#Turchia, se questo è un #golpe

Anzitutto, prima di parlare del fallito golpe turco, è necessaria una doverosa premessa a livello storico: la Turchia moderna (quella che conosciamo dal 1923) ha una lunga storia di colpi di stato. Dall’inizio del periodo multipartitista (dal ’46 a oggi) si sono succeduti tre colpi di stato (il primo nel 1960, il secondo e più violento nel 1980, tanto da avere strascichi ancora oggi, il terzo e ultimo nel 1993) e due memorandum militari (1971, 1997). L’ultimo intervento a gamba tesa dei militari è appunto quello del ’97 (il c.d. “golpe postmoderno”), che provocò,  pur senza l’uso diretto dell’esercito ,  la caduta di un governo islamista e la promulgazione di azioni laiciste (fra cui l’abolizione dei Tarikat, i raggruppamenti integralisti islamici). I golpe militari turchi seguono tutti la scia del forte laicismo kemalista e del ristabilimento delle libertà democratiche. Aggiunta: Erdoğan subì sulla propria pelle gli effetti del golpe postmoderno, venendo interdetto per 5 anni dall’attività politica (era sindaco di Istanbul e importantissimo membro del partito della Virtù, che venne sciolto dalla Corte Costituzionale nel 2001 per violazione della separazione stato-religione e dalle cui ceneri sorgerà l’Adalet ve Kalkınma Partisi, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo di cui Recep Tayyip Erdoğan è presidente e fondatore). I suoi rapporti con i militari non sono mai stati proprio idilliaci, quindi.

Veniamo ora ai fatti accertati, pur nella confusione e nel susseguirsi di conferme e smentite durante e dopo quelle 5-6 ore del “golpe del 15 luglio”.

social network (Youtube, Twitter, Facebook ma non Periscope, Skype, FaceTime e Snapchat) vengono bloccati e, nel frattempo, dei veicoli armati iniziano a percorrere Istiklal (il famoso viale che taglia il quartiere di Beyoğlu, confluente in piazza Taksim), senza causare particolari violenze. I militari gridano alla gente: “C’è un colpo di stato in corso, andate a casa”.

La televisione di stato viene occupata e nel frattempo la CNN Turk legge in diretta il comunicato dei militari che dichiarano la costituzione di un “consiglio di pace” per ristabilire la “democrazia costituzionale, i diritti umani, le libertà, la certezza del diritto e la sicurezza generale che sono state violate” (fonte Independent). Ad Ankara, capitale del Paese e sede della Presidenza della Repubblica e del Meclis (il Parlamento turco), iniziano a sentirsi degli spari. Un portavoce del presidente Erdoğan, in vacanza sul mar di Marmara, dichiara che il Presidente è ancora al comando della nazione. Nel frattempo , e lo capiremo dalle parole di Erdoğan,  nell’hotel in cui soggiornava si combatte e il capo di stato turco decide di darsela a gambe, sorvolando per un paio d’ore i cieli di Istanbul.

E qui una piccola riflessione: Erdoğan è un influentissimo capo di stato, con una legittimazione democratica che alle scorse elezioni ha sfiorato di poco il 50% e nessuna delle tante voci che si susseguivano riguardo il luogo dell’asilo politico del richiedente Erdoğan ha trovato fondamento. Una cosa appare certa: o qualcuno, o più di qualcuno, ha sbattuto la porta in faccia al leader del secondo paese più importante della NATO o Erdoğan era al sicuro nel suo aereo. Protenderei più per la seconda ipotesi.

Continuiamo: i militari dichiarano il coprifuoco e, di tutta risposta, Erdoğan, prima ancora di salire sull’aereo, tramite FaceTime incita i cittadini a scendere in piazza e a difendere l’unità nazionale e la democrazia (parole nella sostanza simili a quelle usate dai golpisti nel comunicato stampa). Il golpe nel giro d’un’ora inizia a precipitare: la folla invade le strade di Istanbul, bloccata solo nelle sue vie di traffico principali (i ponti sul Bosforo). Assurdo pensare che dai carrarmati che stavano compiendo un golpe non sia partito neanche un colpo contro una folla inferocita a difesa del tiranno, reo, secondo i golpisti, di avere oppresso libertà e laicità del più grande stato laico a maggioranza mussulmana. Nel frattempo tutti i partiti turchi d’opposizione (i kemalisti del CHP, gli ultranazionalisti del MHP, i kurdi del HDP) si schierano contro il golpe. Le moschee rilanciano l’appello del presidente a scendere in strada, chiaro segno di come l’Islam ecclesiastico sia a sostegno del presidente.

Poco dopo le 3 di mattina, a neanche qualche ora dall’inizio del golpe, Erdoğan è in aeroporto, sicuro e confortato dal popolo turco che “ha difeso il suo presidente, l’unità nazionale e la democrazia”. A chi gli chiede chi ci sia dietro tutto questo, la risposta è secca “Si trova in Pennsylvania”. Il riferimento è a Fetthullah Gulen, carismatico islamico e fratello del primo Erdoğan, quello moderato e pro-EU (l’Hurriyet, uno dei più importanti giornali turchi, arriva già a definire il tentato golpe “gulenista”). Durante la conferenza stampa del presidente, ad Ankara gli aerei golpisti continuano ad attaccare il Meclis.

Una reazione governativa post-golpe per tutte: il vicepremier dichiara la volontà di reintrodurre la pena di morte per condannare e epurare i militari che da tempo stavano tramando contro il presidente e leader dell’AKP (fonte The Times). Una reazione “popolare”: via Twitter sono state condivise le immagini della decapitazione di alcuni soldati golpisti che erano a guardia del ponte sul Bosforo (fonte Independent).

Due considerazioni, la prima a commento della vicenda. Come dice ottimamente Antonio Ferrari sul Corriere della Sera, questo tentativo di golpe è parso davvero una farsa clamorosa. Penso che neanche un’esercitazione di educazione fisica di un liceo sia peggio organizzata di quello che doveva essere un atto di forza estremo dei militari turchi che non sono proprio storicamente impreparati a un putsch. Lasciando il campo dell’ipotesi per entrare in quello della (quasi) certezza, oggi Erdoğan non è solo un Presidente con metà del popolo a votarlo in elezioni incontestate dalla comunità internazionale, ma è un uomo difeso e sostenuto dal suo popolo, capace di sfidare e vincere un manipolo di militari ribelli. Il presidente vedrà il suo potere e la sua influenza consolidarsi più di quanto non lo fossero già, con buona pace dei giornalisti sempre meno liberi, delle opposizioni etniche e politiche sempre più represse, della laicità sempre più accantonata, dei giudici di ogni ordine e grado che in queste ore vengono arrestati per sospetto “gulenismo” (fonte Hurriyet).

La seconda, a commento di come è stato raccontato questo tentativo di colpo di stato dalla nostra stampa: agghiacciante. L’ignoranza totale della TV di Stato e delle altre reti sulla situazione politica turca era percepibile anche da chi di Turchia ne sa molto poco; l’impreparazione linguistica, non di certo imputabile ai giornalisti, non è più scusabile nel 2016: una informazione corretta si avvale di interpreti che siano in grado di decifrare perfettamente una lingua complessa e a quanto pare sconosciuta al mondo accademico italiano quale è il turco. Tutto ciò è molto grave: la Turchia, che il cristiano fondamentalista o il pensatore fermo all’Impero Ottomano lo vogliano o no, è parte integrate della politica occidentale, è un attore influentissimo nelle decisioni europee sul Medio Oriente e sull’immigrazione, è il potentissimo baluardo della NATO a cavallo fra l’Europa e la polveriera mediorientale. Trovo raccapricciante come il nostro giornalismo, il nostro mondo accademico e linguistico continui a ignorare quello che può diventare il secondo paese demograficamente e militarmente più importante dell’Unione Europea.

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About Davide Clementi

Nato nel 1996 a San Benedetto del Tronto lo stesso giorno del celebre movimento rivoluzionario cubano, dopo i 5 anni presso il Liceo Classico di San Benedetto del Tronto, mi iscrivo alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Macerata. Dal 2014 porto i miei pochi silenzi anche su Qualcosa di Sinistra.

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24 comments

  1. Quando Erdogan è eletto dal popolo turco ed ben accettato qui in Italia si sono dimenticati di Renzi. Ecco io darei la precedenza proprio a lui poi forse è il caso che ci facciamo i cazzi di altrui….

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