#Tarantino: un’ottava sinfonia un po’ stonata, ma orecchiabile

Spenti alcuni bollori tra chi ha difeso The Hateful Eight per partito preso e tra tutti quei detrattori dell’ultima ora che hanno goduto nell’allinearsi a quella retorica social per denigrare un film, che, tra alti e bassi, comunque si conferma di qualità, possiamo allora anche noi ragionare con maggiore calma e sottolineare alcuni punti pregevoli dell’ultimo lavoro di Quentin Tarantino e parecchie perplessità che la visione solleva.

Cominciamo con l’ennesima conferma: al cinema si va a vedere Tarantino. Lo spettatore compra un biglietto per fare un viaggio nell’universo tarantiniano, fatto di svariati livelli, dove non necessariamente bisogna accedere all’ultimo stadio per apprezzarlo. È un marchio di fabbrica; il cast eccezionale e la colonna sonora magistrale di Morricone sono solo il contorno di una portata che va consumata, al di là dei gusti e delle preferenze. Tant’è che ci si riempie la bocca enumerando i film di Tarantino, come con Fellini. Siamo arrivati, malgrado numerose dispute circa il conteggio, all’ottavo: il pubblico conosce il numero di film di Polanski, di Scorsese o di Spielberg? Per fortuna no, anche perché avremmo dovuto aver bisogno di una calcolatrice.

Tarantino continua col suo filone western, omaggiando molti maestri del passato; in questo ultimo lavoro, soprattutto nelle riprese iniziali, probabilmente per meglio sfruttare la tecnica di ripresa con la 70mm, si lascia anche andare a inquadrature di paesaggi e slow motion, tanto da far sorgere il dubbio che non sia opera sua. Tuttavia, il dubbio si scioglie: questo è Tarantino ed è la mano di un regista esperto e dal talento sopraffino. In un’era in cui il digitale e il 3D stanno cercando, con risultati discutibili, di stravolgere la settima arte, Tarantino recupera la pellicola, sbatte in faccia ad un pubblico, forse nemmeno consapevole, i limiti di quella tecnica (come il tremolio delle inquadrature dei capitoli o la fotografia stessa), facendoci fare un tuffo all’indietro di almeno quarant’anni. Eppure, non è un semplice gusto per un passato che non c’è più; con la consapevolezza di avere a disposizione una capacità formidabile, Tarantino si rende conto di poter fare un cinema nel presente e nel futuro, pescando direttamente da un passato glorioso.

Samuel L. Jackson in THE HATEFUL EIGHT Photo: Andrew Cooper, SMPSP © 2015 The Weinstein Company. All Rights Reserved.

I personaggi si presentano uno alla volta, in un percorso che li conduce tutti verso lo stesso luogo, dove riveleranno sé stessi, il loro cinismo, ma anche, e soprattutto, i loro limiti. Si è detto che il cast è eccezionale, eppure, fatta eccezione per Samuel L. Jackson, nessuno sembra bucare lo schermo e prendere con forza l’attenzione dello spettatore. Viene allora da chiedersi se non siano gli stessi caratteri rappresentati a non avere dei limiti piuttosto evidenti; sembra essere così per Tim Roth, sulla carta probabilmente l’attore più talentuoso del cast, che si vede costretto a rivestire i panni di una macchietta; un discorso simile può essere fatto anche per Michael Madsen che da cattivo vero, quale è, diventa una rockstar solitaria. Abbiamo a che fare con otto cattivi, criminali ricercati con taglie considerevoli sui loro capi, eppure nessuno di questi incute un vero timore. Il paragone più immediato ed azzeccato è quello con Le Iene, dove altri criminali efferati si ritrovano a lottare fra di loro per la sopravvivenza in uno spazio chiuso; eppure, in The Hateful Eight non si riscontra lo stesso pathos, anzi succede che addirittura questi cattivi ridono e scherzano, fraternizzano fra di loro, persino in un contesto razziale notevole, con un’evidente spaccatura fra Nord e Sud, facendo amicizia e lasciando da parte le rivalità storiche.

Tuttavia, soprattutto nella seconda parte del film, ritroviamo alcuni tratti del vero Tarantino. C’è una voce narrante che guida lo spettatore nella visione, sebbene non si capisca perché la si debba trovare solo dopo l’intervallo. Le auto – citazioni continuano con un ottimo flashback alla Pulp Fiction, che senz’altro arricchisce la trama e conferisce un certo dinamismo al film.

Un’altra osservazione doverosa è che forse si può parlare di un Tarantino diverso, quantomeno nell’approccio. Se, da un lato, vengono meno certe manie per i dettagli, soprattutto, ed è forse la pecca più grave, viene meno quella forza, quella brutalità e quella grinta che hanno sempre caratterizzato i dialoghi dei film di Tarantino; dall’altro, si può notare una maggiore attenzione alla costruzione di un intreccio più ricco e articolato. Ad ogni modo, anche nella scrittura si notano alcune incogruenze: perché Tarantino abbozza delle storie, legate al passato dei personaggi, come la lettera di Lincoln o la storia (forse falsa?) del figlio del generale, se poi non vi è un vero e proprio seguito nella vicenda rappresentata o comunque la struttura reggerebbe anche facendone a meno?

