#Grecia e #USA (o di come si guardò il dito anziché la luna)

Mentre in Europa si consuma l’eterna lotta fra le cicale del sud (quelli col buon vino, le belle donne e la bella vita) e le formichine del nord (quelli che lavorano e accumulano capitali), il futuro globale si prospetta tutt’altro che roseo.

Il mese scorso il britannico Guardian ha paventato una nuova crisi economica per il 2017, proveniente ancora una volta dagli Stati Uniti. Nonostante una prospettiva di ripresa economica, infatti, l’incremento del debito delle famiglie americane e le forti disparità economiche, acuite dalla crisi del 2008, potrebbero causare una nuova bolla speculativa.

Il motore della crescita, a meno di un boom delle esportazioni e/o della spesa pubblica, che non sono nel presente e quasi certamente non sono nemmeno nel prossimo futuro degli USA, rimane il consumo interno.

Gli americani però oggi sono prevalentemente poveri e per spendere, vista la disoccupazione e i salari che non crescono, si affidano ai prestiti. I consumi dei più ricchi non bastano da soli a far ripartire l’economia: Thomas Pinketty ha dimostrato che l’aumento delle ricchezze di pochi è strettamente collegato all’aumento della povertà di molti. Ovvero, più una ristretta minoranza si arricchisce, più l’economia reale ristagna, tendendo alla recessione. A questo poi si deve aggiungere il settore delle aziende private, che dal 2008 è tornato a indebitarsi.

Più di qualcuno ha fatto notare che la politica tende ad occuparsi del debito sbagliato (quello statale), talvolta in maniera ossessiva come accade nell’eurozona. Gli Stati Uniti hanno un debito intorno al 90% sul PIL, il debito privato però è del 240% e tutti si guardano bene dal preoccuparsene, anzi, liberisti e conservatori chiedono forti tagli alla spesa pubblica, specialmente per quel che riguarda il welfare. Risultato? L’indebitamento dei privati per sopperire alla povertà.

Come spiegano Atif Mian e Amir Sufi in House of Debt, gli Stati Uniti vivevano in una situazione simile anche prima della crisi del 2008. La “cura” fu sanare le banche in modo che tornassero a fare credito, ma i due economisti ritengono che si tratti di una medicina sbagliata perché non fa altro che mantenere vivo il problema vero, il debito privato. Lo racconta anche Andrew Ross Sorkin nel suo Too big to fail, romanzo/documento sui retroscena politico-finanziari della crisi in cui ci troviamo tutt’ora. Tempo altri due anni e la stessa identica storia potrebbe ripetersi di nuovo.

Quelli che oggi si stracciano le vesti per il referendum greco, accusandoci di essere simpatizzanti di Marine LePen, populisti e, perché no, anche di credere alle scie chimiche, continueranno a guardare il dito (la corruzione e la spesa pubblica greca) anziché la luna (l’indebitamento, la povertà galoppante e le politiche di austerità)? Ci aggiorniamo nel 2017. Speriamo che per quella data con la superiorità morale e i ditini alzati da brave maestrine, ci possiate almeno pagare una rata del mutuo…

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"Non comanderò, né sarò comandato"

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5 comments

  1. Si ma la bolla speculativa legata a cosa …. Quello che è successo nel 2008 era legato al discorso di bush : tutti gli americani devono avere una casa di proprietà …bolle immobiliare e mutui subprime… Adesso quale dovrebbe essere la bolla ?

    • “For the past six or seven years, most of what the Federal Reserve has done to fix the problem has been focused on getting the credit spigot turned back on: cutting interest rates and hectoring banks to start lending again, even though demand for loans was weak.
      It’s a surreal policy because, while the proximate cause of the Great Recession was the collapse of borrowing in 2007 and 2008, the ultimate cause was the growth of unsustainable debt over many years, culminating in a doubling of debt between 2000 and 2007.
      […] The broad outline of how private debt destroyed the economy has been known for years. Indeed, economists like Thomas Palley and Dean Baker had been predicting for years that the growth in private debt was unsustainable.”
      LB

  2. Tutto per abbassare il costo dell’euro?

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