Il #PD sopravvivrà a #Renzi?

In un panorama negativo, la conferma del centrosinistra a San Vito al Tagliamento segna un risultato confortante“. Dirigenti locali democratici di San Vito al Tagliamento? Magari, cari lettori, magari. A pronunciare questa incredibile frase è niente popò di meno che Debora Serracchiani, vice-segretaria del PD a mezzo servizio, dato che il resto del suo tempo quando non è impegnata a illuminarci con le sue grandi analisi politiche lo passa (si spera) a fare il Presidente del Friuli-Venezia Giulia.

Non parlerò della Serracchiani e nemmeno di San Vito al Tagliamento (per inciso, non sapevo nemmeno che esistesse, ma so che ora morite dalla curiosità di sapere dove sia, quindi vi dico che sta in provincia di Pordenone, in Friuli), mi interessa invece fare una breve riflessione sullo stato attuale di una formazione politica che nel proprio nome ha due parole che hanno perso qualsiasi significato (per la sua dirigenza, si intende): “Partito” e “Democratico“.

Il PD non è più un partito da tempo: a furia di discutere di partito solido (caro a Bersani e soci) e di partito liquido (caro a Veltroni e sodali), Renzi ha risolto il dilemma facendolo direttamente evaporare. La militanza di cui andavano orgogliosi un tempo gli ex-PCI non esiste più perché molto semplicemente quella tessera non ha più valore (o meglio, costa ma non dà benefici): infatti, perché mai qualcuno davvero interessato ad occuparsi della cosa pubblica dovrebbe tesserarsi a un partito, pagando la quota annuale e facendosi un discreto mazzo nel far vivere il proprio circolo, se poi ogni 4 anni i congressi vengono trasformati in beauty-contest a cui può partecipare chiunque doni 2 euro e vince quello che ha la battuta più divertente, la cravatta più trendy e lo slogan più bello? E’ vero che è connaturata alla Sinistra una certa dose di senso di responsabilità, ma oltre a una certa soglia si trasforma in insensato masochismo.

Il risultato, dopo più di due anni di cura Renzi, è stato una drastica riduzione degli iscritti e la mobilitazione politica solo in occasione delle elezioni, cosa che in tempo di scandali, disillusione e rabbia sociale causata dalla crisi non ha fatto altro che innalzare drasticamente il numero degli astenuti, che oramai sono una componente stabile tra il 40 e il 50% (in Italia 30 anni fa votava il 95% della popolazione). E anche quando i disillusi si recano alle urne, non scelgono né la sinistra alternativa al PD né il Partito Democratico: scelgono il Movimento 5 Stelle (ovviamente laddove i candidati sono presentabili, come la Appendino e la Raggi). Che è sempre meglio della destra becera e populista, a mio avviso (anche se certi fini intellettuali da bar che circolano per il web considerano “fascisti” tutti quelli che non la pensano come loro, ieri su questo blog ne abbiamo avuto un assaggio).

Il PD non è nemmeno più democratico da un pezzo: basta vedere il livello di discussione interna alle direzioni di partito, gli insulti che vengono quotidianamente riservati alla minoranza, quel clima da “caccia ai gufi” che si è scatenato in questi mesi ogniqualvolta che un militante o un dirigente osasse criticare il grande capo carismatico che tutto vede, tutto capisce, tutto risolve. E tutto perde, come è successo alle ultime amministrative. Anche ora, la colpa non è del grande capo ma dei sotto-capi che non hanno capito, delle “candidature sbagliate”, come se in tutto questo il renzismo come stile di governo, assorbito dai sotto-capi, non c’entrasse nulla. E chi si consola con Sala, come abbiamo ben spiegato ieri, dovrebbe averla vissuta la campagna elettorale delle ultime due settimane a Milano: quello che doveva essere il candidato del Partito della Nazione ci mancava poco che sventolasse una bandiera con falce e martello e intonasse bandiera rossa, pur di recuperare il voto a sinistra che aveva bellamente snobbato fino alla batosta del primo turno che gli assegnava un vantaggio di nemmeno 1 punto percentuale (5mila voti) sull’inesistente Parisi.

