#Minzolini, bentornata Repubblica delle Banane

Giovedì scorso al Senato è accaduto un fatto di gravità assoluta, passato alle cronache più per l’esultanza da stadio dei senatori di Forza Italia attorno a un pregiudicato e per gli strepiti minacciosi ma – generalmente – poco argomentati di molti “emotivi della politica” che per la sua profonda sostanza politica e giuridica.

L’oggetto della questione è la votazione dell’Aula sull’ordine del giorno presentato dal gruppo parlamentare di Forza Italia, indirizzato a respingere la proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di dichiarare l’incandidabilità sopravvenuta (cioè, la decadenza) del sen. Minzolini, condannato con sentenza irrevocabile a 2 anni e 6 mesi di reclusione per peculato. L’esito della votazione sull’odg è stato positivo, pertanto è stata respinta la proposta di decadenza.

Molti riterranno indecente che persone che si sono macchiate di gravi reati contro la pubblica amministrazione – quando ciò è accertato in via definitiva e “oltre ogni ragionevole dubbio” dall’Autorità giudiziaria – siedano all’interno di una delle due massime assemblee rappresentative, di una delle istituzioni di vertice del nostro ordinamento costituzionale. O politicamente inopportuno, come minimo.

Ma l’opportunità politica, si sa, rientra nella sfera della responsabilità politica che lega l’eletto all’elettore, il rappresentante al rappresentato, ed essa non può che emergere in sede elettorale, qualora il corpo elettorale decida di “punire” con mancata rielezione il parlamentare inadeguato, indegno, “inopportuno”. Questione su cui si potrebbe aprire un infinito dibattito che, certamente, meriterebbe di essere seriamente affrontato in un Paese civicamente e moralmente anestetizzato da lungo tempo (salvo, talvolta, svegliarsi dalla fase r.e.m. per poi ripiombarvi esaurito l’effetto mediatico del caso). Spostiamo l’attenzione, invece sul fatto giuridico, vera “novità” che rischia di creare un nefasto precedente.

Il voto di ieri al Senato, oltre che politicamente indecente, è giuridicamente grave e illegittimo. Quell’aula, con un voto su un atto non legislativo (quale è un ordine del giorno), ha violato una legge dello Stato attualmente in vigore. Ha violato, per dirla in termini giuridici, il principio di legalità: quel principio costituzionale che vincola lo stesso legislatore, che tramite i suoi provvedimenti legislativi non solo limita gli altri poteri dello Stato, ma che pure si autolimita! La legge che il Senato ha violato è il d.lgs. 235/2012 (la c.d. legge Severino), che – all’articolo 3 – prevede che, qualora sopravvenga una causa di incandidabilità (tra cui rientra la condanna definitiva a più di 2 anni di reclusione) nel corso del mandato elettivo, “la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”, ossia delibera sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità dei suoi componenti.

Si tenga presente che la legge Severino ha resistito al vaglio della Corte costituzionale che, sui casi De Magistris e De Luca (questioni in parte diverse e ancor più delicate, perché riguardavano la sospensione della carica a seguito di condanne non definitive, quindi a giudizio penale in corso), ha negato l’illegittimità costituzionale della stessa. Ma, come si ricorderà ancor meglio, la stessa legge è stata applicata a Berlusconi quando, sempre il Senato, prendendo atto della condanna definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale, ne dichiarò la decadenza.

Tornando al caso in questione, nulla c’entra l’autonomia della politica rispetto alle decisioni della magistratura (che, per inciso, in uno Stato di diritto tutti sono tenuti a rispettare e, chi ne è preposto, ad eseguire), invocata da qualche senatore. È una “semplice” questione di rispetto della legge, di una legge dello Stato in vigore, approvata – e ieri disattesa – dalla stessa assemblea legislativa. Qualcuno dirà che il legislatore se fa una legge può anche cambiarla. Certamente. Può cambiarla, con le stesse procedure con cui l’ha approvata, attenendosi alle norme sul procedimento legislativo che lui stesso si è dato.

Ma non può violarla, non tenerne conto, far finta che non esista. Se il Parlamento ritiene che una legge di principio, che attua l’art. 54 della nostra Costituzione (“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”) e che – secondo la Consulta – non costituisce una sanzione penale ma una tutela degli organi elettivi e della pubblica funzione, non vada bene, per qualsiasi ragione, è pienamente legittimato ad abrogarla, pur sempre nel rispetto delle leggi vigenti. Non è una questione di lana caprina, è un principio di civiltà giuridica su cui si fonda ogni moderno Stato costituzionale.

Sta (anche) qua la differenza tra uno Stato di diritto, che si dà regole per rispettarle e farle rispettare, per applicarle e sanzionarne la violazione, e una Repubblica delle banane.

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Nicolò Fuccaro

30 commenti

  1. Le grandi porcate della nostra politica!Complimenti grandi buffoni !

  2. Ma poi co’ sta faccia di merda!
    Che schifo.

  3. LADRI ……..DOVE LA DEMOCRAZIA .VERGOGNA

  4. GORINI BENE DOBBIAMO MANDARLI A CASA , CHI LI A VOTATI QUESTI FINTI COMPAGNI

  5. Antonio alla tua stupidità africano

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