#Nizza, quell’orrore quotidiano diventato normalità

Passi una serata tranquilla, relativamente tranquilla, cerchi di pensare ad altro. Ad altro rispetto ai quotidiani bollettini di guerra che vengono trasmessi dai media. Controlli Twitter, più per abitudine che per vera curiosità, e subito noti nei trend topic una parola inconsueta, non è il solito hashtag, si tratta del nome di una città. E capisci subito che qualcosa è successo: primi tweet, 15 morti, boom. Passano pochi minuti e diventano 30, boom. Arrivi a casa e accendi la televisione, mentre continui a seguire il flusso ininterrotto di notizie, alcune vere, altre false, e il contatore sale a 50, boom. Finché il dato, quando vai a dormire, sale a più di 80. Boom. Il bilancio finale stamattina è di 84 vittime. E la prima cosa a cui pensi è “Perché?”. Te lo domandi, cerchi di trovare un senso, pensi alla religione, ma quella è la superficie, vi sono radici molto più profonde in questo male. Radici politiche, anzitutto.

Nessuna bomba, nessuna esplosione: un tir di 80 tonnellate che travolge tutto e tutti, in nome di una divinità ritenuta grande ma che in realtà è solo una piccola bandiera per giustificare obiettivi puramente politici. Con il muro di Berlino sono morte le ideologie, ci avevano detto, invece semplicemente aveva vinto un’ideologia, quella capitalista, sulla sua grande antagonista del “secolo breve”. Le identità collettive hanno bisogno di quell’insieme coerente di idee che sono le tanto vituperate ideologie, termine connotato negativamente a causa della scarsa tolleranza di Napoleone per un circolo di intellettuali francesi, gli “ideologues” appunto. Se manca quell’insieme, si strutturano a partire dallo scontro con l’altro, dalla definizione di ciò che non si è: si tracciano i confini, ma solo per separare quello che siamo noi e quello che sono loro, dove il loro generalmente è il capro espiatorio per i fallimenti di una società che viene dipinta come la migliore possibile ma solo perché nessuno si è preso la briga di pensarne una diversa.

Ho seguito questa mattina qualche dibattito in tv e, pur nel dolore di vedere immagini terribili come quella della bambina coperta dal telo e a fianco, immobile, il suo peluche preferito, c’era chi era lieto che non ci fossero italiani tra le vittime, benché Nizza sia ben frequentata. E dall’altra parte c’era chi, giustamente, ricordava che sul continente africano o in Siria stragi del genere avvengono tutti i giorni e, se va bene, vengono annunciati come notizie di ordinaria amministrazione. L’orrore che diventa normalità. La paura che diventa elemento fisso e stabile del nostro modo di vivere, di pensare: il sospetto, la mancanza di fiducia, non solo per chi è diverso, ma soprattutto verso noi stessi.

Negli ultimi 20 anni le élite al potere hanno depredato e molto spesso armato quelle stesse persone che poi, qualche anno dopo, abbiamo abbattuto e invaso in nome della democrazia e di quei diritti umani di cui non ci è mai fregato nulla, tant’è che per ragioni di realpolitik tolleriamo (e finanziamo) in Turchia quello che non abbiamo più concesso, a un certo punto della storia, ai vari Gheddafi, Saddam e al resto dei dittatori che avevamo messo al potere nella cintura nord-africana e con cui eravamo lieti di fare affari.

Siamo arrivati ad avere nostalgia di un mondo diviso in due blocchi, dove la minaccia nucleare era sullo sfondo ma in fondo si sapeva che nessuna delle due super-potenze l’avrebbe usata, dove lo scontro tra capitalismo e comunismo era sì feroce, era sì violento ed è sfociato anche in fenomeni di terrorismo, ma vi era un ordine, un equilibrio internazionale che oggi semplicemente non esistono più. Viviamo in un mondo dove in ogni angolo del globo monta la rabbia e l’odio per il diverso, per chi sta al di fuori dei confini, molto semplicemente perché nessuno è in grado di giustificare di fronte all’opinione pubblica i fallimenti della propria società, della propria politica economica, della propria politica culturale.

Viviamo in un mondo interconnesso e globalizzato dove però la ricchezza non si è diffusa, ma semplicemente accentrata in luoghi fisici del potere distanti dal controllo democratico e l’unica cosa veramente globale sono l’incertezza per il futuro, la precarietà, la paura. Un cocktail esplosivo la cui miccia è data dalla povertà e dai vizi classici del capitalismo internazionale. Hanno mascherato da scontro di civiltà quello che invece è uno scontro politico-militare, che ha mutato sì pelle, ma si nutre dei capisaldi di quella modernità liquida così nitidamente teorizzata da Bauman una trentina d’anni fa e che viene esaltata come la migliore modernità possibile.

Ci vogliono abituare all’orrore, alla sensazione di insicurezza permanente, semplicemente per poter adottare sempre più provvedimenti a scapito della libertà: in nome della lotta al terrore negli ultimi 15 anni è stato fatto passare di tutto, eppure la situazione non è migliorata per nulla. Molto semplicemente perché non si sono aggredite le radici culturali di questo scontro. Abbiamo fatto la guerra per esportare la democrazia, quando l’unica cosa che dovevamo esportare, qualora ce ne fosse stato bisogno, erano umanità e giustizia sociale.

