Quella crisi del linguaggio, specchio della crisi del Paese

La crisi linguistica è probabilmente uno degli aspetti più degradanti della società attuale. Una crisi, forse, più profonda di quella economica e, senza alcun dubbio, visceralmente legata a quella politica. In questi giorni se ne è un po’ parlato in rete, complice la morte di Tullio De Mauro, pioniere degli studi linguistici in Italia, anche se non con la dovuta attenzione.

Perché il linguaggio, scritto o parlato che sia, contrariamente a quanto pensano diversi giornalisti o politici che dovrebbero essere maestri della dialettica, non è semplicemente un mezzo di comunicazione. Non è semplicemente uno strumento che ci permette di interagire con altri soggetti. Il linguaggio rappresenta ciò che siamo, è un elemento fondante di una comunità, di un popolo. Chiaramente esso ha, come tutti i concetti naturali, una scala gerarchica. Nel gradino più in basso vi è il linguaggio popolare, rozzo, basilare, usato dalla gente comune. Salendo in questa scala si raggiunge una maggiore qualità, raffinatezza, formalità. Il gradino più alto dovrebbe essere presieduto dalle istituzioni, laiche o religiose, morali o economiche.

Ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, si potrebbe dire negli ultimi 25 anni, è un rovesciamento di questa struttura piramidale. Le conseguenze sono visibili ogni giorno. Cito qualche esempio pindarico:

Ho bisogno di un killer. Ma non c’è nessuno disposto a farlo, al momento.Silvio Berlusconi, a proposito del Presidente del Consiglio Prodi

L’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti.Matteo Renzi

Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?Beppe Grillo, rilanciando un video satirico sulla Presidentessa della Camera che scatenò centinaia di commenti volgari e sessisti che costrinsero lo staff del M5S a prendere le distanze

Queste sono le frasi dei tre maggiori leader politici italiani. Ignoranza, turpiloquio e scelleratezza. Nulla di più. Se risalissimo indietro nel tempo troveremmo migliaia e migliaia di altre frasi, ancor più deprecabili. Difficile dire a cosa sia dovuta questa crisi, chi vi scrive tenta di farla fa risalire al 1993, l’anno della (a)scesa politica di Silvio Berlusconi, il quale si poneva come un nuovo elemento sociale (ricco imprenditore intraprendente) e proponeva un nuovo tipo di società, in cui la televisione avrebbe definitivamente spazzato via i libri, la gioia ostentata avrebbero messo da parte la boriosa serietà.

Questa strategia comunicativa si è ben presto allargata, infettando tutti i suoi alleati o avversari. Il modello vincente per racimolare voti è diventato quello della schiettezza, dell’estremizzazione dei termini, del turpiloquio, dell’orgogliosa ignoranza. La piramide linguistica si è assottigliata, l’ultimo gradino si è ben presto confuso con il primo. “Parlare chiaro” è diventato sinonimo di “Parlare giusto”, “Parlare bene”. Nulla potrebbe essere più erroneo, ma nessuno ne è uscito immacolato da questa scurrilità. Sono caduti in questa rete fangosa anche coloro che si ponevano come nuovi intellettuali, figure indispensabili per le diatribe politico-culturali.

Più recente è la scenetta messa in piedi da Roberto Giachetti, vice-presidente della Camera ed ex-candidato sindaco di Roma per il PD: durante l’assemblea nazionale del suo partito, con un garbo tutto suo, ha detto al suo collega di partito ed esponente della minoranza Roberto Speranza “hai la faccia come il culo“. Risate e qualche applauso hanno nascosto i pochi sguardi increduli e imbarazzati. A questo si è ridotto il confronto politico? A chi sfoggia divertito il linguaggio più deprecabile?

Alcuni strumenti tecnologici non hanno giovato a questa situazione: come può un membro del Parlamento o del Governo spiegare in modo sufficientemente corretto e completo una legge appena approvata in 140 caratteri? Come si può rispondere alle domande dei cittadini con un click o in dieci secondi in diretta, senza un minimo di preparazione, di documentazione? Vengono usate frasi fatte, straripanti di retorica fine a se stessa, frasi pragmatiche, brevi, camuffate con l’aggettivo smart.

Sembrano ormai passati secoli da quando le figure politiche, soprattutto quelle della Sinistra, mantenevano toni decisi, ma pacati; risoluti, ma rispettosi. In cui ci si scandalizzava per asserzioni come “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli“. Non vi è alcun senso di moralità nelle parole degli attuali segretari/despoti/capi dei partiti.

È necessario quindi, ora più che mai, un cambiamento radicale di mentalità e di cultura, partendo proprio dal corretto uso della sintassi, dei sinonomi, dei vocaboli. È fondamentale che i politici siano in grado di rappresentare l’esempio virtuoso in grado, come sostenevano Castro e Guevara, di essere da traino per il popolo. Un popolo che non può ridursi ad una massa indistinta, disperata, in cerca di figure sufficientemente forti a cui subordinarsi e chinare la testa, ma deve essere protagonista di quella riscossa civile fondamentale per restituire alla Politica la dignità che le è stata tolta.

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24 comments

  1. Peccato che Tullio De Mauro non abbia MAI scritto la “La distruzione del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione” questa frase è di Karl Kraus siate più attenti nel citare le fonti o rischiate di fare la figura del Pepè

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