Inoltre, per la prima volta entrano in un film di Tarantino tematiche sociali, come il razzismo e le tensioni tra Stati del Nord e del Sud all’indomani della guerra di Secessione.

Nel complesso, però, nonostante gli innumerevoli limiti che risaltano agli occhi di un pubblico che, troppo ben abituato e viziato, vorrebbe vedere le opere del proprio idolo arrivare ogni volta a livelli sempre più alti, il film risulta di facile visione, mai noioso e sicuramente più vivace della parte finale di Django Unchained. Eppure una domanda sorge spontanea: Quentin, era quello che volevi?

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About Federico Carolla

Sono nato il 13 agosto 1993 a Cittadella (Padova), da padre napoletano e madre padovana, ma ho sempre vissuto in Brianza, affidandomi poi a Manzoni per descrivere agli altri le mie terre. Nel 2012 ho conseguito la maturità scientifica (Piano Nazionale Informatica - approfondimento di matematica) presso il Liceo M. G. Agnesi di Merate, che ha rappresentato per me una formidabile palestra di vita, dove ho conosciuto compagni dalle qualità straordinarie e dove, soprattutto, ho capito di avere sempre fame (di fama) nella vita. Successivamente ho intrapreso il percorso di studi che mi impegna ancora ora; in particolare, frequento il Corso di Laura Magistrale in Giurisprudenza presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi a Milano. Sebbene inizialmente coltivassi il sogno di diventare un magistrato, affascinato da figure mitiche come Falcone, Borsellino, Caselli e Colombo, oggi non ritengo di avere (purtroppo o per fortuna) un unico interesse, ma preferisco spaziare fra diversi campi in cerca di quello che possa meglio realizzarmi. All'università, tuttavia, ho avuto modo di confrontarmi con ambienti e situazioni differenti, di competere con persone proveniente da tutto il mondo e di fare alcuni soggiorni di studio all'estero. Sono un appassionato di ciclismo, a dispetto del fisico robusto, e d'estate adoro andare in barca a vela. Nel 2012 ho intrapreso la poco fortunata fortuna di romanziere col libro "L'uomo in bicicletta", Editrice Uniservice; tuttavia, è stata una di quelle esperienze utili nella vita che mi hanno fatto conoscere meglio il mondo reale e hanno definitivamente impresso dentro di me il bisogno di scrivere. Successivamente ho intrapreso la strada del web, diventando, con alcuni amici, blogger fondatore di Sblogghiamoci con l'intento di creare una piattaforma virtuale di approfondimento e confronto sui temi dell'attualità e della cultura per far dialogare e discutere i giovani. Resomi presto conto dei limiti che un mezzo del genere può offrire, insieme a questi amici, con le stesse finalità, abbiamo dato vita alla creatura che più ci rappresenta nel mondo reale: l'associazione CambiaMenti. Un movimento in perenne divenire a cui affidiamo i nostri più preziosi sogni e le nostre più forti ambizioni. Sono appassionato di politica, cinema, letteratura, filosofia e musica; credo fortemente in un progetto Europeo che porti alla cancellazione delle frontiere nazionali.

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8 comments

  1. a me e’ piaciuto abbastanza…trama interessante,…fotografia magniica..attori impeccabili…..

  2. Lasciando perdere la fotografia,attori,scenari(prima di entrare nello spaccio)e qual he dialogo molto ben fatto ho trovato il film lento e a tratti,specie la prima ora anche noioso. Non sono un tecnico,solo un appassionato. Per me è il peggior film di Tarantino,per il quale ho grandissima stima in ogni caso

  3. Premesso che son un grandissimo estimatore dei lavori di Tarantino che ho visto tutti almeno una decina di volte, non posso non annotare alcune critiche all’ultima opera realizzata.
    In primis la prima parte risulta essere troppo lenta e noiosa, troppo protesa alle inquadrature dei luoghi sino all’esasperazione.
    Altro nota stonata è sicuramente una palese assenza di dialoghi ai livelli a cui ci ha abituato Tarantino.
    Terza nota stonata è sicuramente la mancanza di personalità di parecchi protagonisti, Tim Roth è veramente sprecato in quel ruolo.
    Gli unici interpreti in linea con le loro caratteristiche sono Samuel L Jackson e Michael Madsen.
    Ultima nota stonata di un film non all’altezza dei precedenti è sicuramente la mancanza di dettagli tipica dei film di Tarantino.
    Capita di steccate un opera, resta in ogni caso il regista che apprezzo maggiormente.

  4. le sinfonie le hanno composte Bergman, Kurosawa, Visconti. Tarantino giusto tarantelle con l’organetto (fuori di polemica)

  5. francamente l’ho trovato il migliore dei suoi lavori. a mio avviso poteva durare anche qualche venti minuti in più approfondendo alcuni personaggi.

  6. a me é piaciuto, la recensione meno: come caxxo si fa a scrivere che é la prima volta che tocca tematiche come il razzismo?!.

  7. Film stupendo, recensione imprecisa.

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