroni ha speso 50 milioni di euro contro i 14 del collega Zaia per indire un referendum che da volano per la sua campagna elettorale si è trasformato in un boomerang: dopo i ripetuti scandali di corruzione e ‘ndrangheta passati sotto il suo naso, senza che se ne accorgesse, si spera che i cittadini lombardi capiscano che la tanto sbandierata efficienza e buona amministrazione non abitano da quelle parti.

Ma passiamo ora al governatore del Veneto, Luca Zaia, che ieri sera davanti alle telecamere ha avanzato la pretesa di trattenere i 9/10 delle tasse in Veneto. Tutto molto bello, peccato che non c’entri nulla con il quesito referendario, che parlava di devolvere competenze e gettito.

Il “residuo fiscale” di cui tanto si è discettato in queste settimane non c’entra nulla infatti con la “maggiore autonomia” oggetto del referendum: se una regione paga 100 euro di tasse al governo centrale, che poi spende in servizi a quella regione per 80 euro, il residuo fiscale è 20. Qualora quella regione ottenesse 10 euro in più di tasse per gestire direttamente una funzione gestita dallo Stato (ad esempio, l’istruzione), le tasse versate allo Stato centrale saranno 90 anziché 100, ma la spesa statale in quella regione scenderà a 70, dato che quei 10 euro vengono impiegati direttamente dalla Regione. Risultato? Il residuo fiscale rimarrà sempre 20.

Per arrivare a una riduzione del residuo fiscale, esistono solo due strade:

  1. continuare a pagare 100 allo Stato centrale, aumentando la quota dei soldi investiti sul territorio (tradotto: maggiore centralismo);
  2. diminuire i 100 euro pagati allo Stato centrale, aumentando gli 80 euro di spesa statale investiti sul territorio, permettendo alle Regioni di usare il maggiore gettito per materie già di loro competenza (e non devolute, viceversa si ricade nella fattispecie di cui sopra).

La richiesta di Zaia annunciata davanti alle telecamere è la seconda, cioè trattenere i 9/10 delle tasse in Veneto, che però non c’entra nulla con il quesito referendario, che parlava di devolvere competenze e gettito, cioè la situazione descritta al punto 1 (che lascia intatto il residuo fiscale). Tradotto: siamo di fronte alla solita demagogia un tanto al chilo. Con gravissime lacune da esame base di scienza politica.

Detto questo, il problema della maggiore autonomia, in un Paese come il nostro, è estremamente serio, perché ha a che fare con la cultura politica prevalente che ignora un cardine fondamentale di ogni Politica con la P maiuscola che si rispetti: il concetto di accountability, cioè di responsabilità politica. In questo Paese infatti nessuno paga per gli errori politici che fa, invocando come scudo la non rilevanza penale di certi comportamenti. Sono proprio queste persone i veri “giustizialisti” (termine per altro improprio), perché sono loro che rivendicano una supremazia della legge penale sulle dinamiche della Politica (che è poi il succo della Questione Morale: comportamenti perfettamente legali sono alla base del discredito continuo gettato sulle istituzioni statali e quindi della minor fiducia di cui godono partiti e governi).

Lo sperpero di denaro pubblico che c’è in Sicilia è perfettamente legalizzato: la situazione paradossale per cui in Veneto hanno 400 forestali e in Sicilia 28mila è la dimostrazione che maggiore autonomia non equivale a maggiore efficienza. E il problema della sfiducia nei confronti delle Istituzioni non riguarda tanto o solamente i soldi, ma il fatto che nessuno si assume la responsabilità politica delle proprie azioni. Nessuno paga mai per nulla. E questa situazione è favorita da un’architettura istituzionale dove ogni livello di governo non ha i propri strumenti fiscali esclusivi (chiari, precisi, netti) per gestire le materie di sua competenza e il cittadino si sente stretto in una morsa dove corruzione, fenomeno mafioso e imprenditoria parassitaria rendono insostenibile la presenza dello Stato e dei suoi principali livelli di governo, che a una delle tassazioni più alte d’Europa non garantisce un equivalente sistema di welfare (in primis le regioni, la cui maggiore autonomia dal 2001 ha significato ovunque moltiplicazione degli scandali e dei centri di corruzione).

Prima di invocare maggiore autonomia, bisognerebbe invocare maggiore responsabilità politica, che significa anche che quando un livello di governo per l’incapacità dei propri amministratori rischia il fallimento, lo si lascia fallire (e si recapita il conto a chi è responsabile politicamente dello sfascio). Al tempo stesso, bisognerebbe dare piena attuazione della Costituzione, garantendo a tutti i cittadini di qualunque regione i livelli essenziali delle prestazioni in una materia cardine del welfare come la sanità, dove ad esempio la Lombardia è al centro ancora oggi di numerosi scandali tanto quanto le regioni del Sud.

L’autonomia è una bella cosa, ma da sola non risolve nulla dei problemi italiani, che hanno a che fare tutti con gli effetti degenerativi della Questione Morale, quelli del sottogoverno, del clientelismo, delle spartizioni di potere, delle confusioni tra pubblico e privato, delle commistioni tra potere politico e potere economico, dell’inceppamento dei meccanismi di controllo democratico e, soprattutto, dell’abitudine all’impunità.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro “Casa per Casa, Strada per Strada”. Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

45 commenti

  1. maroni è contento che 34 lombardi hanno votato si e che ne pensa dei 66 che non lo hanno cacato……………………………

  2. Perché non l’hanno fatto quando stavano al governo con Berlusconi? Non possono essere credibili!!!

  3. Speriamo pero che non chiedano in caso di emergenza soldi e aiuti a tutti noi .l autonomia è fare da soli sempre

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