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Renzi e il Job Act, la via è sempre quella del Capitale

Per presentare il Job Act di Renzi, seppur nella forma di bozza, basterebbe ascoltare il parere dell’ex ministro Elsa Fornero, colei che passò come un rullo compressore su migliaia e migliaia di pensionati e lavoratori. Elsa Fornero, in un’intervista pubblicata su Repubblica, dice che il programma proposto dal segretario del PD è quello che lei aveva in mente di fare. Fornero aggiunge che bisognerebbe anche ridurre il costo del lavoro, compito che a lei non riuscì per via dei “vincoli stringenti” assunti con l’Europa.

La strada che si sta battendo, comunque, è sempre la stessa: quella del Capitale.
Si propone una riforma del mercato del lavoro che tende nuovamente a guardare dal lato del Capitale e non del Lavoro.
La flessibilità del mercato del lavoro (leggasi precarietà) non viene messa minimamente in discussione, nonostante dati empirici dimostrino che essa non produce più occupazione. Un ruolo attivo dello Stato nella creazione di posti di lavoro nemmeno a parlarne; tutto risiede nelle mani dell’iniziativa privata.

Un’analisi netta e precisa su cosa sia, quindi, questo Job Act viene dall’economista Emiliano Brancaccio:

Renzi afferma che bisognerà “semplificare” la legislazione del lavoro: in particolare, a suo avviso occorre abolire la parte della legge Fornero che impone limiti alla possibilità per le imprese di ricorrere a contratti “atipici”. Ma nella letteratura scientifica è ormai riconosciuta l’assenza di correlazioni significative tra maggiore “precarizzazione” del lavoro e minore disoccupazione. Si tratta di una proposta per molti versi antiquata: una riedizione anacronistica dell’agenda di Blair o, se vogliamo, un sostanziale recupero della politica del lavoro dei governi Berlusconi.

Invece di questa proposta che ha il pieno sapore di quell’insostenibile deriva neoliberale di cui parlava Zygmunt Bauman diversi anni fa, avremmo bisogno di un grande Piano del Lavoro (cit. Bellofiore), in cui torna attivo e preponderante il ruolo dello Stato nella creazione diretta di occupazione. Un modello, insomma, che ricalca quell’Employer of Last Resort (ELR) teorizzato dall’economista Hyman Minsky decenni or sono.

Come ho sottolineato in un articolo precedente, lo Stato ponendosi come garante del pieno impiego si pone come figura antagonista al capitale, come ben sapeva l’economista Michal Kalecki nel 1943.
Il mantenimento dei programmi di lavoro garantito (Job Guarantee) farebbe crollare l’arma di ricatto della disoccupazione e trasformerebbe “l’esercito industriale di riserva di disoccupati” di marxiana memoria in un esercito di occupati garantiti.

Ma solo il rilancio del lavoro e della produzione non basta. L’attenzione va posta anche sul cosa si produce. Va abbandonata quella logica illogica di produrre per soddisfare bisogni indotti dal capitalismo stesso e dalla sua mega-macchina pubblicitaria. Vanno prodotti valori d’uso che vadano realmente a beneficio della collettività, il che significa essere conflittuali con quel fascismo perfettamente realizzato della società dei consumi (in quanto appiattisce e riduce ai minimi termini l’essenza ontologica dell’essere umano).

Si tratterebbe, quindi, di una politica dal lato del Lavoro, per il Lavoro. Una politica che potrebbe avere anche il potenziale di scatenare nuovamente una dialettica tra Capitale e Lavoro, ove il primo si ponesse in maniera conflittuale al mantenimento del pieno impiego, evento sicuramente verificabile.

Se il Capitale non lo si affronta esso si prende ogni strato dell’esistente; ogni aspetto viene mercificato, ogni diritto sociale conquistato in anni di lotta viene travolto dal suo movimento impersonale.

Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria.
(Karl Marx, Il Manifesto del Partito Comunista)

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Valerio Spositi

Sono uno studente universitario di Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Studioso di economia eterodossa, da tempo ho focalizzato la mia attenzione sulla struttura dell'Unione Monetaria Europea e le sue conseguenze nonché sul funzionamento della moneta moderna. Interessato alla filosofia e specialmente al pensiero di Karl Marx, sono un critico radicale del capitalismo.

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