Ma il PD è flagellato anche da una questione di cui certi suoi dirigenti dovrebbero conoscerne tutti gli aspetti, dato che a porla fu Enrico Berlinguer più di 40 anni fa: la Questione Morale. Renzi l’ha ammessa, ma non ha fatto nulla per risolverla. E a rileggere le parole che Berlinguer utilizzava per descrivere “gli altri partiti di governo” sembra di leggere un’analisi del PD di oggi:

«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»

Pur di prendere più voti alle amministrative il PD ha inciuciato con il peggio della classe dirigente meridionale, salvo prendere una batosta che dovrebbe oramai insegnare a Lor Signori che l’onestà, la trasparenza e l’impegno contro le mafie e la corruzione, checché ne dicano certi mammasantissima, paga e fa vincere. Perché come disse Calamandrei: “In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon affare.

Altro che lanciafiamme nel partito: servono semmai mattoni, calcestruzzo e una buona dose di concretezza e umiltà. Ma come abbiamo scritto in occasione dei cinque anni di questo blog, non avrebbe alcun senso costruire un partito se prima non viene forgiata una nuova cultura della Sinistra aperta e moderna, che si liberi di quella mentalità ottusa da trinariciuti di partito, e ricostruisca l’alfabeto ideale con cui rispondere a quel bisogno di sete e di giustizia che è maggioritario tra i cittadini, che per disperazione e mancanza di alternative o si buttano nell’astensione o si buttano sui volti nuovi del M5S.

Se il Partito Democratico non vuole fare la fine del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi o della Forza Italia di Berlusconi, cioè sparire con il suo leader, può fare solo una cosa: liberarsi dei vari Guerini-Orfini-Serracchiani, inadeguati al ruolo quanto Freddy Krueger maestro elementare, e puntare su una figura che non identifichi la sua persona con il partito, ma identifichi il partito con un progetto politico e un’idea di società che parli alla parte più giovane, creativa e innovativa del Paese per orientarla su obiettivi di giustizia sociale e solidarietà.

Ad oggi l’unico che sembra avere le qualità e la giusta dose di concretezza e umiltà per tentare un’impresa del genere sembra essere il governatore della Toscana Enrico Rossi, da sempre antagonista di Renzi, ma da tempo in rotta di collisione anche con i residuati bellici della vecchia guardia, che con la loro sterile opposizione e l’incapacità di proporre un’alternativa anzitutto ideale al renzismo ne costituiscono il principale alleato e stampella. Il compito è arduo assai, visto il livello di degrado raggiunto in quel Partito, e il governatore della Toscana, che studia da segretario oramai da più di un anno, non può pensare di fare da solo, ma dovrà invece formare una squadra di persone che in ogni territorio sia espressione di intransigenza morale, capacità politica e quel minimo di spessore culturale. Non è necessario che i neuroni funzionanti siano più di due, perché già quest’ultima qualità sarebbe una vera e propria rivoluzione, rispetto al Giglio Magico del pupo fiorentino).

Ad oggi alternative credibili non se ne vedono: si spera che quel che resta della militanza attiva e perbene del PD voglia giocarsi fino in fondo questa carta. Altrimenti quello che accadrà è facilmente prevedibile: l’irrilevanza politica e l’identificazione del vecchio elettorato di centrosinistra con il M5S modello Raggi-Appendino. Il che, sia chiaro, da queste parti non viene vissuto come una tragedia, dato che quello che dovrebbe importare, alla fine, è il bene della collettività, non quello di una parte politica. In funzione di quello dovremmo ragionare, perché in funzione di quello ragionava la Sinistra, ma oramai sembriamo essercene tutti dimenticati.

E forse, alla fine della fiera, questo è il vero problema da risolvere.

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About Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

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150 comments

  1. Sono anni che predico che il PD è sulla via dell’implosione! Ci siamo quasi!

  2. Se il PD continuerà a sostenere la politica di Renzi, che non può essere definita di sinistra, farà la stessa fine di Craxi. Debbo dire che è sulla buona strada e le elezioni comunali lo hanno mostrato inequivocabilmente. Renzi è un pericolo per la sinistra proprio perché il suo unico interesse è di carattere privato. Le leggi debbono mettere in evidenza lui stesso, il riformatore, il rottamatore. Non esistono valori, non esiste popolo, esiste la sua vanità. Un pericolo, confermo.

  3. Perchè non sperare in un futuro migliore per la sinistra ???? Io ci crederò fino alla fine !!!!

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