Caro capitalista…

Caro capitalista, ti scrivo perché voglio raccontarti una storia. Tu sei un liberale convinto e io lo so benissimo, ma ti prego di non prenderla come una provocazione.

C’era una volta uno stato. Uno di quelli ricchi, ben integrati nello scacchiere geopolitico mondiale e nell’economia di mercato, membro di importanti organizzazioni sovranazionali. Uno stato come l’Italia, ma che potrebbe essere anche la Francia, l’Olanda o la Spagna. Uno stato in cui il governo doveva prendere una decisione molto netta per rispondere alla crisi delle finanze e al conflitto sociale. Bisognava stare al passo con i tempi e l’economia si faceva sempre più dinamica e veloce, mentre la vecchia democrazia era lenta e litigiosa. Allora fu scelta la soluzione più semplice e logica: estirpare il problema alla radice, eliminando la forma democratica. Sarebbe andato tutto a meraviglia, senza dover cercare sempre il compromesso tra diversi portatori d’interesse. Basta mediazioni con gli alleati di governo, l’opposizione, i sindacati e la società civile! Quello che ci voleva era un capo autoritario che prendesse in fretta le decisioni e rendesse tutto lo stato più efficiente e stabile. Del resto, l’uniche cose che contavano erano attrarre capitali dall’estero e far crescere il Pil. Il denaro non dorme mai, si sa, quindi era sacrosanto che a prendere provvedimenti fosse uno solo. Tutti gli altri erano liberi di eseguirli o espatriare. La crescita della ricchezza tornò e sciolse nel silenzio della repressione le richieste di giustizia. La tranquillità dominava su tutto: finalmente il fardello della democrazia era svanito.

Scommetto che se qualche politico o personaggio pubblico osasse esternare un progetto del genere, verrebbe subito (e giustamente) linciato dall’opinione pubblica. Insomma, per fortuna la democrazia politica non si mette in discussione, almeno nella società occidentale. In tutto ciò siamo d’accordo, caro capitalista. Sono sicuro che tu ti sia indignato al solo pensiero della dittatura. Però qui il punto è un’altro, cioè che il tuo fervore democratico si rivela in tutta la sua ipocrisia quando trasferiamo la stessa discussione in un altro contesto, quello economico. Mi dici che è giusto avere dei dipendenti a cui poter imporre la tua volontà, perché per far sì che la tua azienda resti competitiva le decisioni devono essere prese in modo rapido e preciso. Ma vedi, la piccola storia ignobile dello stato che decide di rinunciare alla democrazia per restare al passo con il sistema economico può essere tranquillamente trasferita all’impresa.

Adesso, caro capitalista, mi pare che tu stia cadendo in due contraddizioni con te stesso. La prima è che reagisci in modi opposti a due applicazioni dello stesso principio: stabilire una forte gerarchia per andare incontro alle esigenze del profitto. Da una parte inorridiresti se calpestassero i tuoi diritti politici, dall’altra accetti che ci siano i padroni. La seconda è che la scissione tra capitale e lavoro annulla quegli stessi diritti in cui tu, liberale di ferro, credi con tutto il tuo cuore. Mi dici che ci sono le leggi in difesa dei lavoratori? Bene, allora ti racconterò un’altra storia: quella di un operaio qualsiasi che è costretto a lavorare più del dovuto, in scarse condizioni di sicurezza e con ferie quasi inesistenti. Un giorno l’operaio si stufa e va a denunciare le violazioni. Comincia una lunga causa e la vince! Peccato però che il datore di lavoro gliela faccia pagare, cacciandolo alla prima occasione buona.

Mi risponderai, caro capitalista, che tu rispetti tutte le norme per i tuoi dipendenti. Ma come? Mi stai dicendo allora che lavoratrici e lavoratori devono rassegnarsi e sperare che capitino alla mercé di un imprenditore magnanimo? Eppure pensavo che tu, liberale nell’animo, difendessi la piena indipendenza della persona e la sua autodeterminazione. Sai che ti dico? I tuoi sono pregiudizi. Sì, lo sono. Perché l’atteggiamento di tutti quelli come te di fronte all’espansione della democrazia all’economia è identico a quello dei governanti europei ottocenteschi, diffidenti e tremanti anche solo a pensare di concedere il diritto di voto alla plebaglia. Però oggi quel diritto lo difendi con grande forza. Ebbene, ti dico che un giorno si guarderà all’impresa capitalistica come oggi all’Italia di Cavour: una pagina di storia importante, ma appartenente ad un passato lontano. Magari quel giorno si sarà affermato un modello cooperativo ed egualitario, che sarà anche meno decisionista ma rispetta i diritti di tutti (se è applicato con onestà, chiaramente). Caro capitalista, concludo ricordandoti una volta per tutte le parole di Winston Churchill, un liberal-conservatore come te:

“E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

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About Samuel Boscarello

Sono nato a Caltagirone (CT) il 9 agosto 1996 e nella mia città ho frequentato il Liceo Classico “B. Secusio”. Adesso faccio parte degli allievi della Scuola Superiore di Catania e studio Storia, politica e relazioni internazionali presso l'università etnea. Il giornalismo e la politica sono le mie due grandi passioni: collaboro con diverse testate e blog occupandomi di svariati ambiti, sperando un giorno di trasformare questo impegno nel mio mestiere. Ho scoperto le idee di Berlinguer, e la loro meravigliosa attualità, imbattendomi un giorno quasi per caso nello storico discorso di Piazza della Frutta. Credo per questo che sia compito delle nuove generazioni guidare il cambiamento democratico con cui superare la disumanità di un mondo diviso in sfruttatori e sfruttati. Anche nella civilissima Italia. A gennaio 2014 ho fondato con un gruppo di ragazzi universitari e liceali l'associazione ParlaMente, che si propone di promuovere lo scambio di idee tra i giovani di ogni orientamento politico. Ascolto De André e i Queen, leggo George Orwell e Stephen King, adoro la saga di Rocky. Non mi piace l'ortodossia e non tollero l'intolleranza.

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