Dal Ruanda alla Repubblica Centrafricana, storie di genocidi e tempismo

Nel 1994 il Ruanda fu teatro di uno dei più efferati genocidi della storia del ‘900. Secondo Human Rights Watch vennero massacrate tra le ottocentomila e il milione di persone con armi da fuoco, bastoni chiodati ma sopratutto machete. Quello del Ruanda fu un genocidio pianificato in anticipo dal governo ruandese importando armi da Egitto e Cina, in particolare machete perché a basso costo, così da armare le milizie Impuzamugambi. Il tutto accadde nella sottovalutazione prima e indifferenza dopo degli Stati occidentali. Soltanto dopo circa 100 giorni dall’inizio dei massacri, il macchinoso meccanismo delle Nazioni Unite riuscì a sbloccarsi e ad intervenire, naturalmente dopo che il lavoro sporco era stato fatto, roba da encomio per il tempismo.

Perché parlare del Ruanda e di fatti risalenti al 1994? Perché il tutto somiglia molto a quello che sta succedendo nella Repubblica Centrafricana, quest’ultima è reduce da un colpo di stato e la situazione è di un totale vuoto di potere dopo le dimissioni del Primo Ministro Djotodia, leader di una delle fazioni ribelli al potere dal 2013 grazie al golpe. A scontrarsi sono due parti della popolazione in cui è radicalizzato l’odio con la scusa della religione, un po’ la stessa cosa che era successa tra Tutzi e Hutu dove il pretesto era di origine etnico, un modo come un altro per giustificare atrocità. Il perché si ripeta ciclicamente questo osceno modo di operare va cercato nei governi di questi Paesi (spesso vere e proprio dittature) che, per mantenere il potere, usano l’arma della divisione sociale per consolidarsi. Non sono da tralasciare anche le ragioni politiche alla base di queste contrapposizioni, questi paesi hanno in comune un passato coloniale che ha tracciato un solco tra i diversi gruppi della popolazione, favorendone una piuttosto che l’altra, generando un odio crescente tra le diverse fazioni. Non meno importante è il fattore economico, altro comune denominatore tra questi due stati. La crisi economica conseguente alle politiche dittatoriali ha esasperato una popolazione già provata da carestie e malattie endemiche. Ne consegue una miscela esplosiva al quale basta un pretesto (vedi quello religioso o etnico) per scatenare il massacro.

Nella Repubblica Centrafricana è presente l’associazione Emergency che, oltre ad operare con ospedali da campo, tiene un diario della situazione e le notizie ricordano sempre più quelle che arrivavano dal Ruanda nel 1994. Si parla di bambini con ferite da colpi di machete, combattimenti nelle città, spari e lanci di razzi.  Il 5 dicembre l’Onu ha dato mandato alla Francia per un intervento militare che porti ordine nel paese ma quello che hanno trovato i francesi è un paese allo sbando. Il mandato Onu è troppo poco per far fronte a quello che sta succedendo e si stimano circa un milione di profughi a fronte di una popolazione di poco più di quattro milioni di abitanti. Inoltre l’Onu denuncia l’arruolamento di bambini soldato da entrambe le parti e nonostante tutto l’unica cosa che è stata in grado di fare fin ora è la presa d’atto che “la situazione è gravemente degenerata”, appello inascoltato dalle nazioni occidentali.

Il timore è che il “carrozzone” Onu sia troppo lento e obsoleto per far fronte a questo tipo di situazione e che se non si interviene tempestivamente si corre il rischio di assistere ad un secondo Ruanda. Ci sono due parole che accomunano i fatti di allora con quelli di oggi nella Repubblica Centrafricana: genocidio e tempismo.

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