#Eccoci

Ed eccoci qui. Due giorni dopo la vittoria del No ad una riforma sbagliata nei tempi, nei modi, nei contenuti. Domenica è stata una giornata speciale, di partecipazione e democrazia. Io stesso forse mai così felice ed emozionato per una votazione. Non riesco a dire in quanti hanno capito veramente la portata di questo referendum, ma sono orgoglioso di aver crociato una scheda elettorale con coscienza e consapevolezza. Tuttavia, domenica il mio stato d’animo era strano. Felice, ma amareggiato. Deciso, ma insofferente. Insomma, uno stato d’animo di sinistra.

Perché noi siamo belli e puri, ma anche capaci di autodistruggerci come nessuno mai nella storia del mondo. Oggi, infatti, ci ritroviamo per la millesima volta a raccogliere i cocci dell’ennesima frattura. Una frattura che nessuno di noi si augurava e una divisione che nessuno di noi ha voluto. Il nostro errore è aver subìto senza muovere un dito. Il mea culpa è d’obbligo, perché se oggi ci troviamo a questo punto in questo tempo, è colpa di tutti, e anche nostra. Perché abbiamo abdicato inesorabilmente ad un’occupazione impropria della nostra storia.

Fui contrario alla nascita del Partito Democratico, perché non riconoscevo l’idea di applicare il compromesso storico all’interno dello stesso partito. Per anni sono stato un osservatore attento di questa nuova costruzione politica, pensando in fondo al cuore che un giorno forse sarebbe stata anche la mia casa. In passato ho votato la sinistra del 7% al Senato, che poi distrusse insieme a Mastella il governo di coalizione appeso ad un filo di lana fin dall’inizio. In passato ho votato la sinistra del 3%, incapace di entrare in Parlamento e annientandosi nella retorica intrisa di ideologia. Perché è vero, il tempo delle ideologie è finito. Ma non accetto e non accetterò mai di rinunciare ad un’identità politica e civile. Non accetterò mai di confondermi nel conformismo del rifiuto di ideali e valori.

Il centro-Sinistra (le maiuscole e minuscole non sono messe a caso) paga la paura di perdere le elezioni e non poter governare. Paghiamo caro una prima Repubblica e un sistema internazionale che ci ha impedito di metterci alla prova, cercando di fare il nostro dovere. Siamo talmente accecati dalla vittoria a tutti i costi, imbarcando chiunque si ritenga funzionale al raggiungimento degli obiettivi (De Luca docet), che abbiamo perso di vista i nostri punti di riferimento, ma soprattutto la nostra base, quel popolo sofferente e stanco di sentirsi emarginato nella vita, e non ascoltato in politica. Perché questo “populismo” grillino o leghista l’abbiamo creato noi.

In questi movimenti populisti (come li chiamiamo oggi) ci sono i nostri compagni e le nostre compagne, coloro che pensano che dobbiamo cambiare, guardando il mondo con i loro occhi, e non con i nostri.

Una cosa più di tutte non ti perdonerò mai Matteo. Che è ben più importante del tuo Jobs Act e di questo strano assegno retributivo chiamato voucher. Non ti perdonerò mai di averci diviso. Dilaniato. Lacerato. Domenica, in una delle tante discussioni in famiglia, ho visto negli occhi di mia madre la paura, dopo quarant’anni di passione politica. Quella paura di non sapere che fare, indipendentemente dal merito della riforma. Quel dilemma marchiato in fronte: “oggi voterei No, ma domani forse vorrei che vincesse il Si”.

Questo, Matteo, è stato il tuo errore. Imporre e importi in un partito potenzialmente di centro-Sinistra, facendo qualcosa di destra, spiegando che era tutto necessario in nome del cambiamento. Hai diviso famiglie, amicizie, associazioni. Cominciando dalle comunali di Milano, che ancora oggi non abbiamo assorbito pienamente. Successivamente politicizzando un referendum costituzionale (pensato dai padri costituenti come tutela delle minoranze) e trasformandolo in un possibile plebiscito, che alla fine non hai ottenuto.

Oggi, però, il cielo è grigio, e purtroppo non solo il cielo. Molti di noi, che hanno deciso di votare No domenica, erano coscienti che il voto sarebbe stata una nuova ripartenza. Un’amica si sfoga affermando che “questo è quello che spero molti di noi abbiano scritto oggi con quella X: “mi prendo la responsabilità di fare meglio”. Se no hanno ragione gli altri. E la prossima volta io starò con loro”. Lenin scriveva “Che fare?”, e forse mai come oggi questo quesito è il più appropriato. Aspettiamo un nuovo Messia che ci guidi verso il “cambiamento”? Aspettiamo che il baffetto partorisca una nuova idea di sinistra, magari borghese e di classe? Restiamo impassibili e inermi, pronti a criticarne qualsiasi evoluzione? Oppure, con umiltà, ci prendiamo ciascuno un pezzetto di cammino da fare insieme?

Io ripartirei dalla risposta a questo quesito. E io, senza nessun timore, mi prendo con responsabilità il mio pezzettino di cammino. Sperando che tanti sceglieranno come me. Perché non è importante il dove e il quando. O meglio, tutto questo arriva in un secondo momento, perché prima dobbiamo pensare a cosa vogliamo fare.

Io vorrei tanto che recuperassimo la nostra identità.

Vorrei che tornassimo nelle periferie a parlare con le persone. Vorrei che aiutassimo i più deboli e gli emarginati, a cominciare dai precari e i disoccupati. Vorrei che abbracciassimo i migranti, distrutti dal dolore per essere stati costretti a lasciare la loro terra.

Vorrei che riaffermassimo i nostri valori e i nostri ideali, che non sono morti. Vorrei che andassimo a riprenderci i nostri compagni, quelli che hanno cambiato casacca perché delusi, e gli spiegassimo i nostri progetti. Vorrei che facessimo della lotta alla mafia e alla diseguaglianza un cardine imprescindibile della nostra idea di sinistra. Vorrei che parlassimo chiaro, guardandoci negli occhi, “è mai possibile rinunciare a lottare per un paese più giusto?”.

Vorrei costruire una casa, con l’aiuto di tanti. Vorrei sognare ancora. Vorrei aspirare all’impossibile. Vorrei di nuovo amare l’utopia. Perché “se vale la pena rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore”.

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About Mattia Maestri

Classe 1987, bresciano. Laureato magistrale nel 2015 con un tesi in sociologia della criminalità organizzata, precisamente su "mafia, politica e giustizia", con l'analisi del processo Andreotti.. Sono ricercatore presso l'Osservatorio CROSS e porto avanti percorsi educativi nelle scuole. Faccio parte di Stampo Antimafioso, Unilibera e da poco sono blogger di Qualcosa di Sinistra.

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