Chiamateli #extracomunitari o #immigrati, io li chiamo #fratelli

Oggi mi sono fermato a parlare. Con un signore anziano. Ogni mattina, quando vado all’università lui è lì, vicino a una pasticceria. Ogni pomeriggio, quando rientro, lui è sempre lì. Con un cappellino a dirti buonasera, sulla sua sedia a rotelle, perché gli manca una gamba. Ogni giorno passo e lo vedo li con un sorriso, malinconico. Ogni tanto mi fermo e gli lascio qualcosa in quel suo cappellino che forse è più vecchio di lui.

Oggi ho deciso di fermarmi. Gli ho chiesto come si chiamava, lui, un po’ spaventato, ha iniziato a dire di no con la testa. Io gli ho detto che volevo solo sapere se aveva bisogno di qualcosa, lui si tranquillizza. Non parla italiano, giusto qualche parola, mi dice che viene dalla Romania, che è qui con i suoi figli e i suoi nipoti, che non capisce molto quello che dico. Nemmeno io capisco tutto quello che mi dice, ma ora vedo che lui, prima spaventato, ora vuole parlare, cerca di dirmi quanti figli ha, cerca di dirmi tutto ciò che riesce ad esprimere col suo italiano povero ma pieno di tutta la ricchezza che due parole riescono a contenere.

Alla fine gli chiedo di nuovo se ha bisogno di qualcosa, lui mi dice ancora di no, ma un no diverso, un no non più spaventato, ma con un sorriso non più malinconico ma di felicità e di gratitudine, come se quella “chiacchierata” avesse fatto più di quello che gli ho messo nel cappellino. Mi sono avviato verso casa con la consapevolezza che ero io a dover ringraziare lui, per avermi insegnato tanto. Innanzitutto che bisogna sorridere, sempre, anche nelle difficoltà. Che c’è tanta malinconia e solitudine nel vivere lontano da casa e non parassitismo come tanta gente purtroppo dice, tanto che basta un semplice ‘ha bisogno di qualcosa’ per far ritornare il sorriso. E poi, cosa più importante, che basta fermarsi, che bastano due parole per capire che siamo tutti fratelli.

Si parla spesso di immigrati. E, ancora più spesso, se ne parla senza cognizione di causa. Perché è facile scaricare colpe su chi è più debole. ‘Perché’, recita una canzone dei 99 Posse, ‘il nemico del povero è il più povero, e cosi all’infinito’. È una logica che conviene troppo a chi comanda. È la strada più facile. Ma la strada più facile non significa che sia la strada più giusta.

Provate a immaginare un uomo, una mamma con il suo bambino, un ragazzo, che decide di lasciare il proprio Paese, di imbarcarsi per un viaggio senza sapere se arriverà a destinazione o se lascerà le sue lacrime in mare. Immaginate la disperazione che spinge a tutto questo. Immaginate di essere voi, a dover lasciare casa, famiglia, amici. Immaginate di arrivare in un Paese che non conoscete, di cui non sapete la lingua, dove non avete un posto dove dormire. Immaginate di non sapere a chi rivolgervi se non state bene. Immaginate la paura, l’angoscia di rivolgersi a un medico o a un ospedale, per paura di essere denunciati come ‘irregolari’. Irregolari. Odio questa parola. Perché per me non ci sono persone irregolari. Per me, ci sono uomini. La natura non conosce frontiere. L’uomo non è e non sarà mai illegale.

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