Squadrismo a Roma: storia di una ragazza coraggiosa

Questa è la storia di una normale ragazza romana, che frequenta un noto liceo della capitale, scrive sul giornalino della scuola e fa i compiti a casa. Ma è anche la storia di una ragazza impegnata, che vive quotidianamente la politica e la sinistra. Per rispetto non vi diremo il suo nome, e per capire questa storia, non serve darle un volto. 

Una comunissima giornata dell’autunno scorso si trovava sull’autobus con un amico. Quella mattina davanti alla scuola un gruppo di estrema destra aveva organizzato un volantinaggio. Due studenti erano stati malmenati e lei stessa si era rifiutata di accettare il volantino. Ecco che sullo stesso autobus salgono alcuni di quegli stessi militanti. Li riconoscono e costringono il ragazzo a scendere dall’autobus. Lei, per non lasciarlo solo, scende con lui. Le intenzioni sono chiare, tre contro uno. L’esito, inequivocabile.

Eppure succede qualcosa, la studentessa si mette in mezzo. Ma la viltà non conosce compromesso, e il pugno arriva lo stesso. La viltà non ha responsabili e i tre fuggono. Lei, colpita al volto, risale sull’autobus. La nostra storia, dopo sole tredici righe, potrebbe concludersi, lasciando nelle nostre menti immagini raccapriccianti. Sono avvenimenti oscuri, che dentro di noi avevamo velato, come fossero attribuiti ad un tenebroso passato, ormai dimenticato. Un passato che appartiene ai ricordi dei nostri genitori e dei nostri nonni. Ci bastano tredici righe di quella che era una normale giornata d’autunno e nella nostra mente esplodono nuove e inquietanti quelle otto lettere.

Ma la nostra storia continua. I due aggressori sono stati denunciati e per diversi mesi la situazione è rimasta tranquilla. Fino a qualche giorno fa. La ragazza torna a casa da una serata con gli amici. Ad aspettarla davanti alla porta ci sono due ragazzi su un motorino. Uno scende antifascista? le chiede, e la colpisce sul volto. Se continui a rompere  il cazzo ai nostri militanti, sono affari tuoi.
Se i due fatti siano collegati, lo lascio alla vostra immaginazione. Ora di righe ne sono passate più di venti, e quelle otto lettere ardono nelle nostre menti, agghiaccianti.

Se ci fossero parole per descrivere efferatezze del genere, tanto sarebbero meschine e disgustose che solo l’usarle ci ripugnerebbe. Eppure un nome per tutto questo esiste. Duro, anch’esso dimenticato, ma non per questo bugiardo: squadrismo.  

Tutti voi, sappiate che quello che è stato, quello che i nostri nonni ricordano, è accaduto di nuovo. Sappiate, perché poteva essere chiunque di noi, una figlia, una sorella. Sappiate, tutti quanti, perché sapere è quanto di più utile possiamo fare per lei.

Nonostante tutto questo, la nostra giovane studentessa non si arrende. Perché chi china la testa, chi scappa, chi dimentica, ha perso due volte. Una prima, poiché atti del genere non devono restare nel silenzio. E una seconda, perché permette alle minacce e alla sopraffazione fisica di prevalere sul diritto ogni essere umano: la libertà.

Lei ha qualcosa di diverso, quel pizzico di straordinario che rende l’animo più forte del corpo. Perché quando questo qualcosa esiste, si può colpire il primo, ma mai piegare il secondo. Ed è grazie a persone così, è questo tocco di grandezza, che ha fatto la nostra Italia libera.

Per finire potremmo usare ancora mille ingiurie, mille esclamazioni di disgusto per descrivere i cinque in  questione. Ma questa non è una storia fascista, di viltà e violenza. È la storia di una ragazza coraggiosa. Non mi è dato poi leggere nelle menti di tutti, ma nella mia, le otto lettere  della parola fascismo lasciano il posto ad altre sei. L’indignazione diviene incanto. La viltà, speranza. Mi bastano  quelle sei lettere per dirlo: grazie.

“Non temo chi ha bisogno di minacciare ed usare la violenza per difendere il proprio ideale. Un pugno o uno schiaffo non mi fanno più paura. Chiedetemi se sono antifascista, continuerò a rispondervi di sì.

Firmato: una ragazza coraggiosa.

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