 Sapete qual è la tragedia? E’ che ci stanno riuscendo. Ci stanno abituando all’orrore. All’indifferenza verso quel che accade fuori dai nostri confini, alla moderata preoccupazione se accade molto vicino a quei confini e alla vera e propria tragedia se la bomba ci esplode in casa oppure colpisce qualcuno dei “nostri” all’estero. Eppure dura tutto molto poco: voi vi ricordate già più di Dacca? Forse sì, ma i mass media no.

E’ questa la vita che volevamo, il mondo che volevamo? Forse è giunto il momento di smettere di adeguarci al ruolo di rotella di un sistema che favorisce solo ingiustizia, corruzione e individualismo e provare a pensare a una società diversa da questo immondezzaio.

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About Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

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26 comments

  1. che poi è lo stesso orrore (ignorato da noi) in cui vive il mondo islamico. Ci sono posti, come Baghdad o Peshawar, dove gli attentati sono…quotidiani La strategia è suscitare terrore per portare al governo loro simili ed aumentare la spirale di violenza che alla fine porti alla tanto desiderata guerra.

  2. Secondo me la giustizia sociale c’entra poco. Abbiamo una cultura occidentale che sta trionfando nel mondo e che si è trasformata in misura delle cose. E poi abbiamo altre culture, alcune più deboli (come quelle dell’estremo oriente, che si sono arrese senza combattere oggi, dopo aver durissimamente combattuto a fine Ottocento, con conseguenti massacri di occidentali), altre più forti (come quella islamica). Gli islamisti combattono contro l’affermazione globale della cultura occidentali: perderanno, alla lunga, ma intanto combattono con ferocia dettata dalla constatazione che il nemico sta vincendo.

    • Purtroppo non è soltanto questo. Il fattore culturale è centrale ma non esclusivo. A volte l’affermazione della supremazia, di matrice islamica, è lo scudo che lega una popolazione ai suoi disagi interni: la povertà e la condizione sociale. Il loro odio si riversa sulla popolazione che considerano responsabile, inneggiando all’unica cosa che dà loro del conforto, la religione.

    • Maurizio Candido, definire “debole” una cultura a partire dal proprio punto di vista non è mai salutare. Ad essere in crisi (e non lo dico io, ma il dibattito odierno che vede protagonisti fior fiore di sociologi, filosofi e intellettuali del calibro di Bauman, Stiglitz etc.) è la cultura occidentale, proprio a causa della globalizzazione: motivo per cui si assiste alla radicalizzazione del confronto politico interno, con l’emergere di nuove destre nazionaliste e i successi di leader e forze politiche di sinistra un tempo minoranza (Tsipras, Corbyn etc.), con fenomeno ambivalenti come il M5S da noi. C’è un passo di Bauman in “Modernità Liquida” assai bello al riguardo, ed è ancora più bello perché scritto quando la cultura occidentale era sì forte e si guardava con scetticismo a certe “previsioni”. E’ francamente banale definire “deboli” e “arrese” tutto ciò che non è ISIS (che non è cultura islamista, desolè, si innesta su di essa, ma è cosa diversa; sarebbe come dire che la cultura siciliana e la cultura mafiosa sono la stessa cosa, e non sono la stessa cosa, cfr il passo di Falcone in Cose di Cosa Nostra).

      Come dice Pierluigi Bonomi il fattore culturale è centrale ma non esclusivo.

    • E infatti in Cina indossano giacca e cravatta, mentre nessuno da noi in parlameno può sognarsi di presentarsi vestito da mandarino senza farsi buttare fuori. Inutile poi far notare che i vari Bauman e Stiglitz sono appunto rappresentanti della cultura occidentale, a cui piace piangere la propria crisi mentre esporta musica, film e lingua inglese nel mondo.
      La cultura occidentale non è in crisi, a differenza dell’Impero (per il quale sarei prudente prima di suonare la campana a morto), ma è più potente, arrogante e globale che mai.

    • Maurizio Candido facciamo delle distinzioni motivazionali. Fattori che non hanno permesso un ampio sviluppo delle culture asiatiche e mediorientali sono anche l’alfabetizzazione e l’utilità sociale che queste hanno avuto sulla popolazione. Ricordo – per citare un esempio da te proposto – che in Cina ci fu la “Rivoluzione culturale” attuata da Mao Zedong, che mirava ad una alfabetizzazione basilare per la popolazione prevalentemente contadina. Per quanto riguarda la popolazione europea, oltre allo sviluppo culturale, nel tempo si è affermata tecnologicamente, venendo così presa d’esempio dalle altre culture.

  3. Ci vogliono anestettizzare , non permettiamo ,abbiamo un cervello usiamolo x favore

  4. Gandhi diceva…occhio per occhio e poi diventeremo tutti ciechi

  5. È chiaro e comprensibile che colpisca di più ciò che è vicino: chi si piange di più , un amico, un conoscente o un estraneo? Perché si vuole cancellare il senso di identità ? Per schiavizzarci sotto l’egida del buonismo? Noi, che piaccia o no,siamo italiani, europei e cristiani anche se non credenti..

  6. qui siamo di fronte ha poteri più, grandi e potenti!!..i potenti vogliono il controllo globale!!!…qui sono gli stessi governi che danno armi e odio ha questa gente!!!….poi le conseguenze delle azioni le subiamo noi!!!!….ptroppo penso che sia solo l’inizio!!!…di una “guerra”,di poveri!!!…se un DIO esiste che abbia pietà di tutti noi!!!…e accogli questi Angeli nelle tue braccia!!!…

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