Forse dobbiamo chiedere scusa all’#Africa

Quando ero piccolo, in una delle tante filastrocche che mia madre mi recitava per farmi addormentare, mi diceva che “ora viene l’uomo nero e ti si prende un anno intero”. Ricordo questa espressione, bonaria e dolce, che mia madre, una figlia di comunisti italiani, mi diceva.

E ricordo Leo e Nadin, una coppia di amici del Togo, che ho visto sempre, nella mia infanzia, in qualsiasi occasione: nei grandi pranzi di natale oppure nelle ricorrenze di Paese insieme ai loro figli. Leo e Nadin sono, ormai da tempo, cittadini italiani e i loro figli, con cui ho trascorso la mia infanzia, sono nati in Italia, come me, parlano l’italiano come me, e parlano anche il francese (ahimè, per ragioni di lavoro, si sono trasferiti da qualche tempo in Francia).

Ho rivisto Leo qualche tempo fa: era venuto a casa per accertarsi delle condizioni di salute di mia madre, che aveva da poco subito un delicato intervento agli occhi che, guarda il caso, aveva eseguito proprio il fratello di Leo, un dottore in gamba e con cervello, tanto, tanto cervello.

A quell’equipe e a quel dottore dobbiamo tanto, anche perché loro, che forse credono più di noi nell’Italia e nella esigenza che questo Paese esca da una crisi economica gravissima ma soprattutto da una crisi sociale apocalittica, restano in questo Paese nonostante tutto.

E perché mai dovrebbero lasciare la loro casa, le loro famiglie, la loro Italia?

Uno dei tanto motivi, forse, sono i tanti Salvini – forse più duri e “puri” di Salvini – che quando vedono un uomo o una donna nera pensano al prossimo vucumprà e alla rottura di dover dire insistentemente no alle loro più insistenti pretese di comprare le loro cianfrusaglie; forse vedono un ennesimo furto dietro l’angolo; o, peggio ancora, un Kabobo pronto a dar loro picconate in testa.

Ecco, tralasciando i vari Kabobo, perché di questi casi ce ne sono anche in Italia (vi ricordate l’uomo bianco che poco tempo fa se ne andava in giro a gridare di essere stato mandato da Dio, uccidendo un signore anziano?) in questo Paese c’è gente ancora che pensa che il matrimonio fra una persona dalla pelle bianca e una persona dalla pelle nera sia “uno scandalo per la razza, e i figli che nascono da esso aborti fra l’uomo e la scimmia.”

Vi avverto, se avete letto il virgolettato e condividete quanto scritto, sappiate che queste parole vengono riportate a pagina 28 di “Mein Kampf”. Inutile che vi dica chi l’ha scritto.

Ormai è un po’ di tempo che dovunque mi giro incontro una persona, rispettabilissima, che dice che Matteo Salvini ha ragione: dei neri – quando va bene si dice neri – non se ne può più, dei rumeni non se ne può più, dei cinesi non se ne può più. Poi non se ne può più dei meridionali, dei gay (perché tanto la colpa è quasi sempre di qualche gay sparso per il mondo, nell’ottica nazional-alfaniana), poi ci sono i sempreverdi ebrei perché fa figo dire che sono gli ebrei il male del mondo, poi le donne che rompono.

E poi niente. Non c’è più nessuno. Non c’è neanche più Salvini perché, a forza di puntare il dito, non gli è rimasto che lo specchio di casa sua contro cui puntare il suo indicine padano.

Salvini che dimentica che per un paio di secoli almeno l’Africa e il “terzo mondo” in generale sono stati ridotti alla fame, depredati, spogliati di ricchezze, di vite umane, di dignità, di tradizioni e di cultura dall’Europa. L’Africa, miniera del mondo, data alle fiamme dai negrieri e dalle politiche coloniali. L’Africa spolpata oggi dalle multinazionali che corrompono con uno schiocco di dita i fragili governi democratici africani o i dittatori più ottusi e feroci. L’Africa che, per colpa dei bianchi e di una concezione nazista, ha visto l’essere africano come un crimine. Qualcuno, un certo Nelson Mandela, si è fatto trent’anni di carcere per il crimine di essere africano e per lottare per la dignità del suo popolo.

Proprio Madiba, nella sua autobiografia “Lungo cammino verso la libertà”, è stato profetico nell’indicare il suo orizzonte di lotta:

«Chiunque voglia privarmi della dignità è destinato a perdere.»

Questa frase Mandela l’ha rivolta al suo popolo e a tutti gli ultimi del pianeta, assolvendo persino i suoi carnefici. Ma io, che mi sento carnefice del terzo mondo, mi sento in dovere di chiedere scusa a Leo e Nadin e a tutto il popolo africano semmai dovessero incontrare un Salvini o un Borghezio che dice loro di essere una razza inferiore, che devono tornarsene a casa.

Sì, Leo e Nadin a casa ci devono tornare, nel loro paese nelle Marche. Ma Salvini e Borghezio invece se ne devono andare…dove potete immaginare.

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About Davide Clementi

Nato nel 1996 a San Benedetto del Tronto lo stesso giorno del celebre movimento rivoluzionario cubano, dopo i 5 anni presso il Liceo Classico di San Benedetto del Tronto, mi iscrivo alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Macerata. Dal 2014 porto i miei pochi silenzi anche su Qualcosa di Sinistra.

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