#BrexitDay, sarà un gioco al massacro

Mentre oltreoceano il sistema giudiziario, statale e federale oppone una ferrea resistenza giuridica nei confronti del “muslim ban” (l’ultimo ostacolo viene dalle Hawaii, lo Stato di Obama), mettendo a dura prova la politica di Trump, l’Europa si risveglia oggi con la lettera firmata da Theresa May che apre ufficialmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Sono passate poche settimane dallo schiaffo elettorale dei liberali al nazionalista ultraconservatore Geert Wilders, che ha segnato la prima vera reazione contro il dilagante populismo, concedendo ai paesi membri dell’UE un desiderato respiro di sollievo (affluenza all’81% e, nonostante il crollo dei socialdemocratici, vi è stata la rinascita dei Verdi). Se però sembra stia nascendo, seppur ancora in fase embrionale, una resistenza antipopulista, è anche vero che i negoziati sulla Brexit rischiano di dare nuova linfa ai nazionalisti.

Il Regno Unito, autore del primo squillo della tromba euroscettica, vive attualmente una soffocante situazione causata, da un lato, dall’intransigenza dell’UE e, dall’altro, dallo spirito indipendentista della Scozia. La provocante, quanto meschina, politica di Farage si sta dimostrando tragicamente complessa. Lo scontro tra Sturgeon e Theresa May è sempre più acceso, soprattutto dopo l’annuncio del premier del governo autonomo scozzese di un nuovo referendum, già battezzato “No Brexit“. Il risultato referendario sull’indipendenza del 2014 pare già un lontano ricordo. In molti si sentono traditi: non potevano immaginare che restare sotto la Corona avrebbe significato uscire dall’Unione Europea. Londra è fermamente contraria, ma è certo che l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona darà vita anche ad una lacerante, e forse inguaribile, frattura nel Paese, la seconda dall’abbandono della Repubblica d’Irlanda (1922).

In Francia pare, al momento, scongiurato il pericolo di vedere Marine Le Pen ascendere alla carica di Presidente. Gli ultimi sondaggi la danno in vantaggio al primo turno, ma sconfitta al secondo (61% a 39%) da Macron, altro rappresentante liberale e liberista. Se questi sondaggi, come accaduto negli USA, dovessero rivelarsi erronei, verrebbe sancita la fine dell’Unione Europea: il protezionismo commerciale e la chiusura delle frontiere di uno dei due grandi artefici dei Trattati di Roma e Maastricht, renderebbero inevitabile lo scontro, giuridicamente violentissimo, con l’Unione.

In Austria, a dicembre, Hofer, candidato del Partito della Libertà Austriaco, ha visto sottrarsi la guida del Paese per poche decine di migliaia di voti dal candidato dei Verdi, Van der Bellen, riconfermando i risultati delle elezioni di aprile, annullate per irregolarità. In Ungheria e Polonia, due Paesi non sempre considerati (erroneamente) dalla stampa come politicamente rilevanti, sono nati e cresciuti in tempi rapidi movimenti a connotazione xenofoba e antisemita: nella terra (che fu) di Walesa e Wojtyla il PiS (Diritto e Giustizia), partito euroscettico, è riuscito a trionfare per la seconda volta in dieci anni.

Come giustamente osservato in questi ultimi mesi, soprattutto alla luce del nuovo inquilino della Casa Bianca, l’elettore tipico di questi movimenti euroscettici e antieuropeisti è il cittadino dimenticato, abbandonato dallo Stato e, ormai, disilluso dai partiti tradizionali. E’ il cittadino che, fino a qualche decennio fa, riusciva a rispecchiarsi nei valori della sinistra.

I populismi di destra non hanno fatto altro che colmare quel vuoto, dimostrandosi, almeno all’apparenza, più vicini ai problemi quotidiani e meno alle dinamiche di palazzo. Il rischio è, però, enorme: la disgregazione dell’UE come la conosciamo oggi e un ritorno alle Patrie, ai confini e al protezionismo, riporterebbero l’Europa e il mondo intero ad un tragico passo indietro.

Se nelle trattative dei prossimi due anni sulla Brexit prevarrà la linea del “pagheranno caro, pagheranno tutto“, sempre più Paesi decideranno di abbandonare l’Unione: lo spirito europeo non si rinsalda infatti con la paura e con i ricatti, ma promuovendo coi fatti quei valori di pace, giustizia e libertà per i quali il sogno europeo fu portato avanti dai suoi padri fondatori.

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paolo.ratti

15 commenti

  1. Ma non sono ricatti. Solo giuste rivendicazioni. Un po comodo andarsene